Quando si leggono affermazioni molto dure sulle scuole di specializzazione in psicoterapia, la prima reazione può essere di fastidio o di difesa. È comprensibile. Eppure, proprio le critiche più severe, se rilette con ordine e senza toni distruttivi, possono costringere a porre domande importanti sulla qualità della formazione clinica.
Il punto non è screditare in blocco tutte le scuole di psicoterapia, né negare che esistano percorsi seri, docenti preparati e professionisti di valore. Il punto è un altro: chiedersi se il sistema, nel suo complesso, garantisca davvero standard sufficientemente elevati, controlli adeguati e una formazione clinica capace di proteggere prima di tutto i pazienti.
Una parte del dibattito nasce dall’impressione che negli anni il numero delle scuole sia cresciuto molto. Di per sé, un’offerta ampia non è un male. Il pluralismo teorico e metodologico può anche essere una ricchezza. Il problema nasce quando la crescita quantitativa rischia di non essere accompagnata da una pari solidità qualitativa. In questi casi, il pericolo non è la pluralità, ma la dispersione degli standard, la difficoltà di controllo e la tendenza a trasformare la formazione in un mercato sempre più competitivo.
Qui emerge un primo nodo decisivo: la selezione in ingresso. Una formazione clinica seria non dovrebbe limitarsi ad accogliere iscritti, ma dovrebbe valutare con attenzione preparazione, maturità, capacità di reggere il lavoro terapeutico, senso della responsabilità e consapevolezza dei propri limiti. Se la selezione diventa debole, frettolosa o troppo indulgente, tutto il percorso successivo rischia di poggiare su basi fragili.
Ma il problema non riguarda solo l’accesso. Riguarda anche ciò che accade durante i quattro anni di formazione. Una scuola non è di qualità solo perché dura molto, perché possiede una cornice teorica riconoscibile o perché può esibire nomi autorevoli. La vera domanda è più concreta: alla fine del percorso, il professionista ha acquisito competenze cliniche solide oppure possiede soprattutto un’identità formale, un linguaggio tecnico e una collocazione simbolica?
Formare clinicamente non significa solo trasmettere concetti. Significa insegnare a ragionare sui casi, a non semplificare, a tollerare l’incertezza, a leggere i limiti del metodo, a riconoscere i propri punti ciechi, a lavorare con prudenza e responsabilità. Se tutto questo non accade in modo serio, il rischio è che la scuola offra soprattutto una base generica, lasciando poi il giovane professionista troppo esposto nel momento in cui inizia a lavorare realmente con la sofferenza delle persone.
Per questo la supervisione è un punto centrale. In una buona formazione, tutor e supervisori non servono a confermare sempre, a rassicurare sempre o a lasciar correre. Servono a correggere, contenere, mettere in discussione, fermare gli automatismi, aiutare a vedere errori che il professionista in formazione non è ancora in grado di riconoscere da solo. Una supervisione debole non tutela nessuno. Non tutela chi si forma e non tutela chi chiede aiuto.
È proprio qui che la questione smette di essere interna alle scuole e diventa un tema di interesse pubblico. Quando la formazione clinica non è abbastanza rigorosa, il problema non resta confinato nelle aule o nei seminari. Arriva nella pratica professionale. Arriva nei colloqui. Arriva nei percorsi terapeutici. Arriva, soprattutto, nella vita dei pazienti.
Dire questo non significa affermare in modo semplicistico che molte psicoterapie falliscono per colpa delle scuole. Una formula così secca sarebbe troppo ampia e poco prudente. Significa però riconoscere che una formazione non sufficientemente rigorosa può aumentare il rischio di interventi confusi, letture superficiali, dipendenze tecniche dal metodo e difficoltà nel gestire casi complessi. E quando ciò accade, le conseguenze possono ricadere sulle persone in trattamento.
Un altro punto delicato riguarda i controlli. Ogni sistema formativo che pretende di preparare professionisti destinati a operare nella salute dovrebbe essere sottoposto a verifiche serie, trasparenti e credibili. Non basta il riconoscimento formale. Non basta la reputazione storica. Non basta neppure il prestigio culturale di un orientamento teorico. Servono criteri leggibili, controlli effettivi, responsabilità chiare e una reale attenzione alla qualità concreta dell’insegnamento, della supervisione e dell’organizzazione formativa.
Quando invece il sistema appare poco trasparente o scarsamente verificabile, cresce inevitabilmente il sospetto che la tenuta dell’impianto dipenda più dall’autoreferenzialità che da una valutazione rigorosa degli esiti. E questo, in un ambito tanto delicato, non dovrebbe mai lasciare tranquilli.
Il punto, allora, non è difendere o attaccare una categoria. Il punto è capire se il sistema di formazione specialistica in psicoterapia sia davvero all’altezza della responsabilità che rivendica. Una critica severa può essere scomoda, ma non per questo è da liquidare. Anzi, a volte è proprio la critica più severa che costringe a rimettere al centro la domanda essenziale: la formazione serve davvero a formare bene, oppure talvolta finisce per proteggere soprattutto sé stessa?
Ogni scuola che lavori seriamente dovrebbe poter accogliere senza paura alcune domande molto semplici. Come seleziona gli allievi? Come valuta i docenti? Come monitora la qualità reale della supervisione? Come affronta le inadeguatezze? Come tutela i pazienti trattati dagli specializzandi? Come dimostra che il proprio percorso non produce solo appartenenza identitaria, ma vera competenza clinica?
Queste non sono domande ostili. Sono domande necessarie.
Chi si occupa di formazione clinica non dovrebbe sentirsi minacciato da una richiesta di maggiore rigore. Dovrebbe considerarla, al contrario, una forma di serietà verso la professione e verso le persone che a quella professione affidano la propria sofferenza.
In questo senso, una critica forte alle scuole di psicoterapia può avere un valore utile, a condizione che venga sottratta alla polemica pura e trasformata in una richiesta chiara: meno autoreferenzialità, più selezione; meno indulgenza, più responsabilità; meno protezione del sistema, più attenzione alla qualità clinica reale.
Solo così il tema smette di essere una disputa interna e diventa ciò che dovrebbe sempre essere: una questione di formazione, etica e tutela delle persone.



