Parlare degli effetti negativi della psicoterapia non significa attaccare la psicoterapia.
Significa trattarla come ogni intervento clinico serio: una pratica che può essere molto utile, ma che deve essere valutata anche nei suoi limiti, nei suoi rischi e nelle sue possibili conseguenze indesiderate.
Nessun intervento terapeutico è automaticamente buono solo perché viene chiamato terapia.
Un intervento può aiutare quando è condotto con competenza, responsabilità, monitoraggio, attenzione alla persona e capacità di correggere la rotta.
Può invece diventare dannoso quando viene applicato in modo rigido, suggestivo, non verificato, non adeguato alla situazione clinica o non sufficientemente rispettoso dei tempi, delle risorse e della vulnerabilità della persona.
Questo vale per la psicoterapia.
E vale, più in generale, per ogni forma di cura psicologica.
Il rischio non è la psicoterapia, ma la psicoterapia non monitorata
La letteratura scientifica mostra che una quota di pazienti può peggiorare durante o dopo un percorso psicoterapeutico.
Le stime non sono tutte uguali. Dipendono dal tipo di disturbo, dal contesto, dagli strumenti di valutazione, dalla durata del trattamento e dal modo in cui viene definito il peggioramento.
Per questo è più corretto dire che gli studi riportano percentuali variabili di deterioramento clinico. In diversi lavori il peggioramento viene collocato spesso intorno al 5–10%, mentre altre ricerche riportano oscillazioni più ampie in specifici contesti clinici e metodologici.
Lambert ha richiamato da anni l’attenzione sul deterioramento durante i trattamenti e sull’utilità del monitoraggio degli esiti.
Rozental e colleghi hanno sottolineato che gli effetti negativi della psicoterapia vanno definiti, valutati e riportati meglio.
Cuijpers e colleghi hanno analizzato il tema del deterioramento nei trattamenti psicologici per la depressione adulta.
Linden e Schermuly-Haupt hanno inoltre evidenziato che la psicoterapia, come ogni intervento clinico, può presentare effetti collaterali, eventi indesiderati e reazioni negative che devono essere riconosciute e valutate.
Questo dato non dimostra che la psicoterapia “fa male”.
Dimostra una cosa più seria: anche un intervento clinico fondato, efficace e utile può produrre effetti negativi se non viene osservato nei suoi esiti reali.
Il problema, quindi, non è riconoscere il limite.
Il problema è negarlo.
Gli effetti negativi non sempre dipendono dal metodo
Quando una persona peggiora durante una terapia, non si può concludere automaticamente che la causa sia la terapia.
Una persona può peggiorare per l’evoluzione naturale del problema, per eventi di vita esterni, per condizioni mediche, familiari, lavorative o relazionali che incidono sul suo funzionamento.
Tuttavia, sarebbe altrettanto scorretto escludere sempre la possibile incidenza del trattamento.
In alcuni casi, il peggioramento può essere favorito da errori di conduzione, scarsa alleanza terapeutica, interventi troppo intensi o prematuri, rigidità del modello, eccessiva suggestione, dipendenza dal professionista, sottovalutazione del rischio, mancato invio o assenza di monitoraggio degli esiti.
Una psicoterapia può diventare problematica quando smette di interrogarsi su ciò che sta producendo.
Quando ogni difficoltà viene interpretata come resistenza.
Quando ogni peggioramento viene letto come passaggio necessario.
Quando il metodo diventa più importante della persona.
Quando il professionista difende la tecnica invece di osservare l’effetto reale dell’intervento.
La psicoterapia non è fuori dalla verifica
La psicoterapia, proprio perché è un’attività clinica rilevante, non può essere collocata in una zona simbolica intoccabile.
Non basta dire che “è psicoterapia”.
Bisogna chiedersi cosa sta producendo.
La persona migliora?
Funziona meglio?
Comprende meglio se stessa e gli altri?
Diventa più autonoma?
Riduce la sofferenza?
Riesce a vivere, scegliere, lavorare, amare, relazionarsi e partecipare alla propria vita in modo più efficace?
Oppure diventa più dipendente, più confusa, più passiva, più fragile, più centrata sulla terapia che sulla propria esistenza?
Queste domande non svalutano la psicoterapia.
La riportano dentro la responsabilità clinica.
Il Codice Deontologico parla di rapporto terapeutico e di cura
Il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, nel testo attualmente vigente pubblicato dal CNOP, offre un riferimento molto chiaro.
L’articolo 27 prevede che lo Psicologo valuti ed eventualmente proponga l’interruzione del rapporto terapeutico quando constata che il paziente non trae alcun beneficio dalla cura e non è ragionevolmente prevedibile che ne trarrà dal proseguimento della cura stessa.
Se richiesto, lo Psicologo fornisce al paziente le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi.
Questo passaggio è decisivo.
Il Codice Deontologico, all’articolo 27, conferma che l’intervento dello Psicologo può collocarsi dentro una cornice di rapporto terapeutico, paziente e cura.
Proprio perché parla di cura, chiede allo Psicologo di verificare se quella cura stia producendo beneficio.
Una cura non si difende prolungandola comunque.
Si difende osservandola, valutandola e, quando necessario, interrompendola o orientando la persona verso interventi più adatti.
Responsabilità, competenza e limiti
Il Codice Deontologico non si limita a richiamare l’interruzione del rapporto terapeutico.
Chiede allo Psicologo responsabilità professionale, competenza, consapevolezza dei propri limiti, uso corretto della propria influenza e attenzione alla tutela della persona.
Questo significa che nessun intervento psicologico può essere sottratto alla verifica.
Non basta avere un metodo.
Non basta richiamarsi a una scuola o a un modello.
Non basta usare una tecnica riconosciuta.
Conta ciò che accade alla persona concreta.
Conta il beneficio reale.
Conta la qualità dell’alleanza.
Conta la capacità del professionista di leggere segnali di peggioramento, dipendenza, blocco, confusione o perdita di autonomia.
La responsabilità clinica inizia proprio qui: nel non confondere la fedeltà al metodo con la fedeltà alla persona.
Il rischio più grave è negare il danno
L’etica della cura non consiste nel dichiarare che gli errori non esistono.
Consiste nel riconoscerli, prevenirli, correggerli e imparare da essi.
Un professionista serio non ha bisogno di presentare il proprio metodo come infallibile.
Ha bisogno di sapere quando funziona, quando non funziona, quando va modificato, quando va integrato e quando è necessario inviare la persona ad altro collega o ad altro professionista.
La vera tutela del paziente nasce da questa vigilanza.
Non dalla promessa implicita che la psicoterapia faccia sempre bene.
Non dalla superiorità simbolica di un’etichetta.
Non dall’idea che ogni sofferenza emersa nel percorso sia automaticamente utile.
La sofferenza può essere parte di un cambiamento.
Ma può anche essere il segnale che qualcosa non sta funzionando.
La differenza la fa la capacità clinica di leggere ciò che accade.
La cura psicologica ha bisogno di trasparenza
Riconoscere i possibili effetti negativi della psicoterapia non indebolisce la psicoterapia.
La rende più seria.
La rende più trasparente.
La rende più coerente con la scienza, con la deontologia e con la tutela del paziente.
Una professione matura non si difende negando i propri limiti.
Si difende mostrando di saperli riconoscere.
Per questo parlare dei rischi della psicoterapia non è un atto contro la psicoterapia.
È un atto a favore della cura.
Ed è anche un atto a favore dello Psicologo, quando lo Psicologo lavora con competenza, misura, responsabilità e attenzione reale agli esiti del proprio intervento.
BOX IN EVIDENZA — La scienza del limite
Parlare di limiti non sminuisce la psicoterapia.
La rafforza, perché la rende più trasparente, più verificabile e più responsabile.
Ogni metodo terapeutico può produrre effetti positivi solo quando viene usato con competenza, monitoraggio continuo, formazione permanente e attenzione concreta alla persona.
Il rischio più grave non è l’errore.
Il rischio più grave è la negazione dell’errore.
Mini-glossario
Effetti negativi: peggioramenti psicologici, relazionali o funzionali che possono comparire durante o dopo un trattamento e che richiedono valutazione clinica attenta.
Deterioramento clinico: peggioramento misurabile dello stato psicologico o del funzionamento della persona rispetto alla condizione iniziale.
Monitoraggio degli esiti: osservazione sistematica dell’andamento del percorso, utile a capire se l’intervento sta producendo beneficio, assenza di cambiamento o peggioramento.
Supervisione: confronto professionale volto a migliorare la qualità del lavoro clinico e a ridurre il rischio di errori, rigidità o letture parziali.
Alleanza terapeutica: rapporto collaborativo tra professionista e persona seguita, fondato su fiducia, obiettivi condivisi, chiarezza del lavoro e rispetto della soggettività del paziente.
Bibliografia essenziale
Lambert M.J. (2013), Bergin and Garfield’s Handbook of Psychotherapy and Behavior Change, 6th ed., Wiley.
Rozental A., Castonguay L., Dimidjian S., Lambert M., Shafran R., Andersson G., Carlbring P. (2018), Negative effects in psychotherapy: commentary and recommendations for future research and clinical practice, BJPsych Open, 4(4), 307–312.
Cuijpers P., Reijnders M., Karyotaki E., de Wit L., Ebert D.D. (2018), Negative effects of psychotherapies for adult depression: A meta-analysis of deterioration rates, Journal of Affective Disorders, 239, 138–145.
Linden M., Schermuly-Haupt M.L. (2014), Definition, assessment and rate of psychotherapy side effects, World Psychiatry, 13(3), 306–309.
CNOP, Codice Deontologico degli Psicologi Italiani – testo vigente, in particolare articolo 27 su rapporto terapeutico, paziente e cura.



