
Rispetto, lealtà e colleganza vengono spesso richiamati come valori astratti, quasi morali, evocati soprattutto quando emergono conflitti tra professionisti. In realtà, nel Codice Deontologico dello Psicologo questi principi hanno un significato concreto e operativo e riguardano direttamente anche il modo in cui lo psicologo comunica, soprattutto nello spazio pubblico e nei confronti dell’utenza. È proprio attraverso la comunicazione che questi valori si traducono in comportamenti professionali osservabili.
Il rispetto non coincide con il silenzio né con l’assenza di confronto. Non significa evitare ogni critica o rinunciare a chiarire posizioni diverse. Il rispetto professionale consiste nel distinguere con chiarezza la critica di contenuti, idee o messaggi dall’attacco alla persona o alla dignità professionale del collega. Una comunicazione rispettosa argomenta, spiega, dimostra. Diventa irrispettosa quando si limita a etichettare, insinuare o delegittimare senza fornire elementi verificabili, trasformando il confronto in svalutazione.
È qui che la comunicazione diventa decisiva: le parole possono sostenere la fiducia oppure incrinarla. La lealtà non è fedeltà personale né adesione a una visione comune per quieto vivere. È correttezza nel posizionamento professionale. Essere leali significa non costruire il proprio ruolo o il proprio valore attraverso comunicazioni parziali o ambigue che, implicitamente, riducono o sminuiscono quello altrui. La lealtà si manifesta nella trasparenza: chiarire ciò che si fa, ciò che si sa fare e ciò che fanno anche altri professionisti, senza creare gerarchie implicite o contrapposizioni artificiali che confondono l’utenza.
La colleganza, infine, non è corporativismo e non è protezione reciproca a prescindere. È responsabilità condivisa verso la professione e verso i cittadini. Una comunicazione che diffonde rappresentazioni riduttive o distorte del ruolo dello psicologo non danneggia solo singoli colleghi, ma indebolisce la credibilità dell’intera professione. Al contrario, una comunicazione accurata rafforza l’affidabilità collettiva e tutela l’utenza, che può orientarsi senza essere condizionata da messaggi fuorvianti.
La disinformazione, anche quando non è intenzionale, erode rispetto, lealtà e colleganza perché introduce confusione, sospetto e contrapposizioni implicite. La corretta informazione produce l’effetto opposto: chiarisce i confini, rende possibile il confronto e favorisce relazioni professionali più mature e responsabili. La correttezza informativa non divide la professione: la rende credibile e rafforza il rapporto di fiducia con l’utenza.


