Il coming out dello Psicologo: dichiarare la propria identità terapeutica senza paura
Dire “Sono Psicologo, curo” è chiarezza: uscire da psicologofobia interiorizzata e dallo psicoterapeuticocentrismo, tutelando cittadini e professione.
Il momento in cui decidi di dirlo: “Sono Psicologo, curo”
Nella vita di uno Psicologo arriva un momento preciso. Un attimo nitido in cui, dopo anni di esitazioni, senti che devi fare il tuo piccolo coming out professionale.
Non un coming out su chi ami o su chi sei nella tua intimità. Ma un coming out altrettanto delicato e, per certi versi, esposto: dire apertamente che sei uno Psicologo che cura, che fa terapia psicologica, che esercita una professione sanitaria nell’area psicologica.
È un coming out perché, dicendolo, senti che potresti essere giudicato, equivocato, ridimensionato. O addirittura attaccato da colleghi che hanno interiorizzato idee distorte sul ruolo dello Psicologo.
E allora rimandi. Aspetti. Sorvoli. Usi giri di parole. Ti abitui a camminare sulle uova, come se pronunciare “cura” fosse una forma di arroganza. Finché un giorno ti accorgi che queste esitazioni non parlano di te, ma di un sistema che ti ha insegnato ad aver paura della tua stessa identità professionale.
Psicologofobia interiorizzata: quando la paura si annida dentro
Il mio coming out nasce proprio da qui.
Per anni ho visto colleghi brillanti nascondersi dietro formule vaghe per paura di essere “svalutati” se avessero dichiarato con naturalezza ciò che sono: Psicologi che curano.
È quel fenomeno che ho imparato a riconoscere come psicologofobia interiorizzata: quando lo Psicologo assorbe e riproduce su di sé i pregiudizi che svalutano la sua professione.
È una paura sottile, a volte perfino un po’ vergognosa, perché non nasce da una mancanza reale di competenze. Nasce da un messaggio culturale che ti martella in testa con frasi semplici e tossiche: “Non sei ancora abbastanza”. “Non puoi dire che fai terapia psicologica”. “La cura comincia solo quando entra in scena la psicoterapia”.
E così tanti colleghi smettono di dirlo. O non iniziano mai.
Lo psicoterapeuticocentrismo: l’ombra che ci fa abbassare la voce
Se dobbiamo fare un coming out professionale è perché per decenni abbiamo vissuto dentro una cornice culturale che ha messo la psicoterapia al centro di tutto.
Io la chiamo lo psicoterapeuticocentrismo: la narrazione che dice, più o meno esplicitamente, che la psicoterapia sarebbe la “vera” forma di cura psicologica; che tutto ciò che non si chiama psicoterapia sarebbe “propedeutico”, “di base”, “non propriamente clinico”; e che lo Psicologo senza annotazione da “psicoterapeuta” sarebbe un professionista “incompleto”.
Questa narrazione non ha bisogno di stare in una norma per diventare potente. Agisce sul linguaggio, sull’immaginario, sull’identità. E, sul piano normativo, non esiste una disposizione che stabilisca una gerarchia di valore o una gerarchia clinica tra gli interventi psicologici, come se la cura iniziasse solo quando entra in scena una specifica etichetta.
Col tempo, molti Psicologi hanno finito per crederci davvero. E quando inizi a vergognarti del tuo ruolo, ti nascondi. È lì che nasce il bisogno del coming out.
La sindrome dell’impostore: quando il coming out sembra troppo rischioso
Quando interiorizzi l’idea di non essere “abbastanza”, la conseguenza è quasi inevitabile: arriva la sindrome dell’impostore.
La vedo ogni giorno. Colleghi che non parlano del proprio lavoro terapeutico per paura del giudizio. Colleghi che evitano di dire “curo” perché temono ritorsioni principalmente culturali, non giuridiche. Colleghi che restano in una “formazione eterna”, come se la professione iniziasse davvero solo con un diploma aggiuntivo.
È un meccanismo strano: fai il tuo lavoro, lo fai con serietà, con responsabilità, con metodo… eppure ti senti come se stessi “occupando troppo spazio” quando usi parole semplici. Come se dovessi parlare in codice per non essere contestato.
Ed è a quel punto che, prima o poi, ti stanchi. Ti stanchi di raccontarti come se fossi sempre nell’anticamera di te stesso. Ti stanchi di vivere da clandestino nella tua stessa professione.
Uscire allo scoperto: “Sono Psicologo. Curo. Faccio terapia psicologica.”
Il momento liberatorio arriva quando riesci finalmente a dirlo:
Sono Psicologo. Curo. Faccio terapia psicologica.
E non lo dici per sfida. Non lo dici contro qualcun altro. Lo dici per rispetto verso te stesso, verso la tua professione, verso i cittadini che chiedono aiuto.
Il coming out dello Psicologo è un atto di chiarezza e dignità. È la scelta di chiamare la cura con il suo nome. È lo smantellamento della psicologofobia interiorizzata. È un antidoto alla sindrome dell’impostore. È l’uscita consapevole dallo psicoterapeuticocentrismo.
E, proprio per essere davvero pulito, è anche una precisazione etica: non è un invito a usare titoli impropri o a confondere i piani. È un invito alla trasparenza su ciò che si fa davvero, dentro il perimetro della propria professione.
Perché questo coming out riguarda tutti: anche i cittadini
Quando lo Psicologo si nasconde, il cittadino paga il prezzo.
Se noi stessi non riusciamo a dire che curiamo, come possiamo pretendere che la società lo riconosca? Questo genera confusione, false gerarchie, delegittimazione degli Atti Tipici e, in pratica, un indebolimento dell’accesso alla cura psicologica.
Fare coming out, allora, non è un gesto narcisistico. È un atto di responsabilità professionale e di tutela della salute pubblica.
Il mio augurio: che questo coming out diventi collettivo
Il mio desiderio è semplice: che sempre più Psicologi trovino il coraggio di dire chi sono davvero.
Che smettano di chiedere permesso per essere ciò che già sono. Che riconoscano che la cura psicologica non coincide con una sola parola. Che comprendano che la propria identità terapeutica non ha bisogno di essere nascosta o delegittimata.
Il coming out dello Psicologo è un atto individuale, ma può diventare un movimento collettivo. E io voglio farne parte: dirlo ad alta voce e invitare altri a farlo, con calma, con dignità, con chiarezza.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps




