
La formazione in psicoterapia viene spesso raccontata come un percorso intrinsecamente virtuoso, quasi automaticamente migliorativo: più competenza, più profondità, più capacità di cura. In questa narrazione, tipica di una visione psicoterapeuticocentrica, la scuola non è solo uno strumento formativo, ma diventa una garanzia implicita di qualità personale, clinica e persino morale.
Questa idealizzazione merita di essere messa seriamente in discussione. Non per negare il valore formativo delle scuole di psicoterapia, ma per restituire complessità a un percorso che, come ogni processo intenso, prolungato e strutturalmente asimmetrico, può produrre effetti collaterali. Alcuni lievi, altri più problematici, altri ancora potenzialmente dannosi se non riconosciuti e contenuti.
La formazione in psicoterapia ha una funzione precisa: è essenzialmente formativa.
Dà struttura al pensiero clinico, organizza il lavoro dentro una cornice teorica coerente, fornisce linguaggio, procedure e strumenti. Aiuta il professionista a non muoversi in modo casuale e a costruire una postura clinica riconoscibile. Questo è il suo valore reale.
Il problema nasce quando alla scuola vengono attribuite funzioni che non le competono: esclusività, superiorità clinica, trasformazione identitaria, autorizzazione implicita. È in questo slittamento, tipico del modello psicoterapeuticocentrico, che emergono i principali effetti collaterali.
Un primo effetto collaterale riguarda la rigidità teorica.
Quando un modello viene interiorizzato come unica lente legittima per leggere il funzionamento umano, il rischio è quello di adattare le persone alla teoria invece di usare la teoria al servizio delle persone. La formazione può trasformarsi in addestramento alla conferma del modello, più che in uno strumento di comprensione.
La sofferenza umana, per essere resa leggibile, viene semplificata. Ciò che non rientra nella cornice rischia di essere interpretato come “resistenza”, “difesa” o “mancanza di insight” del paziente, più che come limite del modello stesso. In questi casi la mappa finisce per sostituirsi al territorio.
Un secondo effetto collaterale è l’iper-identificazione con il modello o con la scuola.
Il linguaggio teorico diventa identità, l’appartenenza diventa valore personale. Il modello smette di essere uno strumento e diventa una parte dell’Io professionale da difendere.
Quando questo accade, il dubbio viene vissuto come debolezza, la critica come attacco, l’integrazione come tradimento. La formazione, invece di ampliare lo sguardo, lo restringe.
Un terzo effetto collaterale è l’illusione di competenza generalizzata.
Il fatto di aver seguito un percorso strutturato può indurre la sensazione di essere più competenti “in assoluto”, anche in ambiti che esulano dalla propria reale esperienza clinica. La sicurezza formale del modello può mascherare lacune sostanziali, soprattutto quando il titolo viene interiorizzato come garanzia di efficacia.
Questo effetto è particolarmente rischioso quando non è accompagnato da prudenza clinica, supervisione reale e senso del limite.
Un quarto effetto collaterale riguarda la confusione tra formazione e autorizzazione.
In un clima psicoterapeuticocentrico, “stare in scuola” viene spesso vissuto e comunicato come se fosse già uno status professionale avanzato. Questo porta ad anticipare ruoli e definizioni: “specializzando”, “psicoterapeuta” in formazione, “psicoterapia sotto supervisione”.
Spesso non c’è malafede, ma un contesto culturale che sovrappone addestramento e status. L’effetto, però, è una comunicazione ambigua verso il pubblico e verso i pazienti, soprattutto sul piano della correttezza comunicativa e deontologica.
Un quinto effetto collaterale è la dipendenza formativa.
Il professionista resta ancorato al modello, al supervisore o all’istituzione come fonte primaria di validazione. La responsabilità decisionale viene rimandata, l’autonomia clinica rallentata. Si impara “come si fa” secondo il modello, ma si fatica a rispondere in prima persona delle proprie scelte.
Un sesto effetto collaterale è la svalutazione implicita di tutto ciò che sta fuori dalla scuola.
Quando la formazione in psicoterapia viene rappresentata come la via maestra, altri percorsi seri – studio autonomo, formazione avanzata, supervisione, esperienza clinica progressiva – vengono percepiti come inferiori o incompleti. Questo produce contrapposizioni sterili e oscura un dato fondamentale: la qualità clinica dipende dai percorsi reali, non dalle etichette.
Esiste poi un effetto collaterale più delicato e potenzialmente dannoso: la formazione in psicoterapia può risultare problematica per allievi con vulnerabilità identitarie, fragilità dell’Io o tratti narcisistici non riconosciuti o non elaborati. Qui non si parla di diagnosi, ma di tratti e assetti di personalità che, in un contesto altamente asimmetrico, possono essere rinforzati invece che contenuti.
