
Quando si parla di disinformazione, il pensiero corre spesso alla menzogna intenzionale: dire qualcosa di falso sapendo che è falso. In realtà, nella comunicazione professionale e sanitaria la disinformazione raramente assume questa forma esplicita. Più spesso si manifesta in modo indiretto, attraverso omissioni, semplificazioni arbitrarie o rappresentazioni parziali che, pur contenendo elementi veri, producono un effetto informativo complessivamente errato.
Dal punto di vista deontologico, ciò che conta non è l’intenzione soggettiva di chi comunica, ma l’effetto prevedibile della comunicazione sull’utenza. Un’informazione diventa deontologicamente scorretta quando orienta il cittadino verso una comprensione distorta della realtà professionale, limitandone la libertà di scelta o inducendolo a conclusioni non fondate. In ambito sanitario questo criterio è decisivo, perché il cittadino non dispone degli strumenti tecnici per ricostruire ciò che non viene detto.
Dire solo una parte della verità, quando l’altra parte è essenziale per comprenderne il significato, non è neutralità. È una forma di disinformazione indiretta. Ad esempio, affermare che una professione sanitaria “si occupa di valutazione e sostegno” è formalmente corretto, ma diventa deontologicamente problematica quando viene presentata come descrizione esaustiva, tacendo altre funzioni costitutive. In quel momento l’informazione non chiarisce: riduce. E la riduzione, quando modifica il senso complessivo, diventa disinformazione.
La deontologia non impone solo di evitare affermazioni false, ma richiede di presentare le informazioni in modo corretto, accurato e non fuorviante, aiutando l’utenza a formarsi giudizi liberi e consapevoli. Quando una comunicazione, pur senza mentire apertamente, genera confusione, svalutazione o false aspettative, la soglia della correttezza deontologica è già stata superata. La tutela dell’utenza passa anche, e soprattutto, dalla qualità dell’informazione.
