Ci sono idee che restano idee. E ce ne sono altre che, a forza di essere ripetute, diventano clima culturale. Non hanno più bisogno di essere difese ogni volta, perché iniziano a sembrare normali, spontanee, perfino ovvie. È qui che, a parere di chi scrive, nasce davvero lo psicoterapeuticocentrismo: non come semplice valorizzazione della psicoterapia, ma come cornice culturale che tende a collocarla al centro quasi esclusivo della cura psicologica, del prestigio clinico e della legittimazione professionale. Quando questo accade, il problema non riguarda più solo una preferenza formativa. Riguarda il modo in cui una comunità professionale finisce per raccontare se stessa.
Per capire bene il punto, conviene distinguere tra narrazione, ideologia ed egemonia. Nel lessico Treccani, “narrazione”, nel suo uso contemporaneo, è una forma di comunicazione argomentata tesa a conquistare consenso; “ideologia” è il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni e valori che orienta un gruppo sociale; “egemonia”, in senso politico-culturale, è la capacità di attrarre, influenzare e dirigere altri gruppi, fino a rendere preminente una certa visione. Detto in modo semplice: la narrazione è il racconto, l’ideologia è la griglia di valori che lo sostiene, l’egemonia è il momento in cui quel racconto e quella griglia smettono di apparire particolari e cominciano a sembrare il modo normale di vedere le cose.
È proprio questo il passaggio decisivo. Una preferenza professionale resta discutibile e limitata. Un’ideologia, invece, compie un salto ulteriore: non si limita a dire che qualcosa è importante, ma lascia intendere che tutto il resto valga meno. Per questo lo psicoterapeuticocentrismo diventa ideologia quando la psicoterapia smette di essere presentata come una specifica area di esercizio e di formazione e comincia a essere trattata, implicitamente o esplicitamente, come il metro quasi totale della cura psicologica autentica. In quel momento la questione non è più tecnica. Diventa simbolica, culturale e identitaria.
Qui la lezione di Gramsci è ancora molto utile. Nei Quaderni del carcere scrive: “Non esiste un solo «senso comune», ma anche esso è un prodotto e un divenire storico”. La frase è importante perché ricorda una cosa essenziale: ciò che oggi appare naturale può essere, in realtà, il risultato di una lunga sedimentazione culturale. Anche Treccani, nel ricostruire il pensiero gramsciano, sottolinea che per Gramsci il senso comune fa parte del “mondo culturale” e che trasformarlo è un’operazione centrale. Questo aiuta a capire perché certe idee, pur non essendo mai state proclamate come dogma ufficiale da tutta una categoria, possano comunque diventare lo sfondo mentale entro cui la categoria si muove.
Le narrazioni dominanti si impongono in molti ambiti. Nella religione si consolidano attraverso credenze, sentimenti, riti e riferimenti a ciò che un gruppo considera sacro. In politica si affermano quando una certa visione riesce a occupare il centro del discorso pubblico e a presentarsi come ragionevole, seria, inevitabile. Nella comunità scientifica il discorso va maneggiato con più precisione, perché la scienza non è riducibile a una lotta tra opinioni equivalenti: resta fondata su prove, metodi, controllo e critica. Tuttavia anche la scienza conosce paradigmi condivisi; Treccani, seguendo Kuhn, descrive il paradigma come un insieme di conoscenze condivise e accettate che forniscono a una comunità scientifica un modello di problemi e soluzioni accettabili per un certo periodo. Il paragone, quindi, non serve a dire che religione, politica e scienza siano la stessa cosa. Serve solo a mostrare che, in tutti questi ambiti, esistono processi di legittimazione e normalizzazione delle idee.
