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Quando l’invio a uno “psicoterapeuta” è inutile e pericolosa

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico, Presidente di MetaPsi Aps

Quando l’invio è motivato e proporzionato, è una scelta clinicamente eccellente. Il problema non è l’invio: è l’invio non motivato, automatico, privo di un ragionamento clinico documentabile.

Nella cultura psicoterapeuticocentrica che da decenni permea la psicologia italiana, l’invio a uno “psicoterapeuta” viene spesso considerato la scelta migliore, o addirittura obbligata, ogni volta che si presenta un disturbo psicologico o un trauma. In molti casi, questa convinzione si estende persino a forme di sofferenza emotiva non grave. Diventa un automatismo professionale: “se c’è un problema, allora serve la psicoterapia”.

Qui non si contesta l’invio in sé. Un invio può essere un atto di grande responsabilità clinica e una scelta protettiva per il paziente. Il bersaglio è l’invio automatico, privo di ragionamento clinico fondato e tracciabile.

Alla base di questa prassi vi è un errore concettuale profondo: l’idea che lo “psicoterapeuta” sia sempre più competente. Come se rappresentasse l’unica figura in grado di curare. E come se il semplice fatto di essere anche Psicologo renda qualsiasi intervento automaticamente più appropriato.

In realtà, l’idea dell’invio automatico come regola generale non trova riscontro né sul piano scientifico, né su quello giuridico, né tantomeno su quello deontologico. Un invio non motivato può diventare inutile, dannoso o persino pericoloso per il paziente, ad esempio se frammenta la continuità della cura o rinforza meccanismi di evitamento. E può essere professionalmente scorretto, proprio perché non è guidato dall’appropriatezza.

Un invio è una decisione clinica delicata. Non è un gesto di deferenza culturale.

In altre parole: la domanda non è “chi ha il titolo”, ma quando andare dallo psicoterapeuta perché quell’intervento è davvero necessario e proporzionato.


Invio allo “psicoterapeuta”: quando è davvero indicato

Un invio allo psicoterapeuta ha senso solo quando è una decisione clinica motivata, non una scorciatoia culturale.

In medicina non si prescrive “una terapia in generale”, ma un trattamento preciso, a una dose precisa, per una specifica indicazione. Allo stesso modo, in psicologia, non si propone “psicoterapia” in astratto. Si propone un intervento definito in base ai bisogni di salute del paziente, al suo funzionamento e a obiettivi realistici di cambiamento.

Un’indicazione terapeutica, per essere fondata, dovrebbe specificare quali processi si intendono trattare. Per esempio: regolazione emotiva, evitamento, ruminazione, compulsioni, convinzioni disfunzionali. Dovrebbe chiarire quali obiettivi di salute si vogliono raggiungere, con quale intensità e durata, e con quale razionale teorico ci si aspetta un beneficio.

Tutto ciò va documentato e periodicamente riesaminato. In questa cornice si inserisce anche l’articolo 27 del Codice Deontologico – testo vigente (CNOP), che richiama il dovere di valutare l’utilità reale del percorso e, quando non c’è beneficio o non è ragionevolmente prevedibile che emerga proseguendo, proporre l’interruzione e orientare verso interventi più adatti (se richiesto).

Quando serve la psicoterapia? La differenza tra bisogno e automatismo

Il punto non è chiedersi se la psicoterapia “sia utile” in generale. Il punto è chiedersi se, in quel momento, per quel paziente, per quel tipo di sofferenza e per quel livello di funzionamento, un certo intervento sia proporzionato e abbia una ragionevole previsione di beneficio.

A parità di severità, comorbilità, qualità dell’erogazione e aderenza al metodo, l’appropriatezza dipende soprattutto dalla coerenza tra obiettivi e intervento. Quando questi fattori cambiano, cambiano anche gli esiti e la strategia più sensata.

Un invio diventa clinicamente corretto quando risponde a una domanda precisa: quale intervento serve, con quali obiettivi e con quali priorità. Diventa invece un automatismo quando nasce da un’idea culturale (“serve psicoterapia”) invece che da una valutazione clinica.


