Chi entra nei siti di molte scuole di psicoterapia non trova soltanto informazioni su programmi, docenti, tirocini e iscrizioni. Trova anche un modo preciso di raccontare la professione psicologica, il significato della specializzazione e il rapporto tra Psicologo e psicologo-psicoterapeuta. È qui che si colloca il punto centrale di questa analisi: non l’esistenza della specializzazione, che ha un riconoscimento istituzionale, ma il modo in cui viene presentata e il tipo di immagine professionale che da quella presentazione finisce per derivare.
Il quadro ufficiale di partenza è quello del MUR. Nelle pagine dedicate alla psicoterapia, il Ministero colloca questi enti tra gli istituti abilitati per titoli equipollenti, chiarisce che i corsi sono rivolti a medici e Psicologi già laureati e iscritti ai rispettivi albi, e precisa che l’istituto rilascia un diploma di specializzazione equipollente a quello rilasciato dalle Università. Nelle pagine sugli Esami di Stato, inoltre, il MUR ricorda che l’abilitazione professionale deriva dal superamento dell’esame e consente l’iscrizione al relativo albo. Questo significa che la professione di base viene prima della scuola privata e che la specializzazione si innesta su un professionista che esiste già.
Da qui deriva una prima precisazione necessaria. Gli istituti privati di psicoterapia non sono Università e non coincidono con le scuole universitarie di specializzazione. Allo stesso tempo, non sarebbe corretto negare il riconoscimento ministeriale del titolo, perché il MUR parla espressamente di diploma di specializzazione equipollente. La formula più precisa, quindi, è questa: non rilasciano un diploma universitario in quanto Atenei, ma rilasciano un titolo che il MUR riconosce come equipollente, nell’ambito di un percorso rivolto a professionisti già abilitati e iscritti all’albo.
Serve poi una seconda precisazione, indispensabile per evitare generalizzazioni non sostenute. Questo articolo non prende in esame tutte le scuole di psicoterapia esistenti in Italia e non pretende di descrivere in modo uniforme l’intero panorama degli istituti. L’analisi riguarda, più precisamente, il modo in cui diversi istituti verificati attraverso i loro siti e i loro materiali pubblici presentano lo Psicologo, lo psicologo-psicoterapeuta e il rapporto tra professione di base e specializzazione. L’elenco ufficiale MUR è ampio e aggiornato nel tempo, e una ricognizione davvero totale scuola per scuola richiederebbe un lavoro separato e sistematico. Per questo motivo, non si afferma che tutti gli istituti diffondano disinformazione o svalutino la professione di Psicologo. Si osserva, più limitatamente ma in modo fondato, che in più siti verificati compaiono formule e scelte linguistiche che meritano una valutazione critica.
Il problema nasce nel passaggio dal linguaggio istituzionale al linguaggio promozionale. Il lessico del MUR è relativamente sobrio: istituti abilitati, formazione idonea all’esercizio dell’attività di “psicoterapeuta”, diploma equipollente. In diversi siti, invece, il linguaggio si fa più forte. Esculapio si presenta come “Istituto quadriennale per l’abilitazione alla psicoterapia”. EAGT scrive che la scuola “abilita psicologi e medici all’esercizio della professione di psicoterapeuta”. PerFormat parla del “mestiere dello Psicoterapeuta” e si chiede come si faccia a esercitare “questa professione”. La Scuola di Psicoterapia Conversazionale di Parma usa stabilmente la formula “abilitazione alla professione di psicoterapeuta”. Si tratta di formule effettivamente rintracciabili online, e proprio per questo rilevanti.
Qui non si tratta di contestare il valore della specializzazione. Il punto è un altro: queste espressioni ampliano il lessico ministeriale e producono nel lettore una percezione più forte di quella che il quadro istituzionale, da solo, giustifica. Una cosa è dire che un istituto abilitato dal MUR rilascia un diploma equipollente nell’ambito di una formazione idonea all’attività di “psicoterapeuta”. Altra cosa è presentare quel percorso come “abilitazione alla psicoterapia”, “abilitazione alla professione di psicoterapeuta”, “professione di psicoterapeuta” o “mestiere dello Psicoterapeuta”. In questa differenza di parole si gioca una parte importante dell’effetto comunicativo.