Applicato al campo psicologico, questo significa che lo psicoterapeuticocentrismo non va letto soltanto come una tesi tra le altre. Va letto come una forma di organizzazione simbolica del prestigio professionale. Diventa tale quando la psicoterapia non viene più percepita come una parte importante del campo, ma come il luogo in cui la cura sarebbe pienamente vera, pienamente seria, pienamente legittima. In quel momento il resto della professione viene spinto sullo sfondo. Il sostegno, la prevenzione, l’abilitazione-riabilitazione, la diagnosi e, più in generale, l’intero perimetro dell’intervento psicologico rischiano di apparire come attività minori, preparatorie o comunque meno nobili. Questo è il vero effetto culturale dello psicoterapeuticocentrismo.
Qui emerge anche un punto normativo molto netto. La legge 56/1989, all’articolo 1, definisce la professione di Psicologo come uso di strumenti conoscitivi e di intervento per prevenzione, diagnosi, attività di abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico, oltre a sperimentazione, ricerca e didattica. L’articolo 3 della stessa legge stabilisce poi che l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato a una specifica formazione professionale, da acquisirsi dopo il conseguimento della laurea in psicologia o in medicina e chirurgia. Il centro dell’ordinamento, dunque, resta la professione di Psicologo; l’attività psicoterapeutica è disciplinata come attività il cui esercizio richiede una specifica formazione ulteriore. Inoltre, la professione di Psicologo è ricompresa tra le professioni sanitarie e, dopo il decreto legislativo 172/2024, la legge 56/1989 contiene ora anche l’articolo 01 che lo afferma espressamente.
Proprio qui si vede il nodo del problema. Sul piano giuridico, lo Psicologo è una professione sanitaria con un perimetro ampio e autonomo. Sul piano simbolico, invece, lo psicoterapeuticocentrismo tende a spostare il baricentro della legittimazione terapeutica altrove, come se il lavoro clinico vero iniziasse solo dopo quella specifica formazione. Non sempre lo dice in modo brutale. Spesso lo lascia intendere. Ma il risultato è lo stesso: una parte del campo viene elevata a misura dell’intero campo. E quando una professione viene raccontata a lungo in questo modo, finisce per produrre effetti molto concreti dentro la stessa comunità professionale.
Il primo effetto è la svalutazione interna. Una categoria si indebolisce quando una parte consistente dei suoi membri interiorizza l’idea di non essere abbastanza, di non essere ancora davvero terapeuta, di trovarsi in una posizione clinicamente o simbolicamente inferiore. È qui che, nel lessico critico di questo articolo, si può parlare di psicologofobia. Con questa espressione non si intende una diagnosi clinica e neppure un insulto, ma una categoria descrittiva per indicare la svalutazione culturale del ruolo dello Psicologo, delle sue competenze e della sua dignità professionale. Quando questa svalutazione viene assorbita dagli stessi Psicologi e diventa il loro modo di guardare se stessi, allora si può parlare di psicologofobia interiorizzata. In quel momento lo psicoterapeuticocentrismo non agisce più solo dall’esterno: viene riprodotto dall’interno. Qui il danno non è più solo teorico. Diventa identitario. La professione inizia a raccontarsi con gli occhi della narrazione che la riduce.
Il secondo effetto è la frammentazione della colleganza. Il Codice Deontologico vigente del CNOP stabilisce, all’articolo 33, che i rapporti fra Psicologi devono ispirarsi a rispetto reciproco, lealtà e colleganza. All’articolo 36 precisa che lo Psicologo si astiene dal dare pubblicamente su colleghi giudizi negativi lesivi del loro decoro e della loro reputazione professionale. All’articolo 38 richiede che, anche quando rappresenta pubblicamente la professione, uniformi la propria condotta ai principi del decoro e della dignità professionale. Quando invece il linguaggio pubblico e professionale costruisce gerarchie rigide di superiorità e minorità, anche senza offese dirette, il clima di colleganza si logora e la categoria si divide sempre di più in blocchi identitari contrapposti.
