Prima o poi la domanda arriva: “La scuola di psicoterapia la faccio oppure no?”. A volte nasce da un desiderio autentico. Altre volte nasce da una pressione culturale: l’idea che senza scuola non si sia davvero clinici, davvero terapeutici, davvero competenti.
Serve chiarirlo subito: questo testo non nasce per demonizzare le Scuole di Psicoterapia, né per mettere in discussione la legittimità di chi le frequenta o le insegna. Se uno psicologo sceglie una scuola in modo libero, consapevole e coerente con il proprio progetto, quella scelta va rispettata. Proprio perché è una libera scelta, però, non deve diventare un obbligo morale o un criterio identitario per essere considerati competenti e terapeutici.
Il bersaglio qui è lo psicoterapeuticocentrismo: la convinzione che esista un solo percorso “serio” e che tutto il resto sia automaticamente minore.
Una distinzione che evita fraintendimenti
La scuola di psicoterapia è un percorso lungo e strutturato, orientato a una formazione specialistica in un metodo di cura. Per alcune persone è una scelta sensata, anche molto sensata. E se l’obiettivo personale è svolgere in modo stabile attività psicoterapeutica, è comprensibile cercare un percorso strutturato e coerente con quell’obiettivo.
Detto questo, la crescita clinica di uno psicologo non coincide automaticamente con “fare una scuola”. La pratica clinica reale comprende funzioni e contesti diversi: assessment, diagnosi psicologica, sostegno, prevenzione, psicoeducazione, abilitazione-riabilitazione, lavoro con famiglie, équipe, servizi, territori, contesti complessi. Non tutto ciò che serve per lavorare bene passa per forza da un training quadriennale unico.
La scuola è una scelta, non un criterio morale
Un fatto spesso taciuto è semplice: non a tutti gli psicologi interessa curare attraverso una formazione specialistica centrata su un singolo metodo di cura.
C’è chi preferisce un lavoro integrato. C’è chi investe su competenze trasversali: relazione, comunicazione clinica, gestione del rischio, lavoro con rete e invii. C’è chi opera soprattutto su prevenzione e sostegno. E c’è chi lavora in modo prevalente su abilitazione-riabilitazione e recupero del funzionamento.
C’è poi un altro dato ovvio ma importante: non tutti ambiscono a posizioni dirigenziali nel SSN, né tutti vogliono svolgere attività psicoterapeutica nel SSN o in libera professione. Esistono progetti professionali diversi, tutti legittimi. Misurarli con un solo metro impoverisce il confronto professionale.
Quando la scuola può essere una scelta sensata
Una scuola tende a funzionare quando l’obiettivo è chiaro e pratico: si vuole dedicare una parte importante e stabile del proprio lavoro a interventi psicoterapeutici, e si cerca un training continuativo con cornice metodologica e supervisione strutturata.
Ha più senso quando si verificano elementi concreti, non promesse:
- supervisione realmente formativa
- docenza solida e confronto aperto
- trasparenza su carichi, costi, tempi e aspettative
- coerenza tra ciò che interessa e ciò che la scuola forma davvero
Buone ragioni per cui, a volte, è più utile e più appropriato non farla
In molti casi non fare la scuola (o rimandarla) non è una rinuncia. È una scelta più appropriata, più proporzionata e spesso più utile.
Quando il bisogno formativo è specifico e la scuola è sovradimensionata. Se oggi serve migliorare su assessment, diagnosi psicologica, alleanza, gestione del rischio, lavoro con la rete, sostegno, prevenzione, abilitazione-riabilitazione, una scuola quadriennale può essere troppo ampia rispetto al bersaglio. In questi casi può funzionare meglio un percorso mirato e verificabile, con ricadute più rapide sulla pratica.
Quando il costo di opportunità è troppo alto. Quattro anni non sono solo soldi. Sono tempo, energia mentale, spazio. Quello stesso spazio può diventare supervisione continuativa di qualità, formazione breve e mirata sui problemi che si incontrano davvero, esperienza clinica progressiva costruita con criterio, studio serio e aggiornamento con ricadute concrete sul lavoro.
Quando la motivazione è legittimazione sociale, non progetto clinico. Se la spinta principale è evitare critiche o sentirsi automaticamente “a posto”, il rischio è che la scuola diventi un passaggio identitario, non formativo. La competenza clinica cresce meglio quando nasce da un progetto chiaro, da pratica riflessiva e dalla responsabilità dei propri limiti.
Quando il carico è controproducente per la qualità clinica. In fasi di stress, sovraccarico o instabilità, aggiungere un percorso massivo può ridurre lucidità, capacità di ragionamento e qualità della relazione: cioè ciò che pesa di più nella pratica quotidiana.
Quando il progetto professionale è diverso. Se il proprio progetto non ha la psicoterapia come asse centrale (servizi, territori, scuola, terzo settore, organizzazioni, valutazione, interventi psicoeducativi, prevenzione, abilitazione-riabilitazione), forzarsi “perché si fa” non è automaticamente crescita. Può essere una scelta poco aderente al proprio percorso.
Rischi possibili ed effetti collaterali di una formazione specialistica clinico-sanitaria
In sanità vale un principio semplice: anche ciò che è utile può avere effetti collaterali se è mal indicato, mal dosato o mal gestito. Lo stesso vale per una formazione specialistica. Qui si parla di rischi possibili, non di caratteristiche attribuite alle scuole in generale.
Per l’allievo, questi fattori possono tradursi in rigidità clinica, minore autonomia professionale e scelte meno appropriate rispetto ai propri obiettivi reali. Il rischio aumenta se il contesto formativo diventa dogmatico e chiuso, premia l’appartenenza più del confronto e scoraggia il dubbio.
Scelta troppo precoce: conseguenze negative potenziali
La scuola può essere una scelta sensata anche presto, se c’è chiarezza di obiettivi, buona supervisione e un contesto formativo serio. Tuttavia, quando la scelta avviene a pochissimi mesi o pochi anni dalla laurea, oppure senza una base sufficiente di formazione trasversale ed esperienza autonoma come psicologo, possono aumentare alcuni rischi prevedibili.
Può ridursi il tempo dedicato a costruire fondamenta cliniche e professionali essenziali: assessment, ragionamento clinico, gestione del rischio, lavoro con rete e invii, capacità di definire confini, setting e responsabilità. In parallelo, si rischia di affidare troppo presto la propria identità professionale a una sola cornice, prima di aver consolidato una pratica autonoma capace di reggere la complessità dei casi reali.
Un altro effetto collaterale possibile è la confusione tra “avere un modello” e “avere competenza”: quando manca esperienza autonoma, il modello può diventare una scorciatoia interpretativa che dà sicurezza, ma non sempre aumenta davvero precisione clinica. In questi casi si può osservare una tendenza a leggere problemi diversi con la stessa griglia, oppure a sovrastimare ciò che si è pronti a fare, invece di crescere per step, con supervisione e invii adeguati.
Infine, c’è un rischio pratico: un percorso massivo e assorbente nei primi anni può comprimere il tempo necessario a fare esperienza clinica progressiva di qualità, a cercare supervisioni mirate e a costruire una professionalità autonoma, concreta e verificabile.
Sovraspecializzazione precoce
Specializzarsi troppo presto può restringere la mappa. Se le basi trasversali non sono consolidate (assessment, ragionamento clinico, rete, invii, gestione del rischio), ci si incastra in una cornice unica e poi si fatica a riaprirla.
Rigidità teorica e riduzione della complessità. Un modello è utile quando resta una lente. Diventa un problema quando diventa l’unica lente: ogni caso viene tradotto nello stesso linguaggio, anche quando non ci sta. Un esempio neutro: usare sempre la stessa lettura per problemi diversi, invece di partire dal funzionamento reale della persona e dal contesto.
Falsa sicurezza. Può succedere che la scuola venga vissuta come garanzia automatica di competenza. In ambito clinico la competenza non è un attestato: è pratica riflessiva, supervisione, aggiornamento, capacità di riconoscere i limiti e di inviare quando serve. Il rischio, quando ci si sente “coperti”, è abbassare la soglia di cautela.
Dinamiche formative che riducono il pensiero critico. In alcuni contesti può accadere che il dubbio venga scoraggiato, che il confronto si riduca e che l’allineamento diventi più importante dell’analisi dei casi. Un esempio semplice: evitare il confronto con evidenze, supervisioni esterne o prospettive diverse perché “non appartengono al modello”.
Iatrogenesi formativa e prevenzione quaternaria della formazione. Uso qui questi termini in senso metaforico, per indicare effetti non desiderati quando un percorso viene scelto come automatismo culturale. In questi casi, la scuola può diventare per la formazione ciò che in clinica si cerca di prevenire con la prevenzione quaternaria: un percorso non necessario, sovradimensionato o non adeguato al bisogno reale, con effetti collaterali come stress, rigidità e tempo sottratto a supervisione e pratica mirata.
Conflittualità e svalutazioni tra colleghi. Quando il valore professionale viene misurato solo con l’appartenenza a un percorso, possono nascere gerarchie e svalutazioni inutili. Questo inquina la colleganza e non migliora la qualità del lavoro.
Il pregiudizio del percorso unico
Ritenere che la formazione di un buon psicologo debba passare necessariamente da una Scuola di Psicoterapia è un’assunzione pregiudizievole: trasforma una possibilità in un obbligo morale o identitario.
È lo stesso errore logico che si fa quando si scambiano aspettative sociali per criteri universali di valore personale: “devi per forza fare X per essere completo”. Sono scelte legittime e rispettabili, ma non possono diventare un metro unico per misurare maturità o competenza.
Lo stesso vale per la formazione: conta la coerenza tra obiettivi, bisogni, risorse e qualità del percorso scelto, non l’adesione a un modello unico.
Alternative pratiche per crescere clinicamente senza forzarsi
Se l’obiettivo è diventare più solidi come psicologi clinici, spesso funziona meglio un percorso su misura:
- supervisione continuativa
- intervisione strutturata tra colleghi
- formazione breve e mirata su competenze specifiche
- studio serio e aggiornamento con verifica delle ricadute sulla pratica
- esperienza clinica progressiva e invii quando serve
E, quando è utile, un percorso personale di terapia psicologica, senza trasformarlo in un obbligo identitario.
Domande che aiutano a decidere
- Questo percorso serve davvero alla pratica clinica che sto costruendo, o mi serve soprattutto per sentirmi legittimato?
- Il modello mi aiuta nei casi che incontro davvero, o funziona più come status?
- Ho verificato la qualità concreta (supervisione, didattica, trasparenza)?
- Ho davvero le risorse (tempo, energie, denaro) per sostenere quattro anni di percorso senza ridurre la qualità del mio lavoro clinico?
- Sto scegliendo per progetto o per appartenenza?
Se le risposte non sono solide, la scuola può aspettare. E per qualcuno può anche non servire mai.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps (Palermo)