Come si decide una terapia: criteri clinici e obiettivi misurabili

In psicologia clinica, decidere una terapia significa costruire un piano di cura. Significa definire obiettivi realistici, osservabili e verificabili. Significa anche esplicitare in che modo si pensa che quel percorso possa produrre un cambiamento.

Una terapia non è un’etichetta. È una decisione clinica che deve poter essere spiegata e, soprattutto, monitorata.

Articolo 27 CNOP: quando interrompere o riorientare la cura

L’articolo 27 rende esplicito un punto essenziale: la cura non si porta avanti per inerzia. Se il paziente non trae beneficio e non è ragionevolmente prevedibile che ne tragga proseguendo, lo Psicologo valuta e può proporre l’interruzione del rapporto terapeutico e, se richiesto, fornisce le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi.

Questo principio riguarda anche l’appropriatezza degli invii: inviare è corretto quando è una scelta clinica motivata, cioè quando riorienta verso un intervento con migliori probabilità di beneficio.


Invio medico vs invio psicologico: differenze e criteri

Nel campo medico, l’invio avviene spesso “per organo o funzione”. Un cardiologo per il cuore. Un neurologo per il sistema nervoso.

In psicologia, invece, l’invio dovrebbe basarsi sui processi di funzionamento e sugli obiettivi di salute. Non su un’etichetta professionale o su un titolo.

Non si invia “a un titolo”: si invia a un intervento

Nella pratica quotidiana si dice spesso “invio allo ‘psicoterapeuta’”. Clinicamente, però, l’unità decisionale non è il titolo: è l’intervento. Cosa serve? Con quale obiettivo? In quale fase del percorso? Con quali criteri di monitoraggio?

In altri termini: non si invia “a un titolo”. Si invia “a un intervento”. Questo significa scegliere un percorso coerente con la valutazione fatta e proporzionato rispetto al bisogno reale.

E significa anche riconoscere con chiarezza quando l’invio è indicato: quando il caso eccede le competenze specifiche del clinico, quando serve un setting particolare, quando è necessaria multidisciplinarità, oppure quando il professionista non può erogare quell’intervento con adeguata qualità e continuità.


Invio allo “psicoterapeuta”: criteri scientifici e appropriatezza

Dal punto di vista scientifico, l’indicazione deve essere fondata su una valutazione funzionale del caso. Deve essere proporzionata. Deve contenere una previsione ragionevole di beneficio. E deve prevedere monitoraggio degli esiti.

Un invio, per essere corretto, dovrebbe rispondere a tre domande: che cosa stiamo cercando di cambiare, come pensiamo di farlo, e come misureremo se sta funzionando.

Cosa dice la Legge 56/1989 sulla psicoterapia

Dal punto di vista giuridico, l’articolo 3 della Legge 56/1989 disciplina l’esercizio dell’attività psicoterapeutica (Psicologi e Medici con formazione specifica prevista dalla normativa). Questo dato, però, non trasforma l’invio in un automatismo.

Non sostituisce il ragionamento clinico. Non rende “obbligatoria” la scelta in presenza di qualunque sofferenza. La distinzione tra terapia psicologica e psicoterapia merita spesso un approfondimento a parte, perché molte confusioni nascono proprio qui.

In sintesi, l’invio, quando necessario, deve essere motivato, documentato e coerente con gli obiettivi di salute del paziente. Deve essere libero da pressioni culturali e da logiche di appartenenza.


Trauma: quando serve la psicoterapia e quando no

L’idea che ogni trauma o disturbo psicologico richieda automaticamente l’invio a uno “psicoterapeuta” è errata. È una scorciatoia. E le scorciatoie, in clinica, costano. La domanda clinica vera è quando serve la psicoterapia per un trauma e quando, invece, la priorità è stabilizzare e recuperare funzionamento.

Spesso, nelle fasi iniziali di un percorso, la priorità non è la rielaborazione del trauma. La priorità è stabilizzare. Rafforzare risorse. Ridurre rischio. Ripristinare funzionamento quotidiano.

Prima la stabilizzazione: sostegno, prevenzione e recupero del funzionamento

In questi casi, interventi di sostegno, prevenzione o abilitazione-riabilitazione possono rappresentare la forma di cura più adeguata e proporzionata. In questa fase spesso è centrale il sostegno psicologico e il lavoro sul funzionamento.

Lo Psicologo, in quanto professionista sanitario, è legittimato a trattare disturbi e traumi psicologici attraverso gli strumenti previsti dagli atti tipici della professione: diagnosi psicologica, sostegno, prevenzione, abilitazione-riabilitazione e trattamento psicologico. Il tutto nel rispetto della Legge 56/1989 e del Codice Deontologico – testo vigente (CNOP).


Quale psicoterapia scegliere? Modelli, evidenze e casi specifici

Sul piano delle evidenze, le diverse psicoterapie producono esiti medi spesso comparabili, in media e a parità di condizioni. Contano molto fattori comuni come l’alleanza terapeutica, la competenza del clinico e la coerenza del metodo. Questo non significa che “tutto valga tutto” o che non esistano differenze: severità, comorbilità, contesto e qualità dell’erogazione possono spostare molto gli esiti.

Esistono eccezioni e indicazioni più specifiche per alcune condizioni, riportate in linee guida internazionali, per specifiche condizioni e come esempi. Sono esempi, non prescrizioni individuali. A titolo esemplificativo: EMDR o CBT trauma-focused in specifici quadri di PTSD; ERP nel disturbo ossessivo-compulsivo; DBT o TFP in alcuni profili borderline; CBT o IPT in alcuni quadri depressivi; CBT-E per disturbi alimentari.

Approccio “process-based”: scegliere in base ai processi, non alla scuola

Fuori da questi casi, un’indicazione ha senso solo se basata sui processi di funzionamento. Non su una “scuola” preferita o “di moda”. Non su gerarchie implicite tra etichette.

In altre parole: non è la bandiera teorica a fare l’appropriatezza. È la coerenza tra processo clinico, obiettivo e intervento.


Analisi della domanda: come capire cosa serve davvero al paziente

Un’indicazione alla psicoterapia deve partire dalla comprensione dei reali bisogni di salute del paziente. Deve chiarire gli obiettivi di funzionamento. Deve tenere conto di comorbilità, risorse e barriere.

La domanda clinica va costruita bene. Perché una domanda costruita male produce risposte sbagliate, anche quando sembrano “prudenziali”.

Evitare collusioni: evitamento, dipendenza e ricerca di rassicurazione

Un invio non può essere il modo elegante per rinforzare evitamento, dipendenza o richieste di rassicurazione continua. In questi casi, “assecondare” una preferenza non è sempre una scelta terapeutica.

È compito del clinico proporre una terapia che risponda a criteri di efficacia e proporzionalità, non a gusti personali o ideologie di scuola.


Come fare un invio clinico corretto (passaggio di consegne)

Un invio clinicamente corretto deve essere motivato, tracciabile e trasparente. Deve fondarsi su una valutazione funzionale, su un piano di trattamento e su obiettivi verificabili. Non può ridursi alla qualifica del collega.

Non può limitarsi a dire: “si cerchi un bravo psicoterapeuta”. Questo non è un invio clinicamente argomentato. È un orientamento generico non tracciato.

Invio allo “psicoterapeuta”: cosa condividere con consenso informato

Un invio corretto prevede una comunicazione condivisa con il paziente e tutela la sua autodeterminazione: l’invio offre criteri e opzioni, non impone una scelta.

Quando appropriato, include un passaggio di consegne clinico tra professionisti. Questo passaggio deve avvenire con consenso informato, minimizzazione dei dati e trasmissione delle sole informazioni necessarie.

Quando possibile, è utile un follow-up per verificare l’effettivo beneficio dell’orientamento.


Invio automatico allo “psicoterapeuta”: rischi e danni possibili

Un invio privo di fondamento clinico può risultare inutile. A volte può essere dannoso.

Può rompere un’alleanza terapeutica stabile. Può frammentare la continuità della cura. Può demoralizzare il paziente con messaggi impliciti (“con te non basta”).

In alcuni casi può rinforzare meccanismi di evitamento o idealizzazione. Può ritardare la ripresa funzionale. Può creare barriere economiche e logistiche che peggiorano l’accesso alle cure.