Il terzo effetto riguarda la cittadinanza. L’articolo 39 del Codice deontologico richiede che lo Psicologo presenti in modo corretto e accurato la propria formazione, esperienza e competenza e aiuti il pubblico a sviluppare giudizi, opinioni e scelte liberi e consapevoli. L’articolo 40 aggiunge che la pubblicità informativa deve rispettare trasparenza e veridicità del messaggio, oltre al decoro professionale, alla serietà scientifica e alla tutela dell’immagine della professione. Se però la comunicazione pubblica concentra quasi tutta la legittimità terapeutica in un’unica etichetta, il rischio è che il pubblico maturi una rappresentazione deformata del perimetro reale della professione psicologica. Non è solo un problema d’immagine. È anche un problema di libertà di scelta informata.
Questo punto è confermato anche dall’atto di indirizzo del CNOP sulla pubblicità informativa. In quel documento si legge che la dicitura “Psicologo – Psicoterapeuta” è consentita solo agli iscritti alla sezione A dell’Albo che abbiano ottenuto la prescritta annotazione dell’esercizio dell’attività di psicoterapeuta; lo stesso atto chiarisce anche che lo psicologo-psicoterapeuta può pubblicizzare determinati setting o ambiti di intervento. Il dato è rilevante perché mostra che anche sul piano ordinistico la cornice resta l’Albo degli Psicologi, all’interno del quale può essere annotato l’esercizio dell’attività psicoterapeutica. Questo non sminuisce la psicoterapia. Ma rende ancora più discutibile ogni narrazione che trasformi quella attività nel vero centro identitario della professione e lo Psicologo in una figura terapeuticamente minore.
Per prevenire contestazioni, però, una precisazione è indispensabile. Parlare di ideologia psicoterapeuticocentrica non significa accusare indistintamente tutti i colleghi che esercitano la psicoterapia, né negare il valore clinico della psicoterapia, né sostenere che ogni scuola, ogni Ordine o ogni singolo professionista producano automaticamente messaggi svalutanti. La critica riguarda una cornice culturale, non la dignità dei singoli. Riguarda un modo di organizzare il discorso professionale, non un attacco personale. Per questo la critica è più forte quando resta generale, verificabile, non denigratoria e ancorata a testi normativi, deontologici e culturali.
La risposta, allora, non può essere una guerra identitaria rovesciata. Deve essere un lavoro culturale più serio. Significa tornare al testo della legge, distinguere tra valorizzazione e assolutizzazione, usare un linguaggio più accurato, difendere la colleganza, rifiutare le gerarchie simboliche arbitrarie e aiutare la cittadinanza a sviluppare una rappresentazione più corretta e più ampia della professione di Psicologo. In questa direzione si colloca anche MetaPsi Aps, che sul proprio sito afferma il diritto di ogni Psicologa e ogni Psicologo al pieno riconoscimento del ruolo terapeutico quando opera in ambito clinico-sanitario, richiama l’articolo 1 della legge 56/89 e collega la propria azione alla chiarezza e alla trasparenza dell’informazione professionale.
La conclusione, allora, è netta. Lo psicoterapeuticocentrismo diventa un’ideologia pericolosa per la comunità professionale degli Psicologi quando smette di essere una legittima scelta formativa e comincia a funzionare come criterio generale di valore, prestigio e riconoscimento della cura. Quando questa gerarchia viene interiorizzata, si trasforma in psicologofobia e, più a fondo, in psicologofobia interiorizzata. Ed è lì che il danno si fa più profondo: perché non colpisce solo il dibattito teorico, ma la dignità professionale, la colleganza, la libertà di scelta dell’utenza e la capacità della categoria di riconoscersi per ciò che il diritto già le riconosce. Contrastarlo non significa attaccare la psicoterapia. Significa difendere una rappresentazione più vera, più ampia e più dignitosa della professione di Psicologo.
La mia casa delle Psicologhe e degli Psicologi che curano e fanno terapia: MetaPsi Aps.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps



