La terapia personale dello Psicologo può essere una risorsa, ma non certifica competenza. Cosa dice la ricerca e cosa valutare davvero in un professionista.
La terapia personale rende un terapeuta “più bravo”?
Si sente spesso dire: “se hai fatto terapia personale, sei un terapeuta migliore”. È un’idea rassicurante, perché trasforma una questione complessa (la qualità clinica) in un indicatore semplice.
Il punto è che quell’indicatore, da solo, non regge. La letteratura sulla terapia personale dei terapeuti riporta spesso studi basati su percezioni ed esperienze riferite, mentre le prove di un effetto diretto, stabile e misurabile sugli esiti dei pazienti restano limitate e metodologicamente difficili da dimostrare.
Questo non significa “la terapia personale non serve”. Significa una cosa più precisa: può essere una risorsa, anche importante. Ma non è una garanzia automatica di competenza.
“Ha fatto terapia” è un dato povero, se resta isolato
Quando un collega dice di aver fatto terapia personale, in realtà sappiamo pochissimo. Non sappiamo da dove partiva, con quali obiettivi, con che motivazione, che continuità, che fase di vita.
Soprattutto non sappiamo la qualità del percorso: alleanza, setting, metodo, gestione dei passaggi critici, eventuali ricadute, esiti soggettivi. Per questo il dato “ha fatto terapia” descrive un’esperienza, non misura una capacità clinica.
E c’è un altro dettaglio che spesso si evita: esistono terapie utili, terapie inconcludenti e terapie che, in certi momenti, possono persino lasciare più confusione o stanchezza, come può accadere in qualunque percorso complesso. Anche qui: non è un giudizio sulle persone, è un promemoria di realtà. Un percorso personale non è una medaglia standardizzabile.
Percorsi incomparabili: fare classifiche è un errore
Ogni terapia è unica. Cambiano tempi, relazione, durata, motivazione, contesto, orientamento, qualità del professionista, obiettivi. Metterle in graduatoria (“più terapia = più competenza”) è un salto logico.
Se vogliamo parlare seriamente di qualità clinica, la domanda utile non è “quanta terapia personale hai fatto?”, ma “come lavori?”. E qui entrano variabili osservabili: ragionamento sul caso, capacità di alleanza, uso del metodo, qualità della comunicazione, gestione dei limiti, aggiornamento, confronto tra pari, supervisione.
In altre parole: la competenza non si conta. Si osserva.
Quando la terapia personale diventa ideologia: lo psicoterapeuticocentrismo interiorizzato
La terapia personale diventa un problema quando smette di essere una possibilità e viene trasformata in un criterio identitario: “io sono più autentico”, “io sono più profondo”, “io sono più legittimato alla cura”.
Qui non stiamo più parlando di cura o di crescita. Stiamo parlando di gerarchie morali dentro la professione. È lo psicoterapeuticocentrismo interiorizzato: l’idea che la legittimazione alla cura psicologica passi da un rito, invece che dalla competenza reale e verificabile.
E, paradossalmente, questo modo di usarla finisce per svuotare proprio il senso della terapia personale: che non nasce per alzare il proprio status, ma per capire meglio sé stessi e lavorare con più responsabilità.
Deontologia: cosa conta davvero per la qualità professionale
Il Codice Deontologico – testo vigente (CNOP) richiama criteri concreti: mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento, riconoscere i limiti della propria competenza e usare strumenti per cui si ha adeguata competenza.
Questa è la cornice più solida: non “hai fatto terapia personale?”, ma “lavori con competenza, responsabilità e nei limiti appropriati?”.
E questo è anche il modo più corretto di tutelare l’utenza: con standard di qualità professionale osservabili, non con simboli identitari.
La terapia personale può essere utile (ma non è l’unica via)
Le revisioni riportano in molti studi impatti perlopiù positivi su variabili come abilità interpersonali, self-perception, comprensione del lavoro terapeutico, benessere e sollievo, con limiti metodologici frequenti (molti self-report) e variabilità nelle esperienze.
A crescere davvero, di solito, è l’intreccio: studio serio, esperienza, supervisione, confronto tra pari, aggiornamento, pratica deliberata, capacità di rivedere il proprio lavoro senza difendersi. Inoltre, una revisione sulle caratteristiche del terapeuta evidenzia che i terapeuti più efficaci sembrano caratterizzati da capacità interpersonali coltivate professionalmente, e che la self-perception del terapeuta può avere un ruolo, non sempre nella direzione “idealizzata”. Questi dati non dicono che la terapia personale sia la causa di tali capacità: descrivono associazioni tra caratteristiche del terapeuta e outcome.
Come valutare un professionista, in pratica
Se vuoi restare sul concreto (e aiutare davvero le persone a scegliere), io guarderei segnali semplici e verificabili:
- chiarezza su obiettivi, percorso e confini del lavoro;
- capacità di spiegare cosa sta facendo e perché, in modo comprensibile;
- attenzione a consenso informato, riservatezza, appropriatezza e invii quando servono;
- disponibilità a monitorare l’andamento (anche con strumenti o check clinici, quando utili);
- presenza di supervisione e confronto professionale come pratica di qualità, non come “confessione di debolezza”;
- stile relazionale: rispetto, affidabilità, continuità, capacità di riparare gli inciampi dell’alleanza.
Questi elementi dicono molto di più della frase “ho fatto terapia personale”.
Conclusione
La terapia personale dello Psicologo può essere una risorsa importante. Può favorire consapevolezza, responsabilità e tenuta nel lavoro clinico.
Ma non certifica automaticamente competenza, efficacia o qualità clinica. Diventa un problema quando viene usata come criterio di superiorità o come arma culturale per giudicare chi ha fatto scelte diverse.
La qualità professionale si vede altrove: competenza reale, etica, formazione, supervisione, aggiornamento e capacità di cura concreta. La terapia personale resta una possibilità. Non un titolo di merito.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps.
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