Ed è qui che emerge lo psicoterapeuticocentrismo comunicativo. Nei siti verificati, lo Psicologo compare spesso soprattutto come figura di accesso: il professionista che ha i requisiti per entrare nel corso, cioè laurea, albo, base di partenza. Lo psicologo-psicoterapeuta, invece, viene più facilmente associato alle parole della pienezza: professione, mestiere, abilitazione, competenza clinica, piena spendibilità. Non serve che il sito svaluti apertamente lo Psicologo. Basta che lo collochi nel “prima” e che riservi al “dopo” il linguaggio della completezza. Il risultato è una gerarchia implicita ma forte: lo Psicologo appare come figura iniziale; lo psicologo-psicoterapeuta come figura piena, compiuta, pienamente clinica.
Questa percezione non nasce da una singola frase isolata. Nasce dall’insieme del racconto. Se una figura viene nominata quasi soltanto come prerequisito e l’altra come approdo identitario, il lettore finisce quasi inevitabilmente per attribuire alla seconda un valore simbolico superiore. Da molti di questi testi si ricava, in sostanza, un’immagine precisa: lo Psicologo è la base, lo psicologo-psicoterapeuta è il compimento; lo Psicologo è l’accesso, lo psicologo-psicoterapeuta è la pienezza della clinica; lo Psicologo è il professionista di partenza, lo psicologo-psicoterapeuta è quello che sembrerebbe incarnare la forma più alta e riconoscibile della cura psicologica. È precisamente questo il meccanismo con cui il linguaggio della specializzazione si trasforma, in certi casi, in linguaggio psicoterapeuticocentrico.
Da qui si passa al tema della disinformazione. Anche qui conviene essere rigorosi. Nei casi verificati, la disinformazione non consiste sempre in una falsità secca e isolata. Più spesso consiste in un surplus comunicativo. Il MUR parla di istituti abilitati, di diploma equipollente e di formazione idonea all’attività di “psicoterapeuta”. Alcuni siti traducono questo quadro in formule più forti, come “abilitazione alla psicoterapia” o espressioni che attribuiscono alla scuola la piena legittimazione della competenza clinica. In questo scarto nasce la criticità. Il lettore può ricavare l’idea che la scuola abiliti il professionista in senso pieno, che la piena competenza clinica nasca lì e che lo Psicologo, prima della scuola, sia una figura non ancora compiuta sul piano clinico. Questa non è sempre una falsità frontale; è più spesso un’espansione del dato istituzionale che ne modifica la percezione.
Per questo, la critica più solida non è dire semplicemente che “non esiste l’abilitazione alla psicoterapia” senza altre precisazioni. Una formula del genere sarebbe troppo assoluta. È molto più forte, e molto meno contestabile, dire che nelle pagine ufficiali MUR verificate non compare una generale “abilitazione alla psicoterapia” costruita sul modello dell’abilitazione professionale da Esame di Stato; il lessico ministeriale parla invece di istituti abilitati, di diploma equipollente e di formazione idonea all’esercizio dell’attività di “psicoterapeuta”. È proprio questa differenza tra linguaggio tecnico e linguaggio promozionale a costituire la criticità più seria.
A questo punto va inserito anche un chiarimento decisivo sul piano terminologico. Lo “psicoterapeuta” non emerge, nelle fonti ufficiali qui verificate, come una professione originaria autonoma separata da quella di Psicologo o di medico. La legge 56/1989 disciplina la professione di Psicologo e, all’art. 3, stabilisce che l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato a una specifica formazione professionale da acquisire, dopo la laurea in Psicologia o in Medicina e Chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali. Questo significa che il quadro normativo descrive un’attività psicoterapeutica esercitabile da professionisti già appartenenti a una professione di base, non una nuova professione primaria e indipendente. Per questa ragione, parlare della “professione di psicoterapeuta” come se si trattasse di una professione originaria autonoma, oppure del “mestiere dello Psicoterapeuta” come identità professionale separata, è una formulazione almeno imprecisa. Più correttamente, si dovrebbe parlare di Psicologo o medico che ha acquisito una specifica specializzazione in psicoterapia. Anche i materiali CNOP sul rapporto tra psicologia e psicoterapia si muovono in questa direzione, presentando lo “psicoterapeuta” come Psicologo o medico che ha conseguito una formazione specialistica ulteriore, non come professionista originario separato.