Quando l’invio rompe l’alleanza e frammenta la continuità di cura

In termini professionali, un invio non motivato contraddice l’idea stessa di appropriatezza: non è guidato da obiettivi, non è guidato da esiti, non è guidato da una previsione ragionevole di beneficio.

E soprattutto: rischia di essere una risposta “di cultura” a un problema che richiede pensiero clinico.


Falsi miti: differenza tra Psicologo e “psicoterapeuta”

Molte confusioni nascono da come viene raccontata, nel linguaggio comune e spesso online, la differenza psicologo psicoterapeuta, come se fosse una gerarchia automatica.

Il primo falso mito è che lo “psicoterapeuta” sia sempre più competente. Non è vero. La competenza deriva da conoscenze, abilità, esperienza ed esiti. Non da un’etichetta presa da sola.

Il secondo mito è che la psicoterapia sia l’unica forma di cura. Anche questo è falso. La cura psicologica comprende sostegno, prevenzione, psicoeducazione, abilitazione e riabilitazione, quando questi interventi sono proporzionati e fondati su evidenze.

Il terzo mito è che lo Psicologo non “psicoterapeuta” non possa curare. La realtà è che lo Psicologo è un professionista sanitario a pieno titolo. È legittimato a effettuare diagnosi, sostegno, prevenzione, abilitazione-riabilitazione e trattamenti psicologici, anche in presenza di disturbi psicopatologici, nel rispetto delle norme e del Codice Deontologico – testo vigente (CNOP).

“Lo psicoterapeuta è sempre più competente”: perché è un pregiudizio

L’idea di una gerarchia automatica tra titoli produce due effetti tossici: da un lato svaluta competenze reali; dall’altro spinge a invii non motivati, come se fossero garanzie “di default”.

In clinica non serve una gerarchia. Serve appropriatezza, competenza verificabile e continuità della cura.

Qui vale una regola semplice: il titolo non garantisce automaticamente appropriatezza. Può essere rilevante quando serve uno specifico setting o una specifica competenza. Ma non sostituisce il pensiero clinico.


Formazione in psicoterapia: perché serve conoscerla (anche senza specializzazione)

Un problema culturale nasce dal fatto che molti Psicologi vengono scoraggiati o ostacolati nello studio delle psicoterapie. Come se la conoscenza teorica e metodologica di certi approcci fosse prerogativa esclusiva degli specializzati.

Questa limitazione è paradossale. Come può uno Psicologo valutare correttamente quando proporre un invio, se non conosce basi, logiche e limiti di un approccio?

Conoscere i modelli per inviare meglio e ridurre invii inutili

Conoscere non significa esercitare in modo improprio. Significa orientare bene, evitare invii inutili e riconoscere competenze altrui con piena consapevolezza.

La conoscenza, in questo senso, è uno strumento di appropriatezza. E quindi anche di cura.


Conclusione: quando inviare allo “psicoterapeuta” senza automatismi

Quando serve la psicoterapia? Serve quando è indicata per quel paziente, in quel momento, per quel profilo di funzionamento, con obiettivi chiari e una previsione ragionevole di beneficio.

In molti casi la scelta più corretta è anche graduale: si parte da interventi proporzionati e, se non basta, si aumenta intensità e specificità del trattamento.

L’invio a uno “psicoterapeuta” diventa un atto clinico solo quando è il risultato di una valutazione accurata. Deve basarsi su criteri di efficacia, proporzionalità e rispetto del Codice Deontologico – testo vigente (CNOP), mantenendo centrale il principio di monitorare l’utilità reale del percorso e riorientare quando non produce beneficio.

Quando invece nasce da automatismi, pregiudizi o dal semplice timore di “non poter curare”, rischia di trasformarsi in una scelta selvaggia, inutile e potenzialmente dannosa.

L’invio non è un segno di umiltà o di prudenza: è un atto terapeutico che deve essere guidato dal pensiero clinico, non dalla cultura del titolo.

Non è il titolo che cura. Cura la scelta consapevole, proporzionata e coerente con i bisogni di salute del paziente.

Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps

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