Quello che segue esprime la mia opinione personale, maturata osservando nel tempo le dinamiche comunicative tra colleghi e riflettendo su cosa significhi davvero avere una postura terapeutica. Non sto facendo diagnosi su nessuno né attribuendo etichette definitive alle persone. Non sostengo che da un singolo commento online si possa dedurre con certezza come un professionista lavori in seduta.
Sto affrontando un tema più circoscritto: il rapporto tra postura relazionale e competenza terapeutica, così come può emergere da comportamenti osservabili, soprattutto nello spazio pubblico professionale.
Il problema osservabile: quando la comprensione lascia spazio alla reazione
Accade che un testo venga letto non per essere compreso ma per essere confutato. Invece di chiedere chiarimenti, si reagisce con attribuzioni di intenzioni, giudizi rapidi, attacchi personali.
Quando entrano in gioco identità professionali e convinzioni radicate, può attivarsi una dinamica difensiva: il dissenso viene percepito come minaccia e la reazione prende il posto dell’analisi.
Non mi riferisco a un episodio isolato. Mi riferisco a uno stile comunicativo che, quando diventa ricorrente, merita una riflessione perché riguarda il modo in cui una comunità professionale discute e si corregge.
Un possibile nodo dei fraintendimenti: lo schema linguistico “due figure”
In molti scambi tra colleghi si nota un’abitudine linguistica: contrapporre “lo psicologo” e “lo psicoterapeuta” come se fossero due entità giuridiche distinte. Non sto parlando di una persona in particolare, ma di uno schema mentale diffuso che influenza il modo in cui vengono letti certi contenuti.
Quando si parte da questo presupposto, un testo che ribadisce che la cura psicologica compete allo Psicologo (e al Medico) e che l’attività psicoterapeutica è esercitata secondo le regole previste può essere interpretato come provocazione o svalutazione, anche se non lo è.
In questi casi il confronto rischia di spostarsi dal merito alla difesa identitaria.
Il principio centrale: prima comprendere, poi giudicare
Per me qui sta il criterio di base.
In clinica nessun professionista serio dovrebbe scambiare un’interpretazione per un fatto. Non dovrebbe attribuire intenzioni senza verificarle. Non dovrebbe concludere prima di aver raccolto elementi sufficienti.
La stessa regola dovrebbe valere nel confronto tra colleghi.
Un professionista maturo tende a:
- chiedere chiarimenti prima di criticare;
- verificare di aver compreso l’intenzione comunicativa;
- distinguere il contenuto dalla persona;
- trattare le proprie letture come ipotesi, non come sentenze.
Questo non è buonismo. È competenza relazionale.
Dalla postura alla coerenza
Se la postura terapeutica è realmente interiorizzata, tende a manifestarsi anche nei momenti di dissenso. Se invece è esercitata prevalentemente come ruolo, può diventare più fragile quando l’identità viene sollecitata.
Qui non si tratta di moralità o superiorità. Si tratta di coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si pratica.
Un terapeuta coerente mantiene curiosità, rispetto e contenimento anche quando è contrariato. Un terapeuta meno integrato può mostrare competenza tecnica ma perdere equilibrio nel conflitto, trasformando il confronto in attacco personale o svalutazione.
Questo non permette di stabilire automaticamente la qualità del lavoro clinico, ma consente di osservare una modalità relazionale.
L’empatia: disposizione stabile o comportamento situazionale?
L’empatia non è una procedura applicabile a comando. Non è un protocollo attivabile solo nel setting. È una disposizione relazionale che, quando è interiorizzata, tende a costituire uno stile di fondo.
Questo non significa che un terapeuta debba essere sempre empatico in ogni contesto della vita. Significa però che, quando l’empatia è autentica, si esprime come tendenza a comprendere prima di reagire, a sospendere il giudizio prima di attaccare, a chiedere prima di concludere.
Se una persona manifesta empatia esclusivamente in seduta e, nei contesti pubblici o professionali, mostra in modo ricorrente aggressività o attribuzioni di intenzioni senza verifica, è legittimo interrogarsi sulla coerenza tra postura dichiarata e postura effettiva. Non è una sentenza. È una domanda di coerenza.
In questo senso si può parlare di differenza tra empatia interiorizzata ed empatia situazionale.
Essere terapeuta e fare il terapeuta
Fare il terapeuta significa applicare tecniche, modelli, strumenti.
Essere terapeuta significa aver integrato i valori che regolano la relazione.
Chi ha interiorizzato tali valori tende a:
- dubitare prima di concludere;
- chiedere prima di giudicare;
- contenere la reazione prima di esprimerla;
- distinguere tra fatti e interpretazioni;
- mantenere rispetto anche nel conflitto.
Chi applica regole senza averle integrate può risultare formalmente corretto ma meno stabile sotto pressione.
La differenza emerge soprattutto quando il dissenso è reale.
Cosa si può dedurre dai comportamenti pubblici (e cosa no)
È necessario essere rigorosi.
Non si può diagnosticare una persona da un commento online.
Non si può affermare con certezza che un comportamento pubblico determini automaticamente la qualità clinica.
Si può però osservare che giudizi frettolosi, attacchi personali e attribuzioni di intenzioni senza verifica indicano una difficoltà nel contenere il giudizio e regolare la reazione. Per una professione fondata sulla relazione, questo elemento non è secondario.
Se un professionista mostra con frequenza questo tipo di modalità comunicativa, è ragionevole interrogarsi se e in che misura i principi studiati siano stati interiorizzati. È una domanda legittima, non una condanna.
Come può orientarsi un lettore o un paziente
Un cittadino può osservare segnali concreti:
- il professionista chiede chiarimenti o conclude immediatamente?
- resta nel merito o passa alla persona?
- riconosce la possibilità di aver frainteso?
- usa il titolo per spiegare o per chiudere il confronto?
- mantiene rispetto anche quando non è d’accordo?
Non è una formula matematica. È un criterio di buon senso applicato alla relazione.
Conclusione
La formazione può essere preziosa. Ma non garantisce automaticamente maturità, contenimento e postura integrata. La competenza terapeutica non si proclama: si manifesta.
E spesso si manifesta nella cosa più semplice e più impegnativa insieme: comprendere prima di giudicare.
Se qualcuno non condivide queste riflessioni, il confronto nel merito è sempre possibile. Discutere idee rafforza una professione. Personalizzare il dissenso la indebolisce.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps.




