Nei dibattiti pubblici e sui social circola una frase che sembra chiudere la discussione prima ancora di iniziarla: “Uno psicologo che non ha frequentato una Scuola di specializzazione non può capire la psicoterapia”. È un luogo comune che confonde piani diversi e, nella pratica, produce un danno: svaluta la capacità critica degli psicologi, disorienta i cittadini e indebolisce la cultura dell’invio e della presa in carico integrata.
“Psicologo” e “psicoterapeuta” non sono due professioni contrapposte
La frase è scorretta già nella premessa, perché costruisce una contrapposizione artificiale tra “psicologo” e “psicoterapeuta”, come se fossero due professioni separate. Nel linguaggio comune, “psicoterapeuta” indica quasi sempre uno psicologo (o un medico) che ha una specifica formazione/specializzazione che consente l’esercizio dell’attività psicoterapeutica. Per questo, dire “uno psicologo non può capire la psicoterapia” è logicamente incoerente: nella maggior parte dei casi, chi viene chiamato “psicoterapeuta” è uno psicologo.
Spesso, a voler essere precisi, l’intenzione comunicativa è un’altra: “uno psicologo senza specializzazione in psicoterapia non può capire la psicoterapia”. Ma anche formulata così, l’affermazione resta infondata per le ragioni che seguono.
Capire la psicoterapia non significa esercitarla
La normativa riguarda l’esercizio dell’attività psicoterapeutica, che presuppone una specifica formazione/specializzazione che consente tale esercizio. Non riguarda la possibilità di studiare, comprendere e descrivere in modo rigoroso che cos’è la psicoterapia. In ambito sanitario questa distinzione è ordinaria: comprendere e definire un intervento non coincide con praticarlo come attività qualificata.
Perché la frase svaluta lo psicologo
Dire “non puoi capire” non è una critica tecnica circoscritta. Implica che lo psicologo non sarebbe in grado di orientarsi tra modelli, obiettivi, indicazioni, limiti e criteri di appropriatezza. In altre parole, mette in discussione competenza valutativa e ragionamento clinico, cioè funzioni centrali del lavoro psicologico. Il messaggio che arriva al cittadino non è “differenza tra percorsi formativi”, ma una rappresentazione di incompetenza generalizzata.
Il paradosso dell’invio: se non si capisce, non si può nemmeno orientare
Se fosse vero che lo psicologo non può capire che cos’è la psicoterapia, allora non potrebbe nemmeno valutare quando è indicata e quale percorso sia più appropriato. Questo renderebbe impossibile un invio responsabile: riconoscere bisogni e priorità, formulare un orientamento, distinguere tra opzioni e indirizzare verso un collega con specifica formazione/specializzazione che consente l’esercizio dell’attività psicoterapeutica. Nella prassi clinica accade l’opposto: l’invio funziona proprio perché lo psicologo è in grado di valutare e orientare.
Due ragioni semplici che rendono l’idea ancora meno credibile
La prima è esperienziale. Molti psicologi senza diploma di specializzazione in psicoterapia hanno svolto percorsi psicoterapeutici personali. Questo non riguarda l’esercizio professionale, ma rende poco plausibile sostenere che non possano riconoscere cosa sia un percorso nelle sue strutture di base: setting, relazione professionale, obiettivi, processi di cambiamento, limiti e indicazioni.
La seconda è epistemologica. Esistono molti modelli di psicoterapia, con cornici teoriche e linguaggi differenti. Se si accettasse la logica “si comprende solo ciò per cui si è formati”, allora la stessa logica porterebbe a una conseguenza incompatibile con la realtà: chi è formato in un modello, per definizione, non comprenderebbe davvero gli altri. E diventerebbe difficile perfino ricavare una definizione operativa generale di psicoterapia oltre i confini di una singola scuola. Il fatto che una definizione generale sia possibile mostra che la comprensione non dipende dall’appartenenza a una singola scuola, ma dalla capacità di riconoscere elementi comuni e criteri trasversali.
Quando la frase viene usata per spostare la discussione dal merito alla “patente”
In alcuni dibattiti pubblici questa formula può comparire dentro cornici psicoterapeuticocentriche, cioè impostazioni che tendono a ridimensionare o negare il ruolo terapeutico dello psicologo. In questi scambi la questione centrale è spesso molto semplice: che cosa fa lo psicologo, concretamente, oltre alla prevenzione primaria, secondaria e terziaria, oltre al sostegno e oltre alle attività di abilitazione-riabilitazione del funzionamento mentale, psicofisico, sessuale e relazionale delle persone?
Quando questa domanda non riceve una risposta argomentata, può capitare che l’attenzione venga spostata altrove. Invece di chiarire perimetro, obiettivi e criteri di appropriatezza del trattamento psicologico, la discussione viene deviata su una scorciatoia svalutante: “se non sei ‘psicoterapeuta’, non puoi capire che cosa sia la psicoterapia”. Così una domanda tecnica diventa un giudizio sulla presunta incapacità di comprendere, e chi ascolta si ritrova a “intuire” una differenza che non viene spiegata con criteri operativi e verificabili.
In questo punto compaiono spesso varianti della stessa frase: “Fai la Scuola e capirai”, “Parli così perché non hai fatto una Scuola”, “Quando farai la specializzazione ne riparliamo”, “Solo chi ha fatto la Scuola sa cos’è la psicoterapia”, “Senza specializzazione non puoi definirla”. Sono formule che raramente aggiungono contenuto: spostano il confronto dalla definizione e dai criteri al profilo di chi parla.
Conclusione
La frase “uno psicologo senza Scuola non può capire la psicoterapia” è infondata e dannosa. È scorretta già perché contrappone categorie che non sono alternative; inoltre confonde comprensione ed esercizio, svaluta la capacità critica degli psicologi e produce un paradosso clinico che colpisce invio e orientamento. Confini chiari e rispetto reciproco, invece, proteggono collaborazione e fiducia dei cittadini.
Enrico Rizzo, Psicologo della Sessualità Maschile, Sessuologo Clinico (Palermo)
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