Quando lo psicologo parla da opinionista, ma non può permetterselo
Nel dibattito pubblico, soprattutto sui social, capita sempre più spesso di assistere a una confusione dannosa tra due ruoli molto diversi: quello dell’opinionista e quello del professionista.
L’opinionista commenta, interpreta, polemizza, semplifica, prende posizione. Il suo discorso appartiene al campo dell’opinione. Può essere brillante, persuasivo, utile. Ma resta, in primo luogo, una lettura personale della realtà.
Lo psicologo, invece, quando interviene pubblicamente su temi che riguardano la psicologia, la professione, la scienza, la deontologia o il diritto professionale, non parla soltanto come privato cittadino. Parla anche come titolare di un sapere specialistico e di una responsabilità sociale. Ed è proprio qui che nasce la differenza decisiva.
Il problema non è che uno psicologo, qualche volta, voglia esprimere una propria opinione personale. Anche lo psicologo è una persona, ha convinzioni, preferenze teoriche, letture culturali, sensibilità individuali. Il problema nasce quando una semplice opinione privata viene fatta passare per verità scientifica, per regola professionale o per dato normativo già acquisito.
In quel momento il linguaggio smette di essere trasparente. E il titolo professionale rischia di diventare un moltiplicatore improprio di autorevolezza.
Per le psicologhe e gli psicologi iscritti all’Albo, questo punto non è solo etico. È anche deontologico. Il Codice Deontologico delle Psicologhe e degli Psicologi Italiani stabilisce infatti che le sue regole sono vincolanti per tutte le iscritte e tutti gli iscritti, che l’ignoranza delle stesse non esime da responsabilità disciplinare e che tali regole si applicano anche quando le prestazioni, o parti di esse, vengono effettuate a distanza, via Internet o con qualunque altro mezzo elettronico o telematico. Questo significa che il contesto social non sospende affatto i doveri professionali.
Lo psicologo non può parlare come se fosse un semplice commentatore
Molti dibattiti online mostrano una distorsione ricorrente: si confonde il tono assertivo con la solidità dell’argomentazione. Ma un’affermazione non diventa scientifica, giuridica o professionale solo perché viene detta con sicurezza, con enfasi o da una persona che possiede un titolo.
Parlare da professionisti significa qualcosa di diverso. Significa chiarire su quali basi si fonda ciò che si sta dicendo. Significa distinguere i fatti dalle interpretazioni, le norme dalle preferenze, i dati dalle impressioni personali. Significa anche saper riconoscere i limiti del proprio discorso.
Il Codice va esattamente in questa direzione. L’articolo 3 ricorda che la psicologa e lo psicologo considerano loro dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano e utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. Aggiunge inoltre che sono consapevoli della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, possono intervenire significativamente nella vita delle altre persone, che devono evitare l’uso inappropriato della loro influenza e che sono responsabili dei loro atti professionali e delle loro prevedibili e dirette conseguenze.
Questo passaggio, letto dentro i dibattiti pubblici, è molto chiaro: lo psicologo non può usare la propria autorevolezza come se fosse un’arma retorica. Non può sfruttare il titolo per dare peso improprio a valutazioni personali, per orientare il pubblico con sicurezza apparente o per attribuire alle proprie preferenze il valore di verità tecnica.
Il dovere di parlare con competenza reale
Il Codice richiede anche qualcosa di molto concreto: competenza effettiva e dichiarabile.
L’articolo 5 stabilisce che la psicologa e lo psicologo sono tenuti a mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale, a riconoscere i limiti della propria competenza e a usare solo strumenti teorico-pratici per i quali abbiano acquisito adeguata competenza. Lo stesso articolo aggiunge che impiegano metodologie delle quali sono in grado di indicare fonti e riferimenti scientifici e che non suscitano nella persona cliente o utente aspettative infondate.
Questo punto è decisivo. Uno psicologo non dovrebbe parlare pubblicamente di tutto come se tutto rientrasse automaticamente nella propria competenza. Né dovrebbe esprimersi su temi tecnici come se bastasse il titolo professionale a garantire la qualità di ciò che afferma. Il professionista autentico non è quello che parla di tutto. È quello che sa fin dove può parlare professionalmente, su quali basi può farlo e dove invece deve fermarsi, distinguendo con chiarezza il piano dell’opinione personale da quello dell’affermazione fondata.
L’articolo 7: il cuore del problema
La norma più importante, su questo tema, è però l’articolo 7 del Codice Deontologico.
Il testo vigente prevede che, nelle attività di ricerca, nelle comunicazioni dei risultati e in ogni altra attività professionale, nonché nelle attività didattiche, di formazione e supervisione, la psicologa e lo psicologo valutino attentamente, anche in relazione al contesto, il grado di validità, attendibilità, accuratezza e affidabilità di dati, informazioni e fonti su cui basano le conclusioni raggiunte; espongano, quando necessario, le ipotesi interpretative alternative; ed esplicitino i limiti dei risultati a cui sono arrivati. La norma aggiunge inoltre che, su casi specifici, possono esprimere valutazioni e giudizi professionali solo se fondati sulla conoscenza professionale diretta oppure su una documentazione adeguata, coerente con il tema oggetto di valutazione ed attendibile.
Questo articolo, da solo, basterebbe a chiarire molti abusi comunicativi che si vedono ogni giorno online.
Dice infatti che parlare professionalmente non significa semplicemente dire la propria da esperti. Significa verificare la qualità delle fonti, valutare il peso dei dati, non assolutizzare i risultati, esplicitare i limiti del proprio discorso e, quando necessario, dare conto anche di letture alternative.
In altre parole, l’articolo 7 impone allo psicologo un linguaggio intellettualmente onesto. E questo linguaggio è l’opposto del commento impulsivo, della sentenza categorica, della polemica senza fondamento, della semplificazione spacciata per chiarezza.
Il problema non è l’opinione, ma il travestimento dell’opinione
Ogni psicologo può avere opinioni personali. Questo non è in discussione.
Ciò che conta è il modo in cui queste opinioni vengono presentate. Se uno psicologo dice: “secondo me”, “a mio avviso”, “dal mio punto di vista”, “questa è una mia interpretazione”, sta compiendo un’operazione corretta. Sta segnalando apertamente che il suo discorso appartiene al piano della lettura soggettiva.
Se invece usa formule come “la scienza dice”, “la legge dice”, “gli psicologi sanno che”, “è chiaro che”, “tutti sanno che”, senza fonti, senza delimitazioni e senza chiarire i limiti della propria affermazione, allora il problema non è più l’opinione in sé. Il problema è il suo travestimento.
In quel momento una convinzione personale viene presentata come sapere acquisito. E questo, detto da un professionista, produce un effetto particolarmente delicato. Perché il pubblico tende ad attribuire al titolo una forza di garanzia. Non ascolta soltanto una persona: ascolta, apparentemente, la voce della professione, della scienza o della norma.
È proprio qui che lo psicologo dovrebbe distinguersi dal mero opinionista.
Le parole dell’opinione
Il linguaggio dell’opinione personale ha una caratteristica importante: dichiara apertamente la propria soggettività.
Formule come queste sono corrette quando si vuole esprimere una posizione individuale:
“secondo me”
“a mio avviso”
“dal mio punto di vista”
“nella mia esperienza”
“mi sembra”
“ritengo che”
“questa è una mia interpretazione”
Queste espressioni non indeboliscono il discorso. Lo rendono più corretto. Fanno capire a chi legge o ascolta che non si sta enunciando un fatto già dimostrato, né una regola professionale, né una conclusione scientifica consolidata. Si sta esprimendo, appunto, un punto di vista.
Molti problemi nascono proprio quando questa soggettività non viene segnalata. Quando lo psicologo omette di mostrare che sta parlando in termini personali e lascia intendere, invece, che la propria lettura coincida automaticamente con ciò che sarebbe scientificamente vero, professionalmente corretto o giuridicamente assodato.
Le parole della responsabilità professionale
Il linguaggio professionale è diverso.
Quando uno psicologo parla come psicologo, il suo discorso non dovrebbe partire dall’io, ma dal fondamento. Dovrebbe usare formule come:
“secondo il Codice Deontologico vigente…”
“in base a questa norma…”
“la letteratura disponibile suggerisce che…”
“allo stato delle evidenze…”
“i dati attualmente disponibili non consentono di affermare che…”
“questa conclusione appare sostenuta da…”
“si tratta di una possibile interpretazione, non dell’unica…”
Qui cambia la struttura stessa dell’enunciato. Non si chiede al pubblico di fidarsi della persona che parla. Si mostra al pubblico su che cosa si regge ciò che viene affermato.
Questa è la vera differenza tra professionalità e opinionismo: il professionista fonda, delimita, documenta, problematizza. L’opinionista, invece, può anche limitarsi a prendere posizione.
Il problema delle generalizzazioni
Uno dei segnali più evidenti del linguaggio opinionistico è l’uso delle generalizzazioni.
