
Nella clinica sessuologica c’è un momento preciso in cui diventa chiaro che non stai lavorando “sul sesso”, ma sul modo in cui una persona si guarda, interpreta ciò che le accade e costruisce significato attorno al proprio corpo. È lì che emergono due configurazioni estreme, opposte solo in apparenza, ma sorprendentemente simili nella loro funzione profonda.
Da una parte c’è l’uomo che non riconosce i propri problemi sessuali. Dall’altra c’è l’uomo che si autodiagnostica frettolosamente disturbi sessuali che non ha, oppure interpreta come patologica una difficoltà transitoria del funzionamento. Due estremi, due modalità difensive diverse, due strade che conducono entrambe a una sessualità poco libera.
Il primo uomo spesso arriva in studio per motivi indiretti. Non dice “ho un problema sessuale”. Dice piuttosto che la relazione è cambiata, che si sente distante, che qualcosa non gira più come prima. A volte è la partner a spingerlo a chiedere aiuto. La sessualità, quando emerge, appare impoverita, spenta, meccanica, oppure semplicemente evitata.
Se gli chiedi da quanto tempo le cose vanno così, risponde con frasi che sembrano chiudere ogni possibilità di esplorazione: “È normale”, “Con il lavoro che faccio ci sta”, “Capita a tutti”, “Non è un vero problema”. In una micro-scena clinica tipica racconta che i rapporti sono diventati rari, ma lo fa senza emozione, quasi come si parlasse del meteo. Non c’è allarme, non c’è protesta, non c’è domanda. Il corpo si è adattato riducendo la sua espressività e la mente ha costruito una narrazione stabile che rende tutto sopportabile.
Qui il problema sessuale esiste, ma è egosintonico: è integrato nel sistema mentale della persona e non viene vissuto come estraneo o disturbante. Il sintomo non fa rumore perché svolge una funzione regolativa: ridurre la tensione, evitare conflitti, proteggere da vissuti più profondi. In questi casi lo Psicologo non lavora contro la negazione e non impone una lettura. Lavora creando uno spazio sicuro in cui il funzionamento possa essere osservato senza giudizio. È un lavoro che coinvolge diagnosi, prevenzione, sostegno e abilitazione-riabilitazione, perché spesso non si tratta solo di recuperare una funzione sessuale, ma di riabilitare la capacità di sentire desiderio, piacere e vicinanza senza percepirli come minacciosi.
All’estremo opposto c’è l’altro uomo. Quello che entra in studio già convinto di sapere cosa non va. A volte pronuncia la diagnosi con sicurezza, altre con paura: “Ho una disfunzione erettile”, “Ho un calo del desiderio”, “Ho un problema serio”. Se si torna indietro nel racconto, spesso emerge che tutto è partito da un episodio isolato: una sera no, una stanchezza improvvisa, un rapporto andato diversamente dal solito. Ma la mente ha compiuto un salto rapido e drastico: da evento a identità.
Una micro-scena frequente è questa: racconta un singolo episodio e aggiunge subito “da quel momento ho iniziato a controllarmi”. Da lì la sessualità smette di essere un’esperienza e diventa un esame. Ogni sensazione viene osservata, ogni segnale interpretato, ogni variazione vissuta come una conferma del problema. Il corpo, sottoposto a pressione, perde spontaneità. L’ansia anticipatoria prende il posto dell’eccitazione. Il vero problema sessuale nasce non tanto dall’evento iniziale, quanto dal modo in cui viene letto e temuto.
In questi casi la difficoltà è egodistonica: la persona vive il proprio corpo come inaffidabile, da sorvegliare e controllare. È importante chiarire che una variazione temporanea del funzionamento sessuale è normale. Diventa clinicamente rilevante solo quando è persistente nel tempo, presente in più contesti, associata a sofferenza significativa e con un impatto reale sulla vita relazionale. Questi sono indicatori orientativi: la valutazione va sempre personalizzata e contestualizzata.
Qui il lavoro dello Psicologo consiste nel fare l’operazione inversa rispetto al primo caso: non aumentare l’attenzione sul sintomo, ma ridurre l’allarme. La diagnosi serve soprattutto a togliere etichette improprie. La prevenzione aiuta a evitare che l’ansia da prestazione si cronicizzi. Il sostegno consente di contenere vergogna e paura del giudizio. L’abilitazione-riabilitazione permette di recuperare fiducia nel corpo e di tornare a vivere la sessualità come uno spazio di esperienza, non di verifica.
In entrambi i casi è fondamentale una lettura integrata. La sessualità è sempre il risultato dell’interazione tra corpo, mente, storia personale, relazioni e stili di vita. Valutare sonno, stress, farmaci, consumo di alcol e contesto emotivo e relazionale non significa medicalizzare, ma riconoscere la complessità del funzionamento umano. E soprattutto significa procedere nel rispetto dei tempi della persona, senza forzature, perché la sessualità non si sblocca per decreto.
A ben vedere, questi due uomini così diversi condividono lo stesso nodo centrale: il rapporto con il problema. Uno lo nega per mantenere equilibrio. L’altro lo amplifica per cercare controllo. In entrambi i casi la sessualità perde libertà. Il lavoro clinico non punta alla perfezione, ma a una maggiore integrazione: la capacità di riconoscere ciò che accade senza drammatizzarlo e senza cancellarlo.
Se leggendo ti riconosci in uno di questi estremi, o se senti di oscillare tra i due, sappi che non è raro. E soprattutto non è un segno di difetto. Spesso è il modo migliore che il sistema mente-corpo ha trovato, in quel momento, per proteggersi. Un percorso con uno Psicologo sessuologo, a Palermo o online, può aiutarti a comprendere cosa sta succedendo al tuo funzionamento e a creare le condizioni perché la sessualità torni a essere ciò che dovrebbe essere: non un tribunale, non un esame, ma un’esperienza possibile, sicura e viva.
Enrico Rizzo, Psicologo e Sessuologo Clinico
(Studio di Psicologia e Sessuologia Clinica, Palermo)


