Ogni professione mostra il proprio livello non solo attraverso ciò che dichiara di sapere, ma anche attraverso il modo in cui ascolta, risponde, argomenta, chiarisce e dissente in pubblico.
Per gli Psicologi questo vale ancora di più.
La comunicazione non è un elemento accessorio della professione psicologica. È parte del lavoro stesso. Lo Psicologo lavora con il linguaggio, con i significati, con gli stati emotivi, con le attribuzioni di senso, con i processi relazionali e con gli effetti che le parole producono sulle persone, sui gruppi e nei contesti sociali.
Per questo, osservare come una parte della categoria comunica nei dibattiti pubblici, soprattutto sui social, non è un esercizio marginale. È un modo per interrogarsi sullo stato reale di alcune competenze di base che dovrebbero far parte del patrimonio professionale dello Psicologo.
Ci si aspetterebbe che gli Psicologi, proprio in virtù della loro formazione e del loro lavoro, mostrassero nel dibattito pubblico una qualità comunicativa superiore alla media. Non una perfezione irrealistica. Non un linguaggio artificiale. Ma almeno alcune competenze fondamentali: saper ascoltare, comprendere ciò che l’altro ha realmente detto, distinguerlo da ciò che si teme o si immagina che abbia detto, riformularlo correttamente, restituirlo in modo fedele, argomentare senza deformare la posizione altrui, dissentire senza perdere precisione, chiarezza e misura.
Eppure, leggendo molti commenti pubblici, il quadro che emerge spesso è diverso.
Quando non si risponde ai contenuti, ma alle proprie proiezioni
In una quota rilevante degli scambi pubblici che riguardano la professione, non si osserva una vera risposta ai contenuti precedentemente espressi. Si osserva piuttosto una reazione a ciò che ciascuno ha percepito soggettivamente nella discussione.
In altri termini, il commento non prende davvero in carico il contenuto dell’altro, ma sembra spesso una riformulazione a carattere proiettivo di ciò che è stato vissuto, temuto, attribuito o immaginato durante lo scambio.
Questo passaggio è decisivo.
Quando accade, non si risponde più al messaggio reale. Si risponde a una sua deformazione soggettiva. Non si discute più con ciò che è stato detto, ma con una versione trasformata dal proprio filtro interno, dalle proprie irritazioni, dalle appartenenze identitarie, dalle difese o dai pregiudizi già presenti.
Il risultato è visibile: conversazioni spezzate, contenuti travisati, toni che si alzano, accuse reciproche, semplificazioni, repliche che mancano il bersaglio, persone convinte di aver confutato una tesi che in realtà non hanno nemmeno riformulato correttamente.
Per una professione che fonda buona parte del proprio valore sull’ascolto, sulla comprensione e sulla qualità della relazione, questa è una criticità seria.
Che cosa sono riformulazione e restituzione
Tra le competenze comunicative più importanti per uno Psicologo ci sono ascolto, riformulazione e restituzione.
L’ascolto, in senso professionale, non coincide con il semplice tacere mentre l’altro parla. Ascoltare significa sospendere, almeno in parte, l’impulso a reagire subito. Significa cogliere il contenuto esplicito e quello implicito. Significa distinguere il dato dal giudizio, la tesi dall’emozione che la accompagna, la struttura logica di un discorso dalle proprie reazioni soggettive ad esso.
La riformulazione consiste nel riprendere ciò che l’altro ha espresso e ricondurlo in una forma più chiara, più ordinata e più verificabile, senza tradirne il senso. Riformulare bene significa mostrare di aver compreso. Significa permettere all’altro di riconoscersi in ciò che gli viene restituito. Significa correggere eventuali ambiguità senza introdurre contenuti arbitrari.
La restituzione è un’operazione ancora più complessa. Non è la semplice ripetizione di quanto è stato ascoltato. È una riconsegna professionale del contenuto ricevuto, in una forma che sia insieme fedele, utile, rispettosa e trasformativa. Una buona restituzione non umilia, non caricaturizza, non drammatizza, non aggiunge impropriamente ciò che l’altro non ha detto. Aiuta invece a fare chiarezza.
Queste tre competenze non appartengono solo al setting clinico. Dovrebbero essere visibili anche nel modo in cui uno Psicologo interviene in un dibattito pubblico, commenta una posizione, critica un’affermazione o prende parola su una questione professionale.
Prima di contestare, dovrebbe mostrare di aver capito.
Prima di correggere, dovrebbe restituire correttamente.
Prima di attribuire intenzioni, dovrebbe attenersi al contenuto realmente espresso.
Quando tutto questo manca, si apre uno scarto importante tra ciò che la professione dichiara di saper fare e ciò che talvolta mostra concretamente di saper fare nello spazio pubblico.
Non bastano riformulazione, restituzione e interpretazione
Accanto a riformulazione, restituzione e interpretazione, esiste un insieme più ampio di competenze che dovrebbe far parte del bagaglio di base di ogni Psicologo.
Manca spesso, per esempio, la chiarificazione. Cioè la capacità di fermarsi e precisare che cosa si intende esattamente con una parola, a quale contenuto ci si sta riferendo, quale passaggio del discorso dell’altro si sta prendendo in esame. Senza chiarificazione, il confronto scivola facilmente su fraintendimenti e risposte fuori bersaglio.
Manca talvolta anche la sintesi. Molti interventi pubblici sembrano incapaci di raccogliere il nucleo essenziale di quanto detto dall’altro. Si risponde a dettagli marginali, a parole isolate, a impressioni soggettive, ma non al senso complessivo del discorso. E senza sintesi, anche la riformulazione diventa povera o fuorviante.
Un’altra competenza spesso debole è il rispecchiamento emotivo. Non basta capire il contenuto logico di una frase. Occorre cogliere anche il tono emotivo, il vissuto implicito, il significato affettivo di ciò che viene detto. Senza questa sensibilità, la comunicazione professionale rischia di diventare rigida, meccanica o difensiva.
A questo si collega la validazione. Validare non significa dare ragione. Significa riconoscere che il vissuto dell’altro, alla luce di ciò che racconta, ha una sua intelligibilità. Nei dibattiti pubblici, invece, capita spesso di vedere il contrario: il vissuto altrui viene liquidato, banalizzato o trattato come irrilevante.
Manca poi, non di rado, il contenimento. Una professione che lavora con emozioni intense, conflitti e fragilità dovrebbe saper tollerare meglio la tensione. Dovrebbe saper restare lucida anche quando il confronto si accende. Invece, in molti scambi pubblici, basta poco perché il livello si abbassi: sarcasmo, irritazione, repliche impulsive, bisogno di prevalere, difficoltà a tollerare il dissenso.
Un’altra competenza fondamentale è la mentalizzazione. Cioè la capacità di pensare in termini di stati mentali, significati, intenzioni, paure, credenze e vissuti, senza precipitarsi in attribuzioni semplicistiche. Uno Psicologo dovrebbe essere relativamente allenato a distinguere ciò che l’altro ha detto da ciò che immagina che l’altro voglia dire.
Manca spesso anche la capacità di sospendere il giudizio. Non nel senso di rinunciare alla valutazione critica, ma nel senso di non arrivare troppo presto a conclusioni rigide, etichette svalutanti o sentenze frettolose. Chi lavora con la complessità psichica dovrebbe avere maggiore familiarità con l’ambiguità, con il dubbio ragionato e con la necessità di comprendere prima di classificare.
A ciò si aggiunge la precisione terminologica. Nei dibattiti professionali, la confusione tra parole diverse ma non equivalenti produce danni enormi. Quando si usano termini senza definirli, quando si sovrappongono concetti differenti o si tratta come ovvio ciò che richiederebbe distinzione e rigore, il confronto si deteriora rapidamente.
