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Se la raccontano cosi ma la psicoterapia non è chirurgia mentale

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico

C’è una metafora che ritorna spesso, quasi come un riflesso automatico, ogni volta che si prova a dare alla psicoterapia un’aura di esclusività: l’idea che lo psicoterapeuta avrebbe un “bisturi”, uno strumento capace di incidere davvero, mentre lo Psicologo avrebbe strumenti più leggeri, più morbidi, quasi da accompagnamento. È un’immagine che funziona perché è semplice, teatrale e immediata. Ma proprio per questo rischia di ingannare: sembra una spiegazione tecnica e invece, nella maggior parte dei casi, è una scorciatoia retorica. È il classico caso in cui metafore forti nascondono definizioni deboli.

Il punto centrale è che questa metafora compare soprattutto quando bisognerebbe fare ciò che, in un discorso professionale serio, dovrebbe venire prima di ogni immagine: descrivere in linguaggio tecnico e scientifico una definizione differenziale della psicoterapia rispetto agli atti tipici della professione di Psicologo. Se davvero esistesse un confine clinico-tecnico netto e condiviso, dovrebbe essere possibile descriverlo senza evocazioni, senza gerarchie simboliche e senza scorciatoie. Si dovrebbe poter dire: ecco il criterio che rende la psicoterapia diversa, ecco come lo riconosci, ecco perché non è semplicemente un modo alternativo di nominare processi clinici già compresi nella cornice professionale dello Psicologo. Quando la definizione non arriva e al suo posto arrivano aggettivi e metafore, la sensazione è chiara: se serve una metafora, manca una definizione. In altre parole, la psicoterapia finisce per essere spiegata con le immagini, non con i criteri.

In sanità il bisturi è un oggetto reale, con un’azione concreta e una collocazione precisa dentro procedure, protocolli, rischi e responsabilità definite. Taglia tessuti biologici. Si usa in un setting chirurgico con regole, controlli e limiti ben delimitati. In psicologia clinica non esiste un equivalente operativo univoco e condiviso di quel tipo. Non esiste un gesto che “incide” la psiche come si incide un organo. E non esiste una tecnica psicologica che, per proprietà intrinseca, sia automaticamente più profonda, più precisa o più rischiosa, indipendentemente da chi la usa, dal caso, dall’alleanza, dalla formulazione e dagli obiettivi. Per questo, la psicoterapia non è chirurgia, e la clinica non è una sala operatoria.

E allora la domanda, se si vuole restare sul piano tecnico, diventa inevitabile: se davvero il bisturi esistesse, che cosa sarebbe? Un protocollo? Una tecnica esclusiva? Un indicatore differenziale? Un criterio necessario e sufficiente? Un segno osservabile che permetta di dire, senza ambiguità, “qui c’è psicoterapia” e “qui ci sono atti tipici”? Quando si chiede questo, raramente arriva una definizione operazionalizzata. In genere arrivano parole elastiche, seducenti e difficili da contestare perché vaghe: profondità, precisione, rischio. Ma proprio perché sono vaghe, non possono funzionare come criteri. Profondità, precisione, rischio: tre parole senza criteri.

Si dice che la psicoterapia sarebbe più precisa. Ma precisa rispetto a cosa? Quali variabili? Con quali indicatori? Con quale misurazione dell’accuratezza? Senza specificare questi elementi, la “precisione” resta un’impressione trasformata in giudizio.

Si dice che la psicoterapia sarebbe più profonda. Ma “profondità” che cosa significa, esattamente? Intensità emotiva? Durata? Interpretazione? Insight? Trasformazione? E soprattutto: perché tutto questo dovrebbe essere esclusivo della psicoterapia e non presente, quando indicato e condotto con competenza, anche in interventi di diagnosi clinica, sostegno, prevenzione, abilitazione-riabilitazione e trattamento psicologico in senso pieno? La parola “profondità” spesso diventa un modo elegante per dire “più valore”, ma senza criteri resta un’etichetta persuasiva.

Si dice che la psicoterapia sarebbe più rischiosa e pericolosa. Anche qui c’è un passaggio implicito: il rischio viene usato come prova di potenza e di “verità” clinica. Ma in sanità il rischio non è un distintivo di nobiltà. È una variabile che si valuta e si gestisce. E non dimostra, da sola, efficacia, precisione o profondità.

A questo punto la metafora cerca spesso di darsi credibilità attraverso un parallelismo medico: la chirurgia andrebbe più a fondo della farmacologia, sarebbe più pericolosa, più rischiosa e quindi più “vera” e più precisa come cura. Da qui l’analogia: psicoterapia come chirurgia, atti tipici come farmacologia. È qui che il bisturi diventa un alibi teorico: un modo per far sembrare tecnica una gerarchia simbolica, per far passare un confine narrativo come se fosse un confine clinico.