La scuola espone a linguaggi di potere simbolico, a ruoli asimmetrici, a narrazioni di competenza profonda. In soggetti fragili questo può alimentare dipendenza, idealizzazione e sottomissione. In soggetti con tratti narcisistici può invece amplificare fantasie di superiorità, onnipotenza clinica e legittimazione del Sé grandioso.
Se questi aspetti non vengono intercettati, il modello smette di essere strumento di comprensione e diventa mezzo di conferma di sé.
Un’ulteriore vulnerabilità, spesso sottovalutata, riguarda la suggestionabilità.
La formazione in psicoterapia può essere fortemente suggestiva per menti inclini all’accettazione acritica di idee nuove quando provengono da figure percepite come autorevoli.
La struttura stessa della scuola si fonda su un’asimmetria: il docente spiega, l’allievo interiorizza. Questo è fisiologico. Diventa problematico quando l’allievo tende a delegare il pensiero critico, a credere più che a comprendere, ad assumere il modello come verità invece che come ipotesi operativa.
Alcuni segnali sono osservabili: linguaggio stereotipato e recitato, uso di etichette prima ancora dell’ascolto clinico, impermeabilità al confronto, difficoltà a tollerare il dubbio, paura di dissentire dall’autorità formativa. In questi casi la sicurezza che emerge è spesso suggestione, non competenza.
A tutto questo si aggiunge un dato spesso rimosso: una scuola non può fornire in via esclusiva qualità che dipendono dalla persona. Intelligenza, empatia, flessibilità mentale, capacità di regolazione emotiva, salute generale, maturazione affettiva derivano dalla storia di vita e dalle esperienze personali. Possono crescere, ma non sono garantite né certificabili da un titolo.
Infine, va ribadito un punto essenziale sul piano giuridico e comunicativo.
La scuola ha una funzione formativa. Non crea una nuova professione, non fornisce una nuova autorizzazione e non legittima anticipazioni comunicative. L’attività psicoterapeutica può essere esercitata solo dopo il conseguimento del diploma di specializzazione, nei termini previsti. Prima di quel momento, ogni ambiguità comunicativa è scorretta verso il paziente.
La scuola non autorizza a definirsi “psicoterapeuta”, non autorizza alla “psicoterapia sotto supervisione”, non autorizza a presentarsi come “psicoterapeuta” in formazione. La supervisione è uno strumento didattico, non un permesso giuridico. Serve a imparare, non a creare uno status.
È importante chiarire, a questo punto, un’ulteriore questione per evitare fraintendimenti.
È perfettamente evidente che esistono anche modelli integrati di psicoterapia. Il fatto stesso che si definiscano “integrati” implica che non siano settoriali, né chiusi, né rigidamente specialistici in senso esclusivo. Proprio per questo, tali modelli tendono a ridurre alcuni dei rischi descritti, perché si fondano su una pluralità di riferimenti teorici e su una maggiore flessibilità dello sguardo clinico.
Allo stesso tempo, va chiarito che le osservazioni e le critiche qui formulate non riguardano esclusivamente la formazione in psicoterapia in senso stretto. Esse possono essere estese a qualsiasi tipo di formazione specialistica che, in qualunque ambito, limiti lo sguardo del professionista, irrigidisca il pensiero, favorisca l’identificazione acritica con un modello o produca narrazioni di superiorità implicita.
Il motivo per cui nasce questo articolo è la contestazione del modello psicoterapeuticocentrico della cura, ovvero la contestazione dello psicoterapeuticocentrismo come narrazione dominante sulla formazione, sulla cura e sul ruolo dello Psicologo. Ma i concetti qui descritti non sono confinati a questo ambito: essi valgono ogni volta che una formazione, invece di aprire, restringe; invece di sostenere il pensiero critico, lo sostituisce; invece di servire la cura, diventa identità.
In conclusione, la formazione in psicoterapia è uno strumento potente.
Ed è proprio per questo che non è neutra. Può far crescere, ma può anche irrigidire. Può strutturare, ma può anche rinforzare illusioni, fragilità e dinamiche di potere.
Restituire alla formazione il suo perimetro reale non significa svalutarla. Significa renderla più onesta, più responsabile e più rispettosa delle persone coinvolte: allievi, colleghi e pazienti.
La formazione dovrebbe essere sempre un mezzo al servizio della cura, non un feticcio identitario né un moltiplicatore di suggestione.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps
