La sindrome dell’impostore nello psicologo non si presenta sempre come “non sono capace”. In alcuni contesti prende una forma più specifica: la sensazione che la cura psicologica sia pienamente legittima solo quando viene chiamata psicoterapia, o quando arriva un riconoscimento esterno che “autorizza” simbolicamente a intervenire. In questa cornice, lo psicoterapeuticocentrismo e la psicologofobia interiorizzata possono diventare due amplificatori potenti: trasformano un dubbio utile in una rinuncia abituale.
Qui non si mette in discussione il valore della formazione, della supervisione e dei confini di competenza. Il punto è un altro: capire quando il dubbio smette di guidare e inizia a bloccare.
Che cosa si intende per sindrome dell’impostore
Con “sindrome dell’impostore” si indica di solito un insieme di vissuti: paura di essere “smontati”, attribuzione dei risultati al caso, tendenza a sentirsi meno legittimi di quanto dicano le competenze reali. È importante dirlo in modo netto: non è una diagnosi clinica ufficiale, ma un’etichetta descrittiva (in letteratura spesso chiamata impostor phenomenon). Usata bene, aiuta a leggere una dinamica. Usata male, diventa un marchio identitario.
In questa sede interessa una variante particolare: quando la sindrome dell’impostore nello psicologo non riguarda solo l’autostima personale, ma la legittimità percepita del proprio ruolo curativo.
Lo psicoterapeuticocentrismo come cornice culturale
Lo psicoterapeuticocentrismo è una distorsione culturale: tende a far coincidere la cura psicologica con un solo paradigma e con una sola etichetta, oscurando la pluralità del trattamento psicologico e degli atti tipici dello Psicologo (prevenzione, diagnosi, sostegno, abilitazione-riabilitazione e interventi clinici strutturati).
Quando questa cornice diventa dominante, accade una cosa semplice e insidiosa: ciò che non viene chiamato “psicoterapia” rischia di essere percepito come “meno serio”, “meno efficace” o “meno legittimo”, anche quando è ben progettato, ben condotto e ben monitorato.
Psicologofobia interiorizzata: quando il pregiudizio entra dentro
La psicologofobia interiorizzata è il passaggio successivo: non serve più un messaggio svalutante dall’esterno. Il professionista può assorbire quel clima e ripetersi, magari senza accorgersene, frasi del tipo: “Se non è psicoterapia, allora non è vera cura” oppure “se non c’è una qualifica che mi tranquillizza, è meglio non prendere in carico”.
Non è un giudizio morale, e non è una diagnosi. È un modo di descrivere un effetto culturale: il pregiudizio diventa auto-valutazione.
Dal dubbio utile al dubbio che paralizza
Una quota di dubbio è fisiologica e protettiva. Invita a valutare risorse, definire obiettivi realistici, stimare rischi, chiedere supervisione, scegliere strumenti proporzionati e, se necessario, inviare.
Il problema nasce quando il dubbio diventa un’abitudine all’astensione. Invece di orientare, blocca. Invece di chiarire, confonde. E può mascherarsi da prudenza: “Non intervengo perché sono responsabile”. Ma la responsabilità clinica, di solito, somiglia di più a questo: “Si interviene entro i confini della competenza, si monitora, si ricalibra, e se emergono segnali di complessità o rischio si invia o si co-gestisce”.
In questa dinamica, lo psicoterapeuticocentrismo fa spesso da sfondo: trasforma una parola in un passaporto simbolico e tutto il resto in “zona grigia”. È lì che la sindrome dell’impostore nello psicologo trova terreno fertile.
Segnali pratici di questa forma “professionale”
Quando la sindrome dell’impostore nello psicologo prende questa piega, i segnali più comuni possono essere:
- bisogno di un’etichetta “più alta” per descrivere interventi già clinicamente fondati;
- svalutazione automatica di sostegno, prevenzione e abilitazione-riabilitazione come se fossero “non-terapia”;
- rinvii sistematici non motivati clinicamente, ma motivati dall’ansia di “stare al sicuro”;
- iper-controllo del linguaggio: evitare qualunque parola che suoni curativa, anche quando descrive funzioni reali;
- richiesta continua di legittimazione esterna, come se la competenza non fosse mai abbastanza.
Un esempio tipico, in forma generale: una presa in carico su stress, insonnia, ansia situazionale o difficoltà di adattamento viene rimandata non perché manchino strumenti, ma perché “non suona abbastanza” come psicoterapia. Il risultato pratico è che la persona resta in attesa di un’etichetta invece che ricevere un intervento proporzionato.
Nome, funzione e qualità: tre piani diversi
Un equivoco frequente sta qui: confondere il nome con la funzione, e la funzione con la qualità.
La qualità di un intervento non dipende dall’etichetta. Dipende da obiettivi chiari, valutazione iniziale, consenso informato, monitoraggio degli esiti, competenza, supervisione quando serve, setting coerente, gestione del rischio e rispetto del Codice Deontologico – testo vigente (CNOP).
Il trattamento psicologico, quando è ben fatto, è cura a pieno titolo. La prevenzione è cura. Il sostegno è cura. L’abilitazione-riabilitazione è cura. Non sono “categorie minori”: sono funzioni diverse, spesso integrate nello stesso percorso.
Come interrompere il circuito senza cadere negli estremi
Uscire da questo circuito non significa banalizzare la formazione né negare i limiti. Significa passare da un criterio identitario (“posso solo se mi sento legittimato”) a un criterio clinico (“posso entro competenza e con obiettivi proporzionati”).
Quattro mosse pratiche aiutano:
- riportare la bussola sulla domanda clinica: obiettivo di oggi, rischio, strumenti proporzionati, piano di monitoraggio;
- rendere visibile la competenza già presente: valutazione, formulazione del caso, psicoeducazione, lavoro su coping, regolazione emotiva, abilità, funzionamento, alleanza;
- usare la supervisione come strumento di qualità, non come tribunale di legittimità;
- chiarire confini reali e dinamici: si interviene entro competenza; se emergono complessità o rischio si invia o si co-gestisce.
In altre parole: prudenza non significa sparire. Prudenza significa intervenire bene.
Chiusura
Questa forma particolare della sindrome dell’impostore nello psicologo non nasce per forza da scarsa preparazione. Spesso nasce da una legittimità percepita fragile, alimentata da lo psicoterapeuticocentrismo e rinforzata dalla psicologofobia interiorizzata.
Quando questi due fattori vengono riconosciuti per ciò che sono (cornici culturali, non verità assolute), si libera spazio mentale. E in quello spazio torna una postura professionale più solida: competenza, responsabilità, confini chiari e cura psicologica proporzionata. Non perfetta. Reale. Utile.
Enrico Rizzo, Psicologo, Palermo




