
Nel linguaggio comune il termine fuorviante viene spesso usato per indicare ciò che è scomodo, controcorrente o semplicemente diverso da ciò a cui si è abituati. Dal punto di vista deontologico e professionale, però, il significato è molto più preciso. Una comunicazione non è fuorviante perché mette in discussione convinzioni consolidate, ma perché induce il destinatario a costruirsi una rappresentazione errata della realtà.
Una comunicazione è veramente fuorviante quando orienta verso conclusioni sbagliate attraverso omissioni rilevanti, semplificazioni eccessive o gerarchie implicite non dichiarate. Non è necessario affermare qualcosa di falso: è sufficiente presentare solo una parte delle informazioni disponibili, lasciando fuori proprio quelle che permetterebbero una comprensione completa. In questo modo il cittadino viene guidato verso una lettura selettiva senza rendersene conto.
In ambito professionale e sanitario questo meccanismo è particolarmente delicato. Chi comunica è percepito come competente e affidabile, e il cittadino tende ad assumere che le informazioni ricevute siano complete e corrette. Se la comunicazione riduce la complessità della realtà professionale fino a renderla sbilanciata, il risultato non è chiarezza ma disorientamento. Il problema non è la semplificazione in sé, ma la semplificazione che altera il significato complessivo.
Un esempio tipico di comunicazione fuorviante è la costruzione di gerarchie implicite. Si descrive una figura professionale attraverso alcune funzioni limitate e se ne presenta un’altra come unica realmente competente o “curante”. Anche senza affermarlo esplicitamente, il messaggio che arriva è che la prima figura sia insufficiente o marginale. Questo è fuorviante perché orienta la scelta dell’utente prima ancora che possa valutare davvero le proprie opzioni.
Accade spesso che ciò che corregge una comunicazione fuorviante venga a sua volta percepito come fuorviante. Questo succede perché spesso chi parte da una rappresentazione già parziale tende a considerare destabilizzante tutto ciò che la mette in discussione. Ma la deontologia non tutela abitudini interpretative o narrazioni rassicuranti: tutela la correttezza dell’informazione. In sanità, la correttezza informativa non è uno stile: è responsabilità.
Essere chiari e corretti non significa semplificare a tutti i costi o cancellare la complessità. Significa rendere comprensibile senza tradire la realtà, offrendo all’utente gli elementi necessari per orientarsi in modo consapevole. Una comunicazione è corretta quando chiarisce i fatti, completa ciò che manca e permette decisioni libere e informate.


