Qui parlo di profili e rischi deontologici nella comunicazione, non di violazioni già accertate.
Nel dibattito pubblico e tra colleghi circolano, con una facilità disarmante, affermazioni drastiche del tipo: “la laurea in Psicologia non forma alla cura”, “gli psicologi non hanno competenze cliniche”, “senza formazione in psicoterapia non puoi occuparti di clinica, cura e terapia”.
Criticare la formazione è legittimo. Il problema nasce quando un’opinione diventa una sentenza generale, presentata come fatto, e usata per sminuire una categoria professionale.
Qui il punto non è difendere “a prescindere” l’università. Il punto è difendere la correttezza della comunicazione professionale e il rispetto tra colleghi, perché da quella comunicazione dipende anche la fiducia dei cittadini.
Cura, clinica e atti tipici: il perimetro professionale esiste già
In Italia la professione di Psicologo non è definita da slogan o percezioni personali, ma da un perimetro normativo: prevenzione, valutazione/diagnosi psicologica, sostegno e attività di abilitazione-riabilitazione.
Sono funzioni clinico-sanitarie orientate a tutela, mantenimento e recupero del funzionamento e del benessere psicologico.
Per questo, dire che “gli psicologi non possono occuparsi di cura e terapia psicologica” in modo generale e assoluto non è una semplice opinione: è un’affermazione che contrasta con la cornice stessa della professione.
Competenza clinica: non è un “sì/no” per categoria
La competenza clinica non è un interruttore acceso/spento attribuibile a una categoria intera. È una responsabilità individuale: si costruisce, si aggiorna, si dimostra e ha limiti. Questo vale per qualsiasi professione sanitaria e vale anche per noi.
Quindi sono vere due cose insieme:
- non esiste un diritto “magico” alla competenza: va mantenuta e documentata;
- non è corretto trasformare criticità reali (variabilità dei percorsi, differenze tra atenei, differenze personali) in un verdetto globale: “la laurea non forma alla cura” o “gli psicologi non hanno competenze cliniche”.
Opinione, affermazione non dimostrata, affermazione fuorviante: differenze pratiche
Qui serve chiarezza, senza filosofia inutile.
Opinione legittima
“La formazione universitaria, secondo me, è migliorabile in area clinica, e andrebbe rafforzata soprattutto sul rapporto tra psicologia clinica e psicoterapia.”
È un giudizio: discutibile, ma legittimo, se argomentato e non denigratorio.
Affermazione non dimostrata (se presentata come fatto)
“La laurea in Psicologia non forma alla cura.”
Se la presenti come realtà generale, devi chiarire cosa intendi per “cura”, con quali indicatori misuri la “formazione alla cura”, quale confronto usi, quali dati sostengono la conclusione. Se non lo fai, non stai informando: stai impressionando.
Per “prove”, qui, intendo evidenze robuste, replicabili e generalizzabili, non impressioni personali o casi isolati. In assenza di questo standard, è corretto parlare di opinioni, non di fatti.
Affermazione fuorviante (in forma assoluta)
“Gli psicologi non possono occuparsi di clinica, cura e terapia psicologica.”
Detta così, senza distinguere limiti individuali, contesti e competenze, produce disinformazione sulla professione e alimenta svalutazione professionale.
Perché (in certi casi) questa comunicazione può entrare in tensione con il Codice
Nel testo uso “violazioni deontologiche” come riferimento al tema, non come giudizio automatico su singoli colleghi. In concreto, segnalo comportamenti comunicativi che possono entrare in tensione con doveri di correttezza, rispetto e tutela della reputazione professionale tra colleghi. La valutazione definitiva e l’eventuale rilevanza disciplinare spettano agli organi competenti, caso per caso, sulla base del contesto e degli atti.
Il Codice Deontologico (testo vigente CNOP) tutela due aspetti che qui si intrecciano:
- correttezza della comunicazione professionale (distinguere dati, interpretazioni e limiti; evitare di presentare come certo ciò che è opinabile o non supportato);
- rispetto e tutela della reputazione professionale dei colleghi (evitare giudizi pubblici svalutanti e generalizzazioni denigratorie).
In parole semplici: criticare la formazione è lecito. Dire “voi non sapete curare” come se fosse un fatto provato, e usarlo per delegittimare, non lo è.
Cosa significa “lesione della reputazione professionale”
La reputazione professionale non è un concetto astratto: è la fiducia sociale che rende possibile lavorare (invii, collaborazioni, credibilità, autorevolezza percepita dai cittadini).