Infine, una competenza decisiva è la metacomunicazione. Cioè la capacità di accorgersi non solo di ciò che si sta dicendo, ma di come lo si sta dicendo, di quali effetti sta producendo il proprio linguaggio, di quando il confronto sta slittando dal piano dei contenuti a quello delle appartenenze, delle ferite narcisistiche o delle proiezioni reciproche.
In altre parole, non basta saper interpretare. Occorre anche saper ascoltare, osservare, chiarire, sintetizzare, validare, contenere, mentalizzare, contestualizzare, argomentare e metacomunicare. Solo dentro questo insieme più ampio riformulazione, restituzione e interpretazione acquistano davvero senso e qualità.
Il problema non è il titolo o la specializzazione
Questo punto va chiarito con nettezza.
Le criticità descritte non vengono attribuite a un solo sottogruppo professionale. L’articolo si riferisce sia agli Psicologi sia agli psicologi psicoterapeuti. Il problema messo a fuoco non è il titolo posseduto, ma il livello di ascolto, riformulazione, restituzione, chiarificazione e contenimento che emerge nei dibattiti pubblici.
Quando queste capacità non si vedono, il problema non è anzitutto nominale. È professionale.
Chi esercita funzioni di cura dovrebbe essere in grado di ascoltare davvero. Dovrebbe essere in grado di riformulare e di restituire correttamente, senza particolari aggiunte, il contenuto precedentemente esposto dal paziente, dall’interlocutore o dal collega. Dovrebbe saper distinguere il dato ricevuto dalle proprie proiezioni. Dovrebbe saper tenere sotto controllo la tendenza a sovrapporre il proprio mondo interno al discorso altrui.
Questo non significa negare il valore della formazione avanzata, dell’aggiornamento o della supervisione. Significa però ricordare che nessun percorso formativo può essere trattato come prova automatica di una superiore competenza generale, soprattutto se poi, nei contesti pubblici, mancano proprio quelle abilità elementari di ascolto, comprensione, riformulazione e restituzione che ci si aspetterebbe di osservare con maggiore evidenza.
La formulazione: una competenza spesso trascurata
Un’altra competenza che dovrebbe appartenere al bagaglio di base dello Psicologo è la formulazione.
Formulare non significa semplicemente esprimere un’opinione. Significa costruire una lettura coerente, fondata e comprensibile di ciò che si osserva. In ambito clinico vuol dire organizzare dati, vissuti, comportamenti, contesto, funzionamento, ipotesi interpretative e obiettivi in un quadro leggibile. In ambito pubblico vuol dire saper definire un problema, distinguere i livelli del discorso, nominare i concetti in modo preciso, evitare confusioni terminologiche e segnalare i limiti delle proprie affermazioni.
Una buona formulazione non accumula parole. Non usa termini tecnici come decorazione. Non sostituisce l’argomentazione con il tono. Non si appoggia al prestigio percepito di chi parla. Rende il pensiero più chiaro, più verificabile e più utile.
Quando questa competenza è debole, il dibattito diventa confuso. Si mescolano fatti e interpretazioni, dati e giudizi, critica e svalutazione, competenza e status, contenuto e appartenenza. E quando i piani si confondono, la qualità del confronto crolla.
Una riflessione coerente con il Codice Deontologico – testo vigente (CNOP)
Questa riflessione è coerente con il Codice Deontologico – testo vigente (CNOP). Le sue regole sono vincolanti per tutti gli iscritti all’Albo, e il testo richiama il dovere di mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento, oltre all’attenzione alla validità e attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui si basano conclusioni e comunicazioni professionali. Il testo vigente è pubblicato sul sito ufficiale CNOP; il nuovo Codice è in vigore dal 1 dicembre 2023.
Inoltre, il testo vigente prevede che la psicologa e lo psicologo non esprimano pubblicamente su colleghe e colleghi giudizi negativi lesivi del loro decoro o della loro reputazione professionale, ma richiede anche di segnalare all’Ordine le condotte scorrette che possano tradursi in danno per i destinatari o per il decoro della professione. Questo significa che le criticità interne non vanno né negate né trasformate in aggressione personale: vanno trattate con rigore, proporzione e responsabilità.
Questo articolo si muove dentro questa cornice. Non vuole colpire persone. Vuole richiamare l’attenzione su modalità comunicative problematiche che, quando compaiono nello spazio pubblico, possono danneggiare la qualità del confronto, l’immagine della professione e la chiarezza dell’informazione rivolta ai cittadini.
Conclusione
Una professione che lavora con l’ascolto non può permettersi di ascoltare poco.
Una professione che lavora con la comprensione non può reagire sistematicamente a deformazioni soggettive dei contenuti altrui.
Una professione che dovrebbe saper riformulare, restituire, interpretare, chiarire, validare e contenere non può considerare normale il fatto che tanti dibattiti pubblici si trasformino in una sequenza di repliche che non rispondono davvero a ciò che è stato detto.
Per questa ragione, interrogarsi sulle capacità di ascolto, riformulazione, restituzione e sulle altre competenze comunicative di base degli Psicologi italiani non è un esercizio polemico. È un esercizio di responsabilità professionale.
L’obiettivo non è screditare.
L’obiettivo è aumentare consapevolezza, migliorare il livello del confronto pubblico, proteggere la qualità dell’informazione rivolta ai cittadini e favorire una crescita reale della categoria.
Anche questo, in fondo, è un modo per prendersi cura della professione.
Chiarificazione finale degli intenti
Questo articolo si riferisce sia agli Psicologi sia agli psicologi psicoterapeuti. Il punto, infatti, non riguarda il possesso o meno di una specifica formazione che consente l’esercizio dell’attività psicoterapeutica, ma la qualità delle competenze comunicative che dovrebbero appartenere, in misura significativa, a chiunque operi professionalmente nell’ambito psicologico.
Va chiarito, infine, che questo testo non intende proporre generalizzazioni né formulare giudizi indistinti sull’intera categoria professionale. Non tutti gli Psicologi partecipano ai dibattiti pubblici allo stesso modo. Non tutti comunicano con gli stessi limiti. Non tutti mostrano le medesime difficoltà. Sarebbe quindi scorretto trasformare alcune criticità osservabili in una descrizione assoluta dell’intera professione.
L’obiettivo del testo è diverso. È mettere in evidenza alcune forti lacune percepite nei dibattiti pubblici riguardanti la professione, soprattutto quando emergono modalità comunicative deboli sul piano dell’ascolto, della riformulazione, della restituzione, della chiarificazione, della validazione, del contenimento e dell’argomentazione. Si tratta di fenomeni che, pur non potendo essere estesi indistintamente a tutti, meritano comunque di essere nominati, analizzati e discussi.
I cittadini hanno diritto a essere informati anche su ciò che accade all’interno della categoria professionale degli Psicologi, così da poter scegliere in modo più libero e consapevole. Un’informazione seria, onesta e controllata non danneggia la professione. Al contrario, la rende più trasparente, più leggibile e più credibile.
In questa cornice, l’articolo si colloca in coerenza con i valori e con gli obiettivi di MetaPsi Aps: informazione onesta e sincera verso la cittadinanza, prevenzione quaternaria contro narrazioni fuorvianti, valorizzazione della funzione terapeutica dello Psicologo, riabilitazione culturale e professionale della categoria, rafforzamento delle competenze comunicative e della consapevolezza pubblica del ruolo psicologico nella tutela della salute.
Fonti
CNOP – Testo vigente del Codice Deontologico degli psicologi italiani
CNOP – Codice Deontologico delle Psicologhe e degli Psicologi Italiani (PDF)



