
Ci sono percorsi di cura psicologica che non fanno bene. Non perché la persona “non si impegna abbastanza”, non perché “resiste”, non perché “non è pronta”. Ma perché, seduta dopo seduta, qualcosa nella relazione produce un effetto sottile e corrosivo: ti fa sentire sbagliato.
Non è sempre facile accorgersene. Spesso accade lentamente, quasi senza rumore. All’inizio ti dici che è normale sentirsi messi in discussione, che “fa parte del lavoro”, che se provi disagio è perché stai toccando qualcosa di importante. E a volte è vero. Ma altre volte no. Altre volte il disagio non nasce dal confronto con parti difficili di sé, ma dal modo in cui il terapeuta ti guarda, ti parla, ti interpreta.
C’è una differenza fondamentale tra un lavoro psicologico che mette in discussione ciò che fai o come funzioni e uno che ti fa sentire difettoso come persona. Nel primo caso, anche quando è faticoso, resta una sensazione di rispetto, di sicurezza, di alleanza. Nel secondo, cresce un senso di inadeguatezza che non apre possibilità, ma le chiude.
Quando il problema è il terapeuta, il messaggio implicito che passa non è “possiamo capire insieme cosa succede”, ma “c’è qualcosa che non va in te”. A volte è esplicito: giudizi, etichette premature, interpretazioni calate dall’alto. Più spesso è implicito: sguardi, sospiri, silenzi carichi, confronti con modelli ideali, riferimenti a come “dovresti” sentire, desiderare, reagire.
È importante dirlo chiaramente: queste dinamiche possono accadere con qualunque professionista della cura psicologica, quindi con uno Psicologo, con uno psicologo-psicoterapeuta o con un medico-psicoterapeuta. Il titolo o il percorso formativo non sono una garanzia automatica di qualità relazionale. Possono indicare competenze specifiche, ma non proteggono di per sé da rigidità, bisogni di controllo, difficoltà nel gestire il potere asimmetrico della relazione o scarsa capacità di mettersi in discussione quando qualcosa non funziona. Il punto, in concreto, è sempre lo stesso: come quella persona esercita il suo ruolo con te.
Detto questo, va fatta anche una precisazione importante: a volte non c’è una scorrettezza vera e propria, ma un mismatch. Uno stile di lavoro, un modo di comunicare, una teoria o una velocità che non incontrano i tuoi bisogni, la tua storia o la fase della tua vita. Anche questo può rendere un percorso poco utile, e merita di essere riconosciuto senza colpe.
Ma come capirlo, senza cadere nel dubbio continuo o nell’idea che “se sto male allora la terapia è sbagliata”?
Il primo indicatore è come ti senti nel tempo, non dopo una singola seduta. Non parliamo di essere scossi o messi alla prova – questo può accadere in un lavoro serio – ma di uscire sistematicamente più piccoli: con più vergogna, più colpa, meno fiducia in te stesso. Se, dopo un periodo ragionevole, la tua autostima continua a calare e inizi a percepirti come “sbagliato” in quanto persona, non solo come portatore di un problema, è un campanello d’allarme. Un criterio di buon senso può essere questo: non due sedute, ma nemmeno anni senza poterlo nominare e valutarlo apertamente insieme al terapeuta.
Un secondo indicatore è il clima emotivo. Se ti senti spesso sotto esame, se inizi a filtrare ciò che dici per paura della reazione dell’altro, se prepari mentalmente la seduta per non essere criticato o corretto, la relazione sta perdendo la sua funzione di sicurezza. La terapia diventa un luogo di controllo, non di esplorazione.
A volte il segnale è la confusione indotta. Non è non capire tutto subito – questo è normale – ma non capire mai. Non sapere qual è il senso del lavoro, quali sono gli obiettivi, cosa si sta cercando di fare insieme. Se quando chiedi chiarimenti ricevi risposte evasive, oppure vieni invitato a “fidarti” senza spiegazioni, o senti che la tua esperienza viene sistematicamente invalidata, la relazione non sta aiutando a costruire consapevolezza.
Un indicatore molto rivelatore riguarda le interpretazioni. In un buon lavoro, le ipotesi vengono esplorate, verificate, riformulate insieme. Quando invece ti senti di fronte a letture calate dall’alto, non discutibili, e ogni tuo tentativo di chiarire viene letto come resistenza o negazione, il problema non è la profondità dell’interpretazione, ma la mancanza di dialogo clinico.
Conta molto anche come vengono gestiti gli errori. In una relazione terapeutica sana, gli errori possono accadere, ma vengono riconosciuti e riparati. Se provi a dire “mi sono sentito giudicato” o “questa cosa mi ha fatto male” e la risposta è difensiva, svalutante, colpevolizzante o semplicemente elusiva, non è un dettaglio. La capacità di riparazione è uno dei migliori indicatori della qualità del lavoro.
Ci sono poi segnali più sottili che riguardano i confini. Regole che cambiano senza spiegazioni, ruoli confusi, pressioni implicite, sensazione di essere in debito o di dover “restituire” qualcosa al professionista. Oppure una dipendenza crescente: senti che senza di lui o lei non puoi decidere, non puoi regolare le tue emozioni, non puoi muoverti nella vita. La terapia che cura aumenta l’autonomia, non la riduce.
Vale anche la pena chiarire un equivoco frequente: la terapia non è l’assenza di disagio. Un buon lavoro psicologico può destabilizzare, può mettere in crisi equilibri che non funzionano più. Ma è un disagio che ha senso, viene contenuto, spiegato, condiviso. Non è un disagio che umilia, confonde o schiaccia. Spesso la differenza si riconosce così: anche quando il lavoro è duro, ti senti visto, rispettato, e percepisci che ciò che accade in seduta ha un senso condiviso. Nel tempo, anche attraversando fasi difficili, dovresti sentire più lucidità, non meno; più libertà, non più paura.
Se stai leggendo da paziente ed è emersa una risonanza personale, è importante non trarre conclusioni affrettate. Un articolo può aiutare a riconoscere segnali e a formulare domande, ma non può sostituire la valutazione concreta della tua relazione terapeutica. In ogni percorso possono esserci fraintendimenti, passaggi comunicativi riusciti male, momenti di tensione che non indicano automaticamente un problema strutturale.
Per questo, prima di decidere che “il terapeuta è quello sbagliato”, può essere molto utile fare un passo semplice e maturo: portare apertamente in seduta ciò che ti sta facendo male. Dire, ad esempio: “Qui mi capita spesso di sentirmi sbagliato”, oppure “a volte mi sento giudicato”, oppure “ho paura di dire certe cose”. Se la relazione è sana, questo diventa materiale di lavoro prezioso.
E soprattutto, osserva la risposta. Curiosità, ascolto, chiarimento, disponibilità a mettersi in discussione e, se serve, a riparare, indicano una relazione che può crescere. Difesa, svalutazione, chiusura o ribaltamento sistematico del problema su di te indicano invece un limite serio.
Cambiare terapeuta non è un fallimento. Non è una fuga. È, in molti casi, un atto di cura verso di sé. E vale a prescindere dal tipo di professionista che hai davanti: se la relazione ti restringe invece di aprirti, se nel tempo produce più vergogna, più paura e meno autonomia, quel segnale conta più dei titoli, dei metodi dichiarati o della sicurezza con cui l’altro parla.
La relazione terapeutica è uno strumento centrale del lavoro psicologico. Quando mancano rispetto, chiarezza e un consenso informato che resti vivo nel tempo, non è una questione di “stile”: è un problema di setting e di responsabilità professionale.
La psicologia che cura non ti chiede di diventare qualcun altro per essere accettato. Ti aiuta a capire chi sei, perché sei diventato così e come puoi muoverti verso un funzionamento più libero e vitale. Se dopo molte sedute ti senti più piccolo e non più libero, forse il vero problema non sei tu.
Enrico Rizzo, Psicologo e Sessuologo Clinico
(Studio di Psicologia e Sessuologia Clinica, Palermo)