Sembra un ragionamento intelligente, ma è un ragionamento fragile, perché parte da una caricatura della medicina. In medicina non esiste una gerarchia ontologica tra chirurgia e farmacoterapia. Esistono indicazioni, appropriatezza, valutazione rischio-beneficio e scelte basate su evidenze e contesto clinico. La chirurgia può essere estremamente precisa in alcuni contesti e meno in altri. La farmacoterapia può essere altamente incisiva, con effetti sistemici importanti, benefici e iatrogenie rilevanti. Il presupposto culturale secondo cui “chirurgia significa più profondità e più verità” non è un criterio scientifico, ma una semplificazione narrativa. E quando un’analogia nasce da una semplificazione narrativa, genera una gerarchia simbolica, non una distinzione tecnica. In altre parole: confini narrativi e confini clinici non sono la stessa cosa.

Quando poi qualcuno prova a rendere concreto il presunto bisturi, cita spesso strumenti e processi psicologici noti: lavoro sul trauma, esposizione, ristrutturazione cognitiva, tecniche immaginative, lavoro sugli schemi, regolazione emotiva, pattern relazionali, insight. Ma qui emerge il punto che chiude la questione: questi non sono proprietà di un’etichetta. Sono strumenti psicologici. Non esiste un elenco normativo o scientifico condiviso e verificabile di tecniche “proibite” allo Psicologo e “esclusive” della psicoterapia, intese come proprietà intrinseche riservate a una categoria. Esiste semmai un tema reale e serio: la competenza, la formazione, la responsabilità, la trasparenza verso il cittadino, la correttezza comunicativa e deontologica, il rispetto dei limiti professionali. Ma questo non è un bisturi e non costruisce un confine clinico-tecnico tra due mondi. È la normale struttura di responsabilità di una professione sanitaria.

Per questo la metafora del bisturi, alla prova dei fatti, funziona più come marcatore identitario che come descrizione clinica. È un bisturi immaginario: utile a suggerire superiorità, poco utile a descrivere la pratica. Serve a dire, senza dirlo apertamente: “noi facciamo la cura vera e profonda, voi fate cose più leggere”. Ma se una differenza deve essere sostenuta da una metafora, significa che fatica a reggersi come definizione. E infatti non taglia nulla sul piano definitorio: non separa, non misura, non distingue.

Se si vuole chiudere davvero la questione con rigore, basta una domanda semplice e pulita: definisci la psicoterapia in modo differenziale rispetto agli atti tipici dello Psicologo, indicando un criterio necessario e sufficiente, non circolare, e applicabile ai casi reali. Se al posto di una definizione arrivano ancora immagini e aggettivi, allora il punto è evidente: quando la psicoterapia smette di spiegarsi e inizia a evocare, non siamo davanti a un confine tecnico, ma a un confine narrativo.

Questo non nega che esistano percorsi formativi e cornici giuridiche diverse per l’esercizio dell’attività psicoterapeutica. Nega che tale differenza possa essere descritta correttamente come il possesso di uno “strumento esclusivo” che separerebbe, sul piano clinico, la psicoterapia dagli atti tipici.

In conclusione, il “bisturi” non descrive la psicoterapia. Descrive un bisogno culturale di marcare una distanza identitaria attraverso luoghi comuni. È una scorciatoia comunicativa che finge di essere tecnica, ma produce confusione tra colleghi e, soprattutto, nei cittadini, rafforzando l’idea che la cura psicologica esista solo se la si chiama psicoterapia. La clinica vera, invece, ha bisogno di rigore, responsabilità, trasparenza e definizioni chiare. Se non puoi definire il confine senza metafore, allora non è un confine tecnico: è solo un confine narrativo.


Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps.

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Il titolo abilitante di “psicoterapeuta” non esiste
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di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico

Enrico Rizzo è Psicologo, Sessuologo Clinico a Palermo. Si occupa di psicologia della sessualità maschile e psicoandrologia, affiancando uomini e coppie nei temi legati a desiderio, erezione, eiaculazione, identità, autostima e relazione. Il lavoro è centrato sull’ascolto della domanda e su obiettivi clinici concreti: capire cosa sta succedendo, ridurre ansia e blocchi, e ritrovare sicurezza e libertà nella vita intima.

In ambito sessuologico, psico-oncologico e psico-traumatologico svolge terapia di sostegno, prevenzione e percorsi di abilitazione-riabilitazione, con l’obiettivo di favorire il recupero del funzionamento emotivo, relazionale e psicofisico. Integra inoltre competenze in psicosomatica, occupandosi delle interazioni mente-corpo quando stress, trauma o malattia si esprimono anche attraverso il corpo.

Svolge attività clinica in presenza a Palermo e online. È fondatore e presidente di MetaPsi Aps. Se senti che è arrivato il momento di smettere di rimandare e vuoi capire subito quale direzione prendere, scrivimi: spesso un primo confronto è già il passo decisivo per rimettere le cose in carreggiata.

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