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di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico

Come quando chi crede di vendere pesce vende pane: la grande autoillusione dei tirocini in psicoterapia

si parla di tirocinio in psicoterapia, l’immaginario è immediato: setting, sedute, percorsi strutturati, “fare terapia”. Poi si entra nei servizi reali e, spesso, ci si accorge che ciò che accade è altro. Non meno importante, non meno clinico, ma altro. È qui che nasce una delle più grandi illusioni della formazione: credere di vendere pesce mentre, nella pratica quotidiana, si vende pane.

Il punto di partenza è semplice e spesso rimosso: un tirocinio non crea un servizio, non ne modifica il mandato, non trasforma una struttura solo perché ospita tirocinanti. Il tirocinio si inserisce dentro organizzazioni già definite, con obiettivi, prestazioni, procedure e limiti precisi. È questo dato, da solo, a spiegare perché molti “tirocini in psicoterapia” non siano, di fatto, tirocini in psicoterapia.

Non si tratta di accusare nessuno di malafede. La maggior parte dei tirocinanti è motivata, coinvolta, desiderosa di imparare. L’equivoco nasce quando l’etichetta “psicoterapia” viene sovrapposta automaticamente alla realtà operativa del servizio. È un equivoco semantico che, se non chiarito, diventa clinico e deontologico.

Molti tirocini si svolgono in contesti come psico-oncologia, consultori familiari, servizi ospedalieri, ambulatori multidisciplinari, strutture socio-sanitarie. Luoghi in cui la sofferenza è intensa, reale, complessa. Ma intensità e complessità non coincidono automaticamente con psicoterapia.

In psico-oncologia, ad esempio, il lavoro dello Psicologo è spesso orientato al sostegno del paziente e dei familiari, al contenimento emotivo, all’accompagnamento lungo il percorso di malattia, alla gestione dell’impatto psicologico delle cure, delle ricadute, della paura e del lutto. Nei consultori familiari l’intervento è frequentemente centrato sulla prevenzione, sull’accoglienza, sull’orientamento, sulla tutela della salute relazionale e genitoriale, sulla psicoeducazione e sul lavoro di rete.

In molti servizi ospedalieri il focus è la regolazione emotiva, l’aderenza alle cure, il coping, la gestione dell’ansia e dello stress, il mantenimento di un equilibrio psicofisico durante percorsi medici complessi. Tutto questo è clinicamente rilevante. Ed è pienamente dentro gli atti tipici dello Psicologo: diagnosi intesa come valutazione e comprensione del funzionamento, sostegno, prevenzione, abilitazione e riabilitazione.

Il punto, quindi, non è se si lavori “poco” o “molto”, ma che cosa il servizio prevede di erogare e come è corretto chiamare ciò che si fa.

Sul piano organizzativo e normativo, per i tirocini delle Scuole riconosciute, il quadro è chiaro: essi avvengono tramite convenzioni con strutture pubbliche e/o private accreditate al Servizio Sanitario Nazionale, e tali convenzioni devono essere valutate con esito positivo dal Ministero. Questo sposta l’attenzione dal “nome del tirocinio” alla sua collocazione reale: non basta chiamarlo “tirocinio in psicoterapia”. Conta dove si svolge, quale mandato ha il servizio, quali prestazioni sono formalizzate, quali responsabilità sono attribuite.

A questo si aggiunge un altro punto fermo: l’esercizio dell’attività psicoterapeutica, in Italia, è subordinato a una specifica formazione professionale post-laurea. Il tirocinio, in sé, è formazione. Non è esercizio autonomo.

La criticità più delicata non è la complessità clinica del lavoro svolto. È l’ambiguità. Quando il tirocinante interpreta come “psicoterapia” ciò che il servizio eroga come sostegno, orientamento, psicoeducazione, valutazione o intervento breve, si crea un corto circuito.

Da un lato, si rischia di comunicare all’utente una cornice non pienamente corrispondente a ciò che accade. Dall’altro, il tirocinante può caricarsi di un ruolo che non coincide con il suo mandato formativo. Si confondono formazione ed esercizio, supervisione e autorizzazione, apprendimento e responsabilità clinica.

Qui la bussola resta il Codice Deontologico – testo vigente (CNOP): chiarezza del ruolo, correttezza dell’informazione, tutela dell’utenza. L’utente ha diritto a sapere che tipo di intervento sta ricevendo. Il tirocinante ha diritto a non essere spinto, nemmeno implicitamente, in un ruolo che non è il suo.

In questo scenario si comprende il ruolo cruciale del tutor. Il tutor non è un “prestito di titolo” né una figura ornamentale. È un garante. Deve conoscere il mandato del servizio, saperlo esplicitare, delimitare ciò che è possibile fare e ciò che non lo è, educare alla trasparenza comunicativa e trasformare la pratica in apprendimento. Supervisionare non significa autorizzare l’atto. Significa accompagnare la formazione dentro i confini reali del servizio, senza alimentare fantasie di ruolo.

Un’ulteriore fonte di confusione nasce quando il tirocinante tenta di applicare il modello teorico della Scuola di Psicoterapia in un servizio che lavora con un impianto diverso: multidisciplinare, integrato, pragmatico o semplicemente orientato a obiettivi non psicoterapeutici. Se questa discrepanza viene rimossa, genera frustrazione e spinge a “chiamare psicoterapia” ciò che psicoterapia non è, per dargli senso. Se invece viene nominata, diventa una lezione fondamentale: la clinica reale ha vincoli, e la correttezza professionale passa anche dal saper chiamare le cose con il loro nome.

Ed è proprio osservando la natura reale dei tirocini che emerge una conclusione difficile da evitare. Anche quando la psicoterapia non è erogabile nel servizio, la formazione procede comunque: attraverso sostegno, prevenzione, diagnosi, abilitazione, riabilitazione, lavoro sulla relazione, pensiero clinico ed etica del limite.

Questo, sul piano concettuale e professionale, rende evidente un punto: la psicoterapia può essere letta come un’applicazione specialistica e modello-specifica degli atti tipici dello Psicologo. Cambia il livello di specializzazione, non la natura dell’atto.

Per questo parlare dei tirocini che “non sono tirocini in psicoterapia” non è un attacco alla formazione. È un invito alla lucidità. Serve a proteggere i tirocinanti dall’ambiguità, l’utenza dalla confusione e a restituire centralità e dignità al lavoro dello Psicologo nei suoi atti tipici.

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