Va chiarito, di conseguenza, anche il punto dell’abilitazione. Il MUR collega l’abilitazione professionale all’Esame di Stato, precisando che solo dopo il suo superamento si è abilitati all’esercizio della relativa professione e ci si può iscrivere al corrispondente albo. Per la psicoterapia, invece, nelle fonti ufficiali qui verificate non emerge una autonoma “abilitazione alla psicoterapia” modellata sull’abilitazione professionale da Esame di Stato. La legge prevede piuttosto un prerequisito specifico per l’esercizio dell’attività psicoterapeutica: una formazione specialistica almeno quadriennale successiva alla laurea in Psicologia o Medicina e Chirurgia. Questa è la distinzione più importante da tenere ferma, perché è proprio la sua alterazione a generare buona parte delle ambiguità che si incontrano nel linguaggio promozionale di alcune scuole.
Anche il tema della correttezza della comunicazione commerciale merita attenzione. L’AGCM ricorda che sono vietate le pratiche commerciali scorrette e che la pubblicità è ingannevole quando può indurre in errore il consumatore con informazioni false, parzialmente vere o incomplete, tali da alterarne il processo decisionale. Lo IAP, dal canto suo, afferma che la comunicazione commerciale deve essere onesta, veritiera e corretta. Questo non basta da solo a dire che ogni formula discutibile integri automaticamente una violazione accertata, ma offre una griglia molto chiara: più il messaggio promozionale si allontana dal lessico tecnico-istituzionale e attribuisce alla scuola un ruolo simbolico più ampio di quello descritto dalle fonti ufficiali, più aumenta il rischio di una rappresentazione fuorviante.
In questo senso, una parte della comunicazione di marketing delle scuole non si limita a promuovere un corso. Finisce per costruire una gerarchia interna alla professione. Il corso viene valorizzato non solo per ciò che offre, ma anche perché il ruolo dello Psicologo viene narrato in modo ridotto, sfumato o incompleto. In altre parole, il valore percepito della specializzazione cresce anche grazie a una rappresentazione simbolicamente debole del “prima”. Ed è qui che il marketing incontra lo psicoterapeuticocentrismo.
Questa struttura narrativa produce effetti rilevanti sulla comunità professionale. Il primo è la svalutazione interna dello Psicologo. Se il messaggio che circola è che la piena identità clinica comincia davvero solo con la scuola, molti professionisti finiscono per interiorizzare una rappresentazione ridotta della propria professione di base. Il secondo è la gerarchizzazione dei rapporti tra colleghi: si rafforza l’idea che esistano professionisti “completi” e professionisti “di base”, come se la differenza non fosse quella tra professione e specializzazione, ma quella tra figure di rango diverso. Il terzo effetto riguarda i giovani laureati, che possono sentirsi incompleti fino alla specializzazione. Il quarto riguarda i cittadini, che possono arrivare a percepire lo Psicologo come figura preliminare, accessoria o minore se la cura psicologica viene raccontata quasi solo attraverso la psicoterapia.
Un caso specifico che aiuta a capire bene questi meccanismi è quello di ITER – Istituto Terapeutico Romano. Nelle pagine verificate del sito non compare, nei termini più espliciti riscontrati altrove, la costruzione della “professione di psicoterapeuta” come formula centrale. Questo va detto con chiarezza, per non attribuire a un istituto formule che non risultano dal sito esaminato. Tuttavia, anche qui emergono passaggi comunicativamente delicati. Soprattutto, nella home si legge che “qualsiasi specializzazione in psicoterapia abilita alla competenza individuale e gruppale sia in ambito pubblico che privato”. Questa frase è particolarmente rilevante perché non si limita a valorizzare un percorso formativo riconosciuto: attribuisce alla specializzazione un ruolo di legittimazione della competenza clinica. Da qui deriva una percezione abbastanza chiara: lo Psicologo è soprattutto la figura che può entrare nel percorso, mentre la piena competenza individuale e gruppale sembrerebbe emergere dopo la scuola. È una forma di psicoterapeuticocentrismo meno plateale di altre, ma comunque evidente sul piano simbolico. Nella pagina dei colloqui di ammissione compare inoltre una formula da trattare con cautela, secondo cui la frequenza della scuola esenterebbe gli allievi dal conseguimento dei crediti ECM, senza ulteriori precisazioni utili a contestualizzare l’affermazione.
C’è poi un punto da tenere fermo senza esitazioni. Gli istituti privati di psicoterapia non abilitano né autorizzano la cura psicologica in senso lato. Operano dopo la laurea e dopo l’iscrizione all’albo. Non conferiscono l’abilitazione professionale originaria dello Psicologo. Non sono la fonte generale della legittimazione alla cura psicologica. E non coincidono con le scuole universitarie di specializzazione. Questo non significa negare il riconoscimento del diploma equipollente. Significa collocarlo nel suo posto corretto, senza lasciargli occupare tutto lo spazio simbolico della professione.
La formulazione più robusta, verificata e difficilmente contestabile, è quindi questa: gli istituti privati di psicoterapia non sono Università e non coincidono con le scuole universitarie di specializzazione; l’abilitazione professionale originaria dello Psicologo deriva dall’Esame di Stato e dall’iscrizione all’albo; secondo il MUR, questi istituti rilasciano però un diploma di specializzazione equipollente a quello universitario e forniscono una formazione idonea all’esercizio dell’attività di “psicoterapeuta”. Lo “psicoterapeuta”, inoltre, non emerge nelle fonti qui verificate come professione originaria autonoma separata, ma come attività esercitabile da Psicologi o medici che abbiano acquisito la specifica formazione richiesta dalla legge. Di conseguenza, formule come “abilitazione alla psicoterapia”, “abilitazione alla professione di psicoterapeuta”, “professione di psicoterapeuta” o espressioni che attribuiscono alla scuola la piena legittimazione della competenza clinica, quando vengono usate in chiave promozionale, possono risultare comunicativamente espansive e potenzialmente fuorvianti se lasciano intendere più di quanto il lessico ufficiale del MUR e il quadro normativo dicano davvero.
Il punto finale, quindi, non è negare la specializzazione. Il punto è osservare come viene raccontata. Quando il racconto presenta lo Psicologo come figura di accesso e lo psicologo-psicoterapeuta come figura piena, quando riserva quasi solo al secondo le parole della professione, del mestiere, dell’abilitazione o della competenza piena, quando lascia intendere che la clinica cominci davvero lì, non sta soltanto promuovendo un corso. Sta contribuendo a costruire una certa immagine della professione.
Ed è un’immagine sbilanciata.
Non perché la specializzazione non abbia valore. Lo ha. Non perché la psicoterapia non abbia un suo rilievo. Lo ha. Ma perché, in quel racconto, lo Psicologo tende a perdere visibilità come professionista dotato di una propria dignità clinica e sanitaria, mentre tutto il peso simbolico della cura viene spostato sullo psicologo-psicoterapeuta.
È questa la percezione più forte che si ricava dai siti verificati. Ed è, con ogni probabilità, anche il punto più importante da mettere a fuoco: non soltanto la promozione di una scuola, ma la costruzione di una differenza gerarchica che finisce per sembrare naturale.
Esempi verificati dal web
Esculapio: “Istituto quadriennale per l’abilitazione alla psicoterapia”.
EAGT / Istituto di Gestalt HCC Italy: “La Scuola di Specializzazione in Psicoterapia abilita psicologi e medici all’esercizio della professione di psicoterapeuta”.
PerFormat: “Il ‘mestiere’ dello Psicoterapeuta” e “Ma come si fa ad esercitare questa professione?”.
Scuola di Psicoterapia Conversazionale di Parma: “L’abilitazione alla professione di psicoterapeuta è regolata dalla legge n. 56 del 1989”.
ITER – Istituto Terapeutico Romano: “qualsiasi specializzazione in psicoterapia abilita alla competenza individuale e gruppale sia in ambito pubblico che privato”.



