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Zitti e Buoni: il falso invito all’unità professionale che nasconde omertà, collusione e lobbismo

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico, Presidente di MetaPsi Aps

Il falso invito all’unità di molti Psicologi sostenitori dello psicoterapeuticocentrismo

L’unità professionale è un valore quando nasce dalla parità, dalla trasparenza e dal confronto nel merito. Diventa un problema quando viene usata come parola d’ordine per evitare discussioni scomode, spegnere il dissenso e proteggere assetti culturali consolidati.

In questi casi l’invito all’unità non costruisce colleganza. Produce silenzio. Non chiede responsabilità, ma conformità.
L’attenzione si sposta dal contenuto della critica al comportamento di chi critica. Il messaggio implicito diventa: “Sii civile”, “Sii professionale”, “Abbassa i toni”. Così ciò che conta davvero non viene discusso.

Questo meccanismo emerge in modo evidente quando si contesta lo psicoterapeuticocentrismo: l’idea, più culturale che scientifica, che la psicoterapia sia l’unica forma “vera” di cura psicologica e che tutto il resto valga meno. In quel punto, molte richieste di “calma” e “unità” smettono di essere inviti al dialogo e diventano freni al cambiamento.

L’unità come dispositivo di controllo

Quando l’unità viene invocata per impedire una critica, smette di essere un valore e diventa un dispositivo di controllo. Invece di rispondere nel merito, si giudica il tono. Invece di discutere i contenuti, si etichetta la persona: “polemico”, “divisivo”, “poco professionale”.

È una strategia efficace perché rovescia la responsabilità: chi solleva un problema diventa il problema. Nel frattempo la comunità professionale si abitua a un’idea pericolosa: che la pace apparente valga più della verità.

Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps

Quando “unità” significa omertà, collusione e lobbismo culturale

In questo testo uso parole forti, ma in modo preciso. Descrivo dinamiche ed effetti culturali; non attribuisco intenzioni personali e non faccio accuse a singoli.

Per omertà intendo la richiesta di silenzio: “non parlarne fuori”, “non esporre”, “non creare problemi”, come se nominare una diseguaglianza fosse più grave della diseguaglianza stessa.

Per collusione intendo l’accordo implicito a mantenere la finzione: molti vedono lo squilibrio, ma scelgono di non dirlo. Così si costruisce una normalità falsa in cui chi parla appare “eccessivo” e chi tace appare “maturo”.

Per lobbismo culturale intendo la pressione organizzativa e simbolica che spinge a proteggere un racconto unico. Non è necessariamente qualcosa di illecito: è la forza delle reti di consenso, dei linguaggi condivisi e dei criteri impliciti di legittimità che premiano chi si adegua e indeboliscono chi contesta.

Perché è un approccio antiterapeutico

Quando una comunità professionale tende a negare o censurare i propri problemi, non sta proteggendo la propria immagine. Sta riducendo la propria credibilità.

È un approccio antiterapeutico perché rinnega il valore che dovrebbe rappresentare: la capacità di guardare la realtà, nominarla e trasformarla. Se chiediamo alle persone consapevolezza, responsabilità e contatto con ciò che è scomodo, non possiamo pretendere rimozione quando il tema scomodo riguarda noi.

Lo psicoterapeuticocentrismo tocca identità, status e abitudini. Proprio per questo richiede consapevolezza, non pacificazione. La rimozione, quando diventa regola, finisce per somigliare a una forma di complicità con il problema.

Le frasi che spengono il dissenso

Queste dinamiche passano spesso attraverso formule apparentemente innocue.

“I panni sporchi si lavano in famiglia.”
Può avere senso se si parla di errori individuali o questioni personali. Diventa invece un alibi quando viene usata per bloccare una riflessione culturale e professionale. Alcuni “panni sporchi” non sono dettagli privati: sono pregiudizi e gerarchie simboliche che danneggiano la professione e l’utenza. Se non vengono nominati, non si risolvono.

“È una guerra tra poveri.”
Questa formula riduce una questione strutturale a un litigio inutile. Ma contestare luoghi comuni e diseguaglianze non è una guerra: è manutenzione culturale. È ciò che impedisce a una categoria di abituarsi alla propria svalutazione.

Non è guerra alla psicoterapia

Criticare lo psicoterapeuticocentrismo non significa attaccare la psicoterapia. La psicoterapia può essere una risorsa importante. Il punto è un altro: trasformarla in un’etichetta totalizzante che assorbe e sminuisce tutto il resto.

La cura psicologica è più ampia. Comprende sostegno, prevenzione, abilitazione e riabilitazione. Ridurre la cura a una sola cornice produce svalutazione e, alla lunga, confusione.

“Così confondete l’utenza e la allontanate dallo Psicologo”

Un’obiezione frequente è questa: “Se contestate lo psicoterapeuticocentrismo confondete l’utenza. Rischiate di allontanare la gente dallo Psicologo”.

È un’idea che appare prudente, ma in realtà protegge un racconto unico. Ciò che confonde davvero l’utenza è l’idealizzazione: far credere che la cura psicologica coincida quasi solo con la psicoterapia e che tutto il resto valga meno.

Contestare lo psicoterapeuticocentrismo non allontana le persone dallo Psicologo. Le allontana, semmai, da due distorsioni: l’idealizzazione della psicoterapia come unica risposta “seria” e la svalutazione degli atti tipici dello Psicologo. Il risultato è maggiore chiarezza. Le persone possono scegliere in modo più libero e consapevole, in base ai bisogni reali.

Se qualcuno si sente danneggiato da questa chiarezza, spesso non è l’utenza. È chi ha interesse a mantenere un racconto unico e a farlo passare come l’unico modo corretto di parlare di cura psicologica.

Conclusione

L’unità professionale ha senso quando tutela la parità e favorisce il confronto nel merito. Quando invece viene invocata per zittire il dissenso, diventa controllo mascherato da educazione.

Non serve gridare, ma non serve nemmeno tacere.
La colleganza autentica non chiede silenzio: chiede lucidità, responsabilità e verità.

Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps (Palermo)

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