Frasi come “gli psicologi fanno sempre così”, “questa tecnica non serve mai”, “è ovvio che”, “tutti sanno che”, “è chiaro che” colpiscono, semplificano, sembrano forti. Ma proprio per questo sono spesso metodologicamente fragili.
Il linguaggio professionale, invece, tende a restringere, qualificare, precisare. Preferisce formule come “in alcuni casi”, “in una parte della letteratura”, “allo stato delle fonti disponibili”, “questa interpretazione non è univoca”, “i dati non consentono di generalizzare”, “questa è una possibile lettura, non l’unica”.
Questa cautela non è debolezza. È rigore. È rispetto della complessità. Ed è perfettamente coerente con l’articolo 7, che impone attenzione alla validità delle fonti, alle ipotesi alternative e ai limiti dei risultati.
Un professionista serio non elimina la complessità per sembrare più sicuro. La governa, la espone e la rende comprensibile senza falsarla.
I social non autorizzano a smettere di essere professionisti
Una delle illusioni più diffuse è che il social network costituisca una sorta di zona franca, in cui lo psicologo possa parlare come vuole perché “tanto è solo un post”, “tanto è un commento”, “tanto è una diretta”.
Ma il Codice non dice questo. Dice l’opposto.
L’articolo 1 chiarisce espressamente che le regole deontologiche si applicano anche quando le prestazioni, o parti di esse, vengono effettuate a distanza, via Internet o con mezzi elettronici o telematici. L’articolo 2 aggiunge che la psicologa e lo psicologo non mettono in atto azioni e comportamenti che ledono il decoro e la dignità della professione e che l’inosservanza dei precetti del Codice, così come ogni azione o omissione contraria al corretto esercizio della professione, è sanzionabile disciplinarmente.
Questo significa che il tono del mezzo non annulla la responsabilità del ruolo. Può spiegare la fretta, la pressione del confronto, la tentazione della semplificazione. Ma non può giustificare la trasformazione dell’opinione personale in pseudo-verità professionale.
Il titolo non sostituisce le prove
Un altro errore frequente consiste nel trattare il titolo professionale come se bastasse da solo a convalidare ciò che si dice.
Non è così.
Il titolo dice chi è il soggetto che parla. Non prova automaticamente la correttezza di ciò che afferma. La prova, nei discorsi professionali, arriva da un’altra parte: dalla qualità delle fonti, dalla correttezza del ragionamento, dalla precisione linguistica, dalla capacità di distinguere i dati dalle interpretazioni, le norme dalle preferenze, i fatti dalle ipotesi.
Il professionista autentico non pretende di essere creduto per il solo fatto di essere un professionista. Si espone alla verifica. Mostra le basi del proprio discorso. Accetta il limite. Riconosce la complessità. E proprio per questo risulta più credibile.
La funzione sociale dello psicologo
Lo psicologo non esercita soltanto una professione tecnica. Esercita anche una funzione sociale.
Parlare pubblicamente come psicologo significa incidere sul modo in cui le persone comprendono se stesse, gli altri, la sofferenza, la cura, i rapporti umani, la professione, la scienza psicologica. Significa contribuire a formare rappresentazioni sociali che possono essere utili, ma anche fuorvianti, semplificanti o dannose.
Per questa ragione il linguaggio professionale non può essere abbandonato con leggerezza. La responsabilità sociale dello psicologo non si accende solo nello studio professionale. Si manifesta anche quando scrive, interviene, insegna, commenta, divulga, critica.
Ecco perché il punto non è soltanto avere ragione. Il punto è parlare in modo compatibile con il proprio ruolo.
Conclusione
Il problema non è che uno psicologo, ogni tanto, voglia fare l’opinionista.
Il problema nasce quando un’opinione personale viene espressa con il tono, il lessico e l’autorità apparente di una verità scientifica, giuridica o professionale.
È lì che il linguaggio smette di essere trasparente.
È lì che il pubblico rischia di essere confuso.
Ed è lì che lo psicologo rischia di allontanarsi dalla propria funzione sociale e dai doveri deontologici che il proprio titolo comporta.
Uno psicologo non è tale perché ha opinioni.
È tale perché sa distinguerle dai fatti, dalle norme e dalle evidenze. E perché, quando parla pubblicamente, sa mettere chi ascolta nelle condizioni di capire con chiarezza su quale piano si sta collocando: quello della propria interpretazione personale oppure quello della conoscenza professionale realmente fondata.
In fondo, è proprio questa la differenza tra parlare da opinionista e parlare da professionista.
Fonti
Codice Deontologico delle Psicologhe e degli Psicologi Italiani – testo vigente (CNOP)



