
Perché preferisco partire dalla terapia psicologica individuale
Quando una persona chiede se svolgo terapia di coppia, raramente sta ponendo una domanda neutra. Nella maggior parte dei casi sta cercando uno spazio in cui il dolore relazionale possa finalmente fermarsi, essere contenuto, messo in parola. È una richiesta comprensibile. Ed è proprio per questo che ritengo fondamentale chiarire perché, nel mio lavoro clinico, preferisco partire dalla terapia psicologica individuale, anche quando il problema viene vissuto come “di coppia” o “sessuale”.
Non è una posizione ideologica e non è una svalutazione della terapia di coppia. È una scelta clinica che nasce dall’osservazione di ciò che spesso si muove dietro la richiesta esplicita.
Molte crisi relazionali non nascono realmente “tra due persone”, ma nel modo in cui ciascuna persona vive la relazione dentro di sé: insicurezza, paura dell’abbandono, bisogno di controllo, difficoltà a fidarsi, vergogna, rabbia trattenuta, dipendenza affettiva. La coppia diventa il luogo in cui questi vissuti emergono e si amplificano, ma non sempre il luogo in cui possono essere curati direttamente.
Quando la sofferenza è alta, il funzionamento emotivo individuale è spesso già compromesso. L’allarme interno è elevato, il corpo è in difesa, la mente cerca spiegazioni e certezze. In queste condizioni, lavorare subito in due può trasformare la terapia in un confronto tra difese più che in un processo di cura. Non perché la terapia di coppia non sia valida, ma perché richiede una stabilità minima che, in molti casi, non è ancora presente.
La terapia psicologica individuale offre uno spazio protetto in cui la persona non deve difendersi, non deve dimostrare di avere ragione, non deve temere ritorsioni emotive una volta uscita dallo studio. Può fermarsi, ascoltarsi, riconoscere cosa si attiva dentro, quali schemi si ripetono, quali bisogni restano inascoltati. È qui che lo Psicologo può lavorare sul sostegno, sulla prevenzione, sulla diagnosi del funzionamento e, quando necessario, sull’abilitazione e riabilitazione delle competenze emotive e relazionali.
Quando la terapia di coppia diventa uno spazio di confessione
C’è un aspetto molto frequente, ma poco esplicitato, che merita di essere nominato con chiarezza. Spesso dietro la richiesta di terapia di coppia c’è il desiderio, più o meno consapevole, di confessarsi davanti al partner o di spingere il partner a confessare qualcosa.
La terapia viene cercata come spazio protetto in cui dire una verità difficile: un tradimento, un desiderio non detto, una doppia vita, una colpa. In alcuni casi questo bisogno è reale e può essere lavorato con attenzione, tempi giusti e responsabilità. Il problema nasce quando non c’è nulla da confessare, ma uno dei due partner è convinto che quella verità esista comunque.
Qui la terapia di coppia rischia di trasformarsi in un dispositivo di pressione. Uno dei due arriva con un’idea già formata: “qualcosa è successo”, “so che mi ha tradito”, “prima o poi lo dirà”. La relazione entra in una dinamica in cui il conflitto non può finire finché l’altro non confessa qualcosa che, in realtà, potrebbe non essere mai accaduto.
In questi casi non siamo di fronte a un semplice problema di comunicazione di coppia. Spesso siamo di fronte a un problema di fiducia, insicurezza, gelosia, bisogno di controllo e regolazione emotiva. Il partner sospettato può negare sinceramente, ma la negazione non viene accettata come verità. Ogni spiegazione diventa prova di colpevolezza, ogni tentativo di rassicurazione viene letto come difesa.
Se non attentamente valutata, la terapia di coppia può finire per colludere con questa dinamica. Il setting rischia di diventare uno spazio di interrogatorio emotivo, in cui uno dei due è implicitamente sotto accusa e l’altro attende una confessione che confermi il proprio sentire. In questo contesto il terapeuta può essere investito, senza volerlo, del ruolo di giudice o di “estrattore di verità”. E quando la terapia viene usata per dimostrare qualcosa, il lavoro clinico si blocca: perché si lavora sulla colpa e non sul funzionamento.
Queste dinamiche possono comparire in qualunque setting, ma nel lavoro a due è più facile che si trasformino in una ricerca di verdetto. Non sto parlando di colpe, né sto “etichettando” le persone. Sto descrivendo un meccanismo comune quando l’allarme interno è alto e la mente cerca certezze per calmarsi. Il punto clinico è capire se la coppia sta cercando comprensione o un verdetto.
Gelosia, sospetto e bisogno di certezza
Quando una persona è convinta che l’altro abbia fatto qualcosa di grave, anche senza prove reali, spesso sta cercando certezza per placare un’angoscia profonda. Il problema è che la certezza cercata non è mai sufficiente. Anche una confessione, se non si lavora sul funzionamento sottostante, non risolve davvero. Il sistema resta lo stesso e troverà un nuovo motivo per riattivarsi.
In queste situazioni la coppia resta bloccata. Il conflitto non può chiudersi perché non c’è una verità condivisa che possa chiuderlo. E finché l’altro non “ammette”, la tensione continua.
È per questo che, in presenza di sospetto persistente, bisogno di controllo, convinzioni rigide che non si modificano neppure di fronte a rassicurazioni coerenti, o dinamiche che tendono alla pressione emotiva, partire dalla terapia psicologica individuale è spesso la scelta più sicura e più curativa. Se c’è paura, coercizione o un senso di minaccia, la priorità diventa la sicurezza e un lavoro individuale può essere necessario prima di qualunque intervento a due. Non per “proteggere” qualcuno, ma per evitare che il setting venga usato come strumento di pressione e per lavorare su sicurezza interna, fiducia, regolazione emotiva, limiti, bisogni e paure.
In ambito sessuologico
In sessuologia clinica questo meccanismo è ancora più evidente. La sessualità tocca identità, valore personale, desiderabilità, vergogna. Quando qualcosa non funziona, o quando emerge una fantasia, una pratica, un calo del desiderio, è facile che uno dei due partner cerchi una spiegazione unica e definitiva: “c’è qualcun altro”, “non mi dice tutto”, “nasconde qualcosa”.
Etichette come “perverso”, “bugiardo”, “malato” non sono diagnosi: spesso sono tentativi di dare un senso a un dolore che spaventa. Quando compaiono etichette moralizzanti o offensive, il lavoro clinico non è ripeterle, ma tradurle in vissuti, confini e bisogni. E spesso, per farlo, serve uno spazio individuale in cui la persona possa sentirsi al sicuro, senza trasformare la paura in attacco e senza trasformare l’incertezza in interrogatorio.
La terapia sessuologica individuale permette di lavorare sul funzionamento interno: ridurre l’allarme, sciogliere l’ipercontrollo, lavorare su fiducia e sicurezza, recuperare contatto con il corpo e con il proprio mondo emotivo. Senza questo passaggio, la terapia di coppia rischia di diventare un palcoscenico di sospetto.
La mia posizione clinica
Per questi motivi preferisco la terapia psicologica individuale come porta d’ingresso, anche quando la richiesta è formulata come “problema di coppia” o “problema sessuale”. Non esclude il lavoro di coppia, ma lo rende possibile, se e quando è indicato.
La terapia di coppia cura quando serve a comprendere.
Fallisce quando serve a dimostrare, a confessare forzatamente o a estrarre una verità presunta.
Nella mia esperienza, quando una persona ritrova sicurezza interna, capacità di regolarsi emotivamente e chiarezza sui propri bisogni, cambia il suo modo di stare nella relazione. E spesso, curando il singolo, anche la coppia smette di essere un campo di battaglia.
Enrico Rizzo, Psicologo e Sessuologo Clinico
(Studio di Psicologia e Sessuologia Clinica, Palermo)