Quando un collega diffonde messaggi pubblici che descrivono gli psicologi come “non formati alla cura” o “non competenti clinicamente”, senza distinguere e senza basi, l’effetto pratico può essere:
- discredito generalizzato;
- sospetto verso prestazioni legittime;
- riduzione della fiducia dei cittadini;
- danno al decoro professionale e al ruolo terapeutico dello Psicologo.
Sul piano generale, la nozione di reputazione come bene tutelato è coerente anche con l’impianto tipico della diffamazione (offesa della reputazione comunicando con più persone).
Perché molti colleghi non si tutelano: psicoterapeuticocentrismo e psicologofobia interiorizzata
Molti psicologi non segnalano profili comunicativi problematici non perché “non serva”, ma perché hanno interiorizzato l’idea che tutelarsi sia “brutto”, “esagerato”, “poco elegante” o perfino “rischioso”.
Questo è uno degli effetti più subdoli dello psicoterapeuticocentrismo: sposta il baricentro della legittimità clinica lontano dallo Psicologo. Nel tempo può generare una forma di psicologofobia interiorizzata: non tanto paura dell’altro, ma dubbio sul proprio diritto a occupare lo spazio clinico che la professione già prevede.
Uno psicologo consapevole del proprio valore e dei propri diritti sa che la tutela deontologica non è un capriccio: è protezione della qualità, del decoro professionale e, indirettamente, della salute pubblica.
Al contrario, lasciare correre sistematicamente rischia di rinforzare — anche senza volerlo — un sistema psicoterapeuticocentrico già dominante, perfino quando lo si contesta razionalmente.
Segnalare all’Ordine: quando ha senso e con quale criterio
Un sistema deontologico funziona se i professionisti lo prendono sul serio. In alcuni casi non basta “rispondere a parole”: può essere corretto documentare contenuti pubblici e segnalarli all’Ordine competente, soprattutto quando la comunicazione appare denigratoria, non supportata e potenzialmente lesiva per la professione o per l’utenza.
Io valuterò solo contenuti pubblici, documentabili e realmente rilevanti, evitando segnalazioni per semplici divergenze di opinione.
Nota terminologica: nel linguaggio comune molti parlano ancora di “commissione deontologica”, ma l’assetto disciplinare prevede una distinzione tra fase istruttoria e fase decisionale tramite organismi/uffici istruttori e organi competenti.
Invito quindi tutti i colleghi a porre la massima attenzione a ciò che scrivono, a rispettare le regole del gruppo e il Codice Deontologico. Sono disponibile al dialogo e al confronto, anche critico, purché avvenga nel rispetto della professionalità altrui e della professione di Psicologo.
Da parte mia continuerò a fare tutto ciò che è nelle mie possibilità per valorizzare e tutelare la mia professionalità e, più in generale, il ruolo terapeutico dello Psicologo. E, come Presidente di MetaPsi Aps, farò tutto ciò che rientra nelle mie competenze per promuovere una comunità professionale più seria, rispettosa e orientata alla tutela dei cittadini.
Conclusione: la deontologia tutela la professione e l’utenza
Non serve idealizzare l’università. Non serve negare criticità.
Serve una cosa più semplice e più seria: smettere di trasformare opinioni in “verità” usate per delegittimare i colleghi e, indirettamente, confondere i cittadini.
Difendere la professione significa difendere la deontologia: rigore, fonti quando si fanno affermazioni forti, e strumenti ordinistici quando si supera il confine tra confronto e denigrazione.
Nota personale
Negli ultimi tempi, quasi ogni giorno, sono oggetto di valutazioni, giudizi e attacchi pubblici da parte di alcuni colleghi con toni aggressivi. In molti casi non si discute nel merito di ciò che scrivo: si attribuiscono intenzioni che non ho, si leggono le mie parole attraverso interpretazioni personali e, invece di argomentare, si ricorre a etichette e a “linguaggio clinico” usato in modo improprio per patologizzare il mio comportamento.
Questa modalità mette in discussione, senza basi verificabili, la mia preparazione, la mia competenza e la mia responsabilità professionale e, di fatto, la mia reputazione. Per questo valuterò caso per caso ogni contenuto pubblico che, per forma o sostanza, possa risultare lesivo della mia professionalità, riservandomi tutela nelle sedi opportune.
Ribadisco un punto: sono ben disposto al dialogo e al confronto con chiunque, anche in modo critico, ma solo nel rispetto della professionalità altrui e della professione di Psicologo.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps




