Nel linguaggio comune capita spesso di definire “narcisista” un professionista che appare molto centrato su sé stesso, svalutante, bisognoso di ammirazione o incapace di reggere il confronto. In un testo serio, però, è utile partire da una distinzione netta: una cosa è formulare una diagnosi di personalità, altra cosa è riconoscere segnali relazionali e deontologici che possono rendere una cura poco sicura, poco rispettosa o poco utile. Il punto, quindi, non è etichettare il professionista a distanza, ma osservare comportamenti concreti. Questa prudenza è coerente anche con il Codice Deontologico vigente, che vincola tutti gli iscritti all’Albo e richiede che giudizi e valutazioni professionali si fondino su conoscenza diretta o documentazione adeguata e attendibile.
Un primo segnale da osservare è la centralità eccessiva del professionista. Un clinico sano mette al centro il paziente e il lavoro di cura. Un clinico problematico tende invece a mettere al centro sé stesso: il proprio prestigio, il proprio metodo, il proprio curriculum, la propria eccezionalità. Indicare titoli, formazione e specializzazioni è del tutto legittimo. Il problema nasce quando attestati, certificazioni e curriculum vengono esibiti con un’enfasi sproporzionata, come se servissero più a impressionare, intimidire o zittire domande che a informare davvero. Il Codice consente la pubblicità informativa, ma richiede che sia trasparente, veritiera, scientificamente seria e rispettosa del decoro professionale.
Un secondo segnale importante è la svalutazione abituale degli altri colleghi. Un professionista serio può criticare idee o condotte e, se ravvisa scorrettezze rilevanti, deve segnalarle nelle sedi competenti. Diverso è il caso di chi sembra avere costante bisogno di apparire superiore demolendo gli altri. Il Codice dice chiaramente che lo Psicologo si astiene dal dare pubblicamente giudizi negativi lesivi del decoro e della reputazione professionale dei colleghi. Per questo una postura pubblica stabilmente sprezzante, umiliante o delegittimante è già un campanello d’allarme concreto.
Va osservato con attenzione anche il modo in cui il professionista parla degli altri pazienti. Quando usa esempi troppo riconoscibili, commenta in modo giudicante o racconta casi con leggerezza, non c’è solo un problema di stile. C’è un problema serio di riservatezza e di uso del potere professionale. Il Codice impone il segreto professionale e tutela le informazioni apprese nel rapporto clinico. Se oggi un professionista tratta così altri pazienti, è ragionevole domandarsi come potrebbe trattare domani chi ha davanti.
Un altro segnale forte è la scarsa tolleranza al dissenso. Quando il paziente chiede chiarimenti, esprime un dubbio, riferisce di non sentirsi compreso o prova a ridefinire gli obiettivi del lavoro, il professionista maturo resta nel dialogo. Può non essere d’accordo, ma spiega, argomenta, ascolta e rilavora. Il professionista troppo autoreferenziale, invece, tende più facilmente a offendersi, irrigidirsi, colpevolizzare il paziente o trasformare ogni critica in una prova della sua presunta resistenza, immaturità o incapacità di affidarsi. Qui il riferimento utile è anche NICE: la decisione condivisa è un processo collaborativo in cui professionista e persona lavorano insieme, con informazioni comprensibili, opzioni chiare, benefici, rischi e conseguenze discussi apertamente. Quando questo spazio sparisce, la relazione rischia di diventare unilaterale.
C’è poi il tema della responsabilità per i propri errori. Un professionista serio può sbagliare, ma dovrebbe essere in grado di rivedere una formulazione, correggere un tono, riparare una rottura e cambiare ipotesi di lavoro se qualcosa non funziona. Il Codice richiama la responsabilità professionale e impone di astenersi dall’attività quando propri problemi o conflitti personali interferiscono con l’efficacia delle prestazioni e le rendono inadeguate o dannose. Quando invece ogni difficoltà viene attribuita sempre e solo al paziente, è lecito chiedersi se non ci sia un problema serio di assetto relazionale.
Un altro indicatore importante è la tendenza a creare dipendenza invece che autonomia. Una buona cura può essere intensa, profonda e anche lunga, ma non dovrebbe far sentire la persona sempre più piccola, confusa o dipendente dalla superiorità del professionista. Se il clinico scoraggia il confronto con altri pareri, fa sentire il paziente in colpa quando mette in discussione il percorso, o lascia intendere che solo lui possa capire davvero, la relazione diventa meno sicura. Il Codice vieta di usare il ruolo professionale per assicurare a sé o ad altri indebiti vantaggi e impone il rispetto della libertà e dell’autonomia della persona.
Va osservata anche la vaghezza cronica del metodo. Non perché ogni cura debba essere rigida o protocollare, ma perché una terapia seria non dovrebbe perdersi per mesi in racconti senza formulazione, impressioni senza rotta e interpretazioni suggestive senza verifica. Quando un professionista parla molto, affascina molto, ma non chiarisce mai obiettivi, metodo, direzione e criteri per capire se il lavoro sta aiutando, il rischio è che la relazione ruoti più attorno al suo stile che alla cura del paziente. Il Codice richiede che, nella fase iniziale del rapporto professionale, lo Psicologo fornisca informazioni adeguate e comprensibili sulle prestazioni, sulle finalità, sulle modalità del lavoro e sui limiti giuridici della riservatezza. NICE insiste sul fatto che le persone debbano poter capire opzioni, benefici, rischi e conseguenze.
Anche i confini meritano molta attenzione. I professionisti con tratti molto autoreferenziali tendono a vivere i confini come ostacoli alla propria centralità, non come protezioni per il paziente. Questo può manifestarsi in molti modi: eccessiva confidenza precoce, messaggi ambigui, bisogno di essere speciali nella vita del paziente, uso della seduta per ottenere gratificazione personale, pressione implicita a compiacere il clinico. Su questo il Codice è netto: lo Psicologo evita commistioni tra ruolo professionale e vita privata e non instaura relazioni personali significative che compromettano l’assetto corretto del rapporto professionale.
Va chiarito, poi, un punto importante: lo psicoterapeuticocentrismo può essere uno dei tratti presenti in alcuni terapeuti molto autoreferenziali, grandiosi o svalutanti, perché tende a costruire una gerarchia implicita della cura in cui il proprio ruolo appare superiore agli altri. Tuttavia, essere psicoterapeuticocentrico non significa automaticamente essere narcisista. Lo psicoterapeuticocentrismo è prima di tutto una cornice culturale, ideologica o professionale: può derivare da formazione, appartenenza teorica, abitudine di ambiente, conformismo o rigidità concettuale, senza che questo autorizzi di per sé giudizi di personalità sul singolo collega. Per questo è più corretto criticare una visione, una postura o un assetto relazionale osservabile, piuttosto che trasformare automaticamente una posizione culturale in una diagnosi sul professionista. Anche questa prudenza è coerente con il Codice, che richiede cautela nei giudizi su casi specifici e vieta giudizi pubblici lesivi verso i colleghi.
Questi segnali si possono cogliere, almeno in parte, già prima del primo colloquio. Come si presenta il professionista? Il suo sito informa o impressiona? Spiega oppure si autocelebra? Chiarisce cornice, compenso, modalità e limiti della riservatezza, oppure lascia tutto nel vago? Risponde in modo rispettoso alle domande, oppure appare irritato, superiore o troppo seduttivo? La trasparenza, quindi, non è un favore del professionista: è parte della qualità della cura.
Naturalmente, un singolo segnale non basta per concludere che il professionista sia inadatto. Il problema nasce quando certi elementi diventano stabili: centralità esasperata del proprio ego, svalutazione degli altri, difficoltà a tollerare il dissenso, uso della seduta per confermarsi, tendenza a colpevolizzare il paziente, opacità del metodo, confini poco puliti. Più questi tratti si ripetono, più è prudente considerarli per quello che sono: fattori di rischio relazionale e clinico.
La conclusione è semplice. Più che chiedersi se il professionista sia davvero “narcisista” in senso diagnostico, conviene domandarsi questo: fa sentire il paziente più libero o più dipendente? Più compreso o più giudicato? Più orientato o più confuso? Più rispettato o più piccolo? Un buon terapeuta non ha bisogno di imporsi, di sedurre, di umiliare gli altri o di farsi adorare. Ha bisogno, piuttosto, di saper lavorare con competenza, limiti chiari, responsabilità e rispetto. Quando questa base manca, il problema non è il nome da dare al professionista. Il problema è la qualità della cura che sta offrendo.



