
E perché, fuori da quel perimetro, la “formazione in psicoterapia” non è qualcosa di diverso dalla formazione in psicologia clinica
Negli ultimi anni si è diffusa una convinzione tanto pervasiva quanto fragile: che al di fuori delle Scuole di Psicoterapia esista una sorta di “zona grigia”, in cui la formazione in psicoterapia sarebbe in qualche modo impropria o illegittima, soprattutto per chi non è allievo di una Scuola o non è già autorizzato alla psicoterapia. Da questa convinzione derivano paure, autocensure e, soprattutto, una compressione non necessaria della libertà formativa degli Psicologi.
Per affrontare seriamente la questione bisogna prima di tutto fare ordine concettuale. Molta della confusione nasce dal fatto che si sovrappongono piani diversi: il piano della conoscenza, quello dell’esercizio professionale e quello della comunicazione al pubblico. Quando questi livelli vengono fusi, lo studio viene scambiato per esercizio, la formazione per autorizzazione e l’etichetta per sostanza.
Fuori dalle Scuole di Psicoterapia, ciò che viene chiamato “formazione in psicoterapia” esiste eccome come formazione, e può essere anche di altissimo livello. Quello che non esiste, o meglio che non regge, è l’idea che essa sia una categoria di contenuti clinici intrinsecamente diversa dalla formazione in psicologia clinica e terapia psicologica, come se ci fossero conoscenze “psicoterapeutiche” ontologicamente separate e riservate.
Il punto centrale, quindi, non è negare la formazione. È chiarire cosa sia davvero. Il vincolo, quando esiste, riguarda l’uso dell’etichetta “psicoterapia” nell’esercizio e nella comunicazione al pubblico, non lo studio né l’apprendimento delle tecniche. Studiare non è esercitare. Formarsi non equivale a dichiararsi. Apprendere non coincide con l’uso di una qualifica.
Quando si entra nel merito dei contenuti, la questione diventa molto più semplice. Si studiano modelli teorici, si apprendono tecniche psicologiche, si lavora su strumenti di valutazione, conduzione del colloquio, processi di cambiamento, funzionamento, relazione, sintomi, emozioni e significati. Questo è il cuore della psicologia clinica. Ed è anche ciò che, nella pratica, viene spesso chiamato psicoterapia.
Per questo, quando un ente propone come “psicoterapia” contenuti che qualunque Psicologo potrebbe apprendere e utilizzare legittimamente all’interno dei propri atti tipici con altri nomi, non sta insegnando qualcosa di ontologicamente diverso. Sta insegnando le stesse conoscenze, ma caricandole di un significato simbolico più forte.
In questo senso, la formulazione corretta è la seguente: fuori dalle Scuole non si acquista psicoterapia come titolo o come patente, ma si acquisiscono competenze cliniche psicologiche avanzate. Il problema nasce quando queste competenze vengono narrate come se fossero “altro”, “superiore” o implicitamente autorizzante. In quel caso non è la formazione a essere discutibile, ma la narrazione che confonde lo studio con un titolo e la competenza con un’etichetta.
Perché allora parlare di psicoterapia e non di psicologia clinica o di terapia psicologica?
Perché la parola “psicoterapia” è stata progressivamente caricata di prestigio, fino a diventare un marcatore identitario. Evoca profondità, cura autentica, competenza superiore. La psicologia, al contrario, è stata culturalmente ridotta, semplificata, a volte persino svalutata. La terapia psicologica è stata meno visibile, pur essendo attività di cura a pieno titolo.
In questo contesto, usare la parola “psicoterapia” diventa una scorciatoia comunicativa. Evita di spiegare, rassicura il mercato, promette implicitamente uno status. Ma questa promessa non è contenuta nel contenuto formativo: è aggiunta dal linguaggio.
Ed è qui che si arriva al chiarimento decisivo. Al di fuori delle Scuole di Psicoterapia, la “formazione in psicoterapia” non è psicoterapia come etichetta di esercizio professionale, e soprattutto non è una formazione clinica di natura diversa dalla psicologia clinica. Esiste formazione clinica avanzata che viene spesso chiamata con un’etichetta più pesante e prestigiosa. La formazione è reale; l’eventuale bluff, quando c’è, non è nello studio, ma nell’aura simbolica e nella promessa implicita di status.
Questo non significa che quei corsi siano inutili, né che chi li frequenta stia sbagliando. Esistono corsi eccellenti e docenze di grande valore; il punto non è la qualità didattica, ma l’uso dell’etichetta. Studiare è lecito, anche per chi non è allievo di una Scuola e anche per chi non è autorizzato alla psicoterapia. Applicare ciò che si è studiato all’interno degli atti tipici dello Psicologo, descrivendolo correttamente come sostegno, prevenzione, abilitazione o riabilitazione psicologica, è lecito. Ciò che non è lecito è confondere questo piano con l’uso di un’etichetta che appartiene a una cornice formale diversa.
Quando si torna al contenuto reale, tutto diventa improvvisamente semplice. Si insegna psicologia clinica. Si trasmettono tecniche psicologiche. Si forma alla cura psicologica. Il resto è linguaggio. E il linguaggio, quando non viene interrogato, diventa potere.
Rimettere in ordine le parole non serve a sminuire la formazione. Serve a liberare la professione da una gerarchia simbolica che non ha fondamento tecnico né scientifico, e a restituire agli Psicologi la piena legittimità di studiare, conoscere, applicare e chiamare correttamente ciò che fanno. Lo Psicologo cura. La formazione clinica è libertà. L’etichetta non può diventare una gabbia.
