Quando si parla di tecniche espressive con finalità terapeutico-riabilitative dello Psicologo, si parla di strumenti professionali usati per aiutare la persona a esprimere, capire ed elaborare ciò che vive. Non sempre emozioni, conflitti, paure o difficoltà relazionali passano bene solo dalle parole. Per questo, in alcuni casi, il lavoro psicologico può usare anche gioco, disegno, scrittura, racconto, drammatizzazione, movimento e altri mediatori simbolici. Il NCCIH descrive infatti le expressive arts therapies come interventi che usano arte, musica, dramma, danza/movimento, scrittura creativa, biblioterapia, gioco e sand play nel contesto di psychotherapy, counseling, rehabilitation o medicine.
Questo riferimento non è solo teorico. Nel Nomenclatore CNOP, dentro l’area “Abilitazione e riabilitazione psicologica”, compaiono in modo espresso le voci 29 e 30: “Tecniche espressive di gruppo con finalità terapeutico-riabilitative” e “Tecniche espressive individuali con finalità terapeutico-riabilitative”. Subito dopo, alle voci 31-33, compare una sezione distinta dedicata alla psicoterapia. Questo è un punto importante, perché mostra che le tecniche espressive con finalità terapeutico-riabilitative sono riconosciute come prestazioni psicologiche e, nello stesso tempo, non vengono fatte coincidere automaticamente con la psicoterapia.
Che cosa significa “espressive”
La parola “espressive” indica soprattutto il modo in cui si lavora. Una tecnica è espressiva quando aiuta la persona a dare forma al proprio mondo interno attraverso canali diversi dalla parola diretta. Per esempio, un bambino può far emergere molto di sé nel gioco. Un adulto può capire meglio ciò che prova scrivendo, disegnando o rappresentando una scena. In altri casi, il movimento o il racconto aiutano a rendere più chiari blocchi, paure, tensioni ed emozioni che, in un colloquio solo verbale, resterebbero più confusi. Questo uso del termine è coerente con la descrizione delle expressive arts therapies fornita dal NCCIH.
Quindi “espressive” non vuol dire attività decorative o semplicemente artistiche. Vuol dire che l’espressione stessa diventa uno strumento di lavoro psicologico. Però è bene essere precisi: non ogni attività creativa, da sola, è già un intervento psicologico. Lo diventa quando è inserita in una cornice professionale seria, con finalità chiare, metodo, consenso informato e competenza. Il Codice Deontologico vigente richiede proprio questo: informazioni adeguate sulle prestazioni, sulle finalità e sulle modalità dell’intervento.
Che cosa significa “terapeutico-riabilitative”
L’espressione “terapeutico-riabilitative” indica la finalità dell’intervento. “Terapeutico” richiama la cura della sofferenza psicologica. “Riabilitativo” richiama invece il recupero o il miglioramento del funzionamento della persona. L’OMS definisce la riabilitazione come un insieme di interventi progettati per ottimizzare il funzionamento e ridurre la disabilità nelle persone con condizioni di salute in interazione con l’ambiente. Sottolinea anche che la riabilitazione aiuta le persone a essere il più possibile autonome e partecipi nella vita quotidiana.
In ambito psicologico questo significa lavorare non solo sul disagio, ma anche su regolazione emotiva, capacità relazionali, autonomia, adattamento, partecipazione, qualità della vita e funzionamento mentale, psicofisico e relazionale. Per questo la formula “terapeutico-riabilitative” è particolarmente adatta: tiene insieme la cura della sofferenza e il miglioramento del funzionamento.
Perché è corretto dire che lo Psicologo ha finalità terapeutico-riabilitative
La base principale è l’articolo 1 della Legge 56/1989. La norma dice che la professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per prevenzione, diagnosi, attività di abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico, rivolti alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Quindi la dimensione riabilitativa non è un’aggiunta esterna: è scritta nella legge professionale.
A questo si aggiunge il Codice Deontologico vigente. L’articolo 21 afferma che sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti e le tecniche conoscitive e di intervento relative ai processi psichici relazionali, emotivi, cognitivi e comportamentali, basati su principi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici. L’articolo 24 richiede di spiegare prestazioni, finalità e modalità dell’intervento. L’articolo 27 parla espressamente di rapporto terapeutico e cura. L’articolo 28 menziona interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia. Letti insieme, questi articoli confermano che il lavoro dello Psicologo non è solo descrittivo o consulenziale, ma può avere anche una finalità terapeutica e riabilitativa.
Che cosa aggiunge il Nomenclatore
Il Nomenclatore rafforza questo quadro, perché non si limita a parlare in astratto di abilitazione e riabilitazione psicologica. Inserisce proprio, in quell’area, le tecniche espressive con finalità terapeutico-riabilitative. Inoltre, nella stessa area, include anche programmi di riabilitazione di specifici deficit o disturbi comportamentali, programmi di riabilitazione del comportamento psico-sociale, terapia ricreazionale, terapia del gioco, terapia vocazionale e occupazionale, e rieducazione funzionale di specifici processi o abilità cognitive e psicomotorie. Questo rende ancora più chiaro che il lessico terapeutico-riabilitativo appartiene in modo esplicito al perimetro delle prestazioni psicologiche.
È utile aggiungere una precisazione. Il D.M. 19 luglio 2016, n. 165 riguarda i parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi e, all’articolo 1, precisa che non comporta modifiche alle competenze attribuite dalle normative vigenti alle figure professionali interessate. Quindi il suo valore, qui, è soprattutto classificatorio e ricognitivo: mostra come certe prestazioni psicologiche vengono denominate e collocate, ma non riscrive da solo l’intero perimetro delle competenze professionali.
Se stanno nell’area abilitazione-riabilitazione, significa che non possono essere usate in psicoterapia?
No. Il fatto che il Nomenclatore collochi le tecniche espressive nell’area dell’abilitazione e della riabilitazione psicologica non significa, da solo, che queste tecniche non possano mai essere usate anche in psicoterapia. Significa, più semplicemente, che il Nomenclatore le riconosce in modo esplicito come prestazioni psicologiche con finalità terapeutico-riabilitative, distinguendole dalla successiva sezione dedicata alla psicoterapia. Questa collocazione mostra quindi una finalità tipica riconosciuta, non un divieto assoluto di impiego in altri contesti clinici. Questa è un’inferenza prudente fondata sulla struttura del Nomenclatore e sul fatto che il D.M. 165/2016 non modifica le competenze delle professioni regolate.
Detto in modo semplice, una cosa è la tecnica, altra cosa è la cornice in cui la tecnica viene usata. Un disegno, un gioco, una drammatizzazione o una scrittura guidata possono essere usati in un intervento di sostegno o di riabilitazione psicologica. E, quando ricorrono i presupposti normativi e formativi richiesti per l’attività psicoterapeutica, gli stessi mediatori possono anche essere usati dentro una psicoterapia. Quello che cambia non è per forza il mezzo in sé, ma la finalità prevalente, il livello di elaborazione clinica e la cornice professionale in cui quel mezzo viene impiegato. L’articolo 3 della Legge 56/1989, infatti, subordina l’esercizio dell’attività psicoterapeutica a una specifica formazione professionale.
Il collegamento con il continuum supportivo-espressivo
Qui serve un chiarimento importante. Un collegamento tra tecniche espressive e continuum supportivo-espressivo esiste, ma non c’è una perfetta coincidenza tra i due significati della parola “espressivo”. Nel Nomenclatore, “espressive” indica soprattutto il canale o il mediatore usato nell’intervento: gioco, disegno, scrittura, racconto, movimento, drammatizzazione. Nel continuum supportivo-espressivo, invece, “espressivo” indica soprattutto il modo in cui il clinico lavora sul materiale psicologico. La letteratura sul tema descrive infatti il continuum come uno strumento per scegliere il giusto equilibrio tra interventi più supportivi e interventi più espressivi nella psicoterapia psicodinamica.
Nel polo più supportivo, il lavoro punta maggiormente su contenimento, alleanza, adattamento, definizione di obiettivi e rafforzamento di capacità psicologiche come controllo degli impulsi o esame di realtà. Nel polo più espressivo o interpretativo, il lavoro punta maggiormente su chiarificazione, confronto, interpretazione e insight. La review sul trattamento psicodinamico pubblicata su The Lancet Psychiatry parla infatti di un interpretive-supportive continuum e spiega che l’uso di interventi più supportivi o più interpretativi viene adattato ai bisogni del paziente.
Per questo il collegamento con le tecniche espressive c’è, ma va spiegato bene. Una tecnica espressiva può essere usata in modo più supportivo oppure in modo più espressivo. Per esempio, il gioco o il disegno possono servire soprattutto a contenere, rassicurare e facilitare l’espressione. Ma possono anche essere usati, in un’altra fase e in un’altra cornice, per chiarire conflitti, difese, schemi relazionali o significati più profondi del materiale emerso. Quindi il continuum supportivo-espressivo non descrive il mezzo in sé, ma il modo in cui quel mezzo viene clinicamente utilizzato.
Va però aggiunta un’ultima cautela. Il continuum supportivo-espressivo è un modello usato soprattutto nella psicoterapia psicodinamica. Per questo è meglio non trasformarlo in una classificazione generale di tutte le tecniche espressive o di tutta la psicologia clinica. Il collegamento è utile sul piano clinico, ma non va presentato come una identità teorica perfetta.
Il punto centrale
Le tecniche espressive con finalità terapeutico-riabilitative dello Psicologo sono strumenti professionali che aiutano la persona a esprimere, comprendere ed elaborare vissuti psicologici attraverso canali come gioco, disegno, scrittura, racconto, movimento o drammatizzazione. Si chiamano “espressive” perché usano l’espressione come via di accesso al mondo interno. Si chiamano “terapeutico-riabilitative” perché servono a curare la sofferenza e a migliorare il funzionamento mentale, psicofisico e relazionale. Ed è corretto dire che lo Psicologo ha anche queste finalità, perché questo emerge dalla Legge 56/1989, dal Codice Deontologico vigente e dallo stesso Nomenclatore delle prestazioni professionali.
Fonti
Normattiva, Legge 18 febbraio 1989, n. 56, artt. 1 e 3.
CNOP, Codice Deontologico vigente, in particolare artt. 21, 24, 27 e 28.
CNOP, Nomenclatore delle prestazioni dello Psicologo, voci 29-33.
Gazzetta Ufficiale / Ministero della Salute, D.M. 19 luglio 2016, n. 165.
NCCIH, Creative Art Therapies / Expressive Arts Therapies.
Oxford Academic, The Supportive–Expressive Continuum.
The Lancet Psychiatry, Psychodynamic therapy meets evidence-based medicine.



