Ci sono fenomeni che esistono da tempo, ma restano poco visibili finché nessuno riesce a nominarli bene. Se manca una parola, spesso si colgono soltanto gli effetti: una gerarchia implicita, una svalutazione diffusa, un clima culturale, una sensazione di restringimento del ruolo professionale. Però il fenomeno, nel suo insieme, fatica a emergere. È per questo che una parola nuova può diventare preziosa: non perché inventi ciò che non esiste, ma perché rende finalmente visibile ciò che prima restava sfocato. L’Accademia della Crusca ricorda che le parole nuove non vengono “decise” dall’alto: le creazioni individuali diventano parole effettive dell’italiano quando si diffondono ed entrano negli usi collettivi per un tempo significativo. La stessa Crusca ha anche un modulo specifico per segnalare parole entrate di recente nell’uso.
Per me, è questo il significato profondo della parola psicoterapeuticocentrismo. Non la considero un vezzo linguistico, né una provocazione fine a se stessa. La considero uno strumento di chiarificazione. Una parola proposta per designare un fenomeno linguistico, culturale e professionale riconoscibile nei discorsi contemporanei sul ruolo terapeutico dello Psicologo: l’insieme delle rappresentazioni, delle narrazioni e delle pratiche discorsive che tendono a collocare la psicoterapia al centro dell’idea di cura psicologica, fino a farla apparire, sul piano simbolico e comunicativo, come la forma principale, superiore o quasi esclusiva di intervento realmente terapeutico. Questa impostazione è coerente con le formulazioni pubbliche oggi già presenti online, sia nei contenuti di MetaPsi sia nei testi in cui il termine viene definito come “termine operativo” e non come categoria diagnostica.
Che cosa indica questa parola
In un primo significato, di ordine culturale generale, psicoterapeuticocentrismo indica la tendenza a identificare nell’immaginario comune la cura psicologica soprattutto con la psicoterapia. In questa accezione, la parola nomina una riduzione del campo visibile della cura: ciò che non viene ricondotto alla psicoterapia rischia di apparire meno centrale, meno qualificato o meno pienamente terapeutico.
In un secondo significato, di ordine professionale, il termine descrive una narrazione secondo cui il valore terapeutico dello Psicologo verrebbe riconosciuto soprattutto, o quasi soltanto, in relazione alla specializzazione in psicoterapia. In questo quadro, altre attività proprie dello Psicologo, come il sostegno psicologico, la prevenzione, l’intervento clinico, l’abilitazione, la riabilitazione e, più in generale, la cura psicologica, tendono a essere marginalizzate, rese meno visibili o collocate in posizione subordinata.
In un terzo significato, di ordine simbolico e identitario, psicoterapeuticocentrismo indica una gerarchia implicita di prestigio nella quale la psicoterapia finisce per diventare il principale criterio di legittimazione del valore clinico e terapeutico. In questa accezione, il termine non riguarda solo affermazioni esplicite. Riguarda anche formule linguistiche, descrizioni promozionali, etichette, modalità di presentazione dei ruoli e scelte comunicative che producono una centralizzazione simbolica della psicoterapia.
In un quarto significato, di ordine comunicativo e discorsivo, la parola può essere usata per analizzare il modo in cui certi messaggi pubblici, professionali o formativi pongono la psicoterapia costantemente al centro della scena, facendone la forma di cura psicologica più nominata, più visibile e più facilmente riconoscibile, mentre altre attività psicologiche restano sullo sfondo o vengono descritte come accessorie, preparatorie o secondarie. Questa lettura trova un riscontro pubblico particolarmente chiaro nel sito di MetaPsi, che parla esplicitamente di “modello psicoterapeuticocentrico della cura” e lo descrive come l’idea, ampiamente diffusa, secondo cui l’unica forma di cura o terapia psicologica possibile in Italia sarebbe la psicoterapia.
Il doppio potere delle parole
Le parole, a mio avviso, hanno almeno un doppio potere. Da una parte, ci sono parole che contribuiscono a costruire la realtà sociale, perché non si limitano a descriverla: la organizzano, la orientano, producono effetti, gerarchie, riconoscimenti e modi condivisi di interpretare il mondo. Dall’altra parte, ci sono parole che non creano un fenomeno, ma lo rendono finalmente visibile. Sono parole che mettono a fuoco qualcosa che esisteva già, ma che fino a quel momento restava poco percepito o confuso dentro categorie troppo generiche.
Nella mia lettura, psicoterapeuticocentrismo appartiene soprattutto a questo secondo tipo. Non inventa artificialmente un problema che prima non c’era. Rende più nitido e più discutibile un assetto simbolico e professionale che molti Psicologi hanno respirato per anni senza metterlo chiaramente a fuoco. In questo senso, l’uso dominante della parola ombrello “psicoterapia” non si è limitato a nominare una pratica specifica. Ha anche contribuito a organizzare l’immaginario professionale, facendo apparire come più centrale, più pienamente terapeutico o più prestigioso tutto ciò che veniva ricondotto a essa. Psicoterapeuticocentrismo serve invece a mostrare proprio questo effetto di centralizzazione simbolica: rende visibile ciò che quella parola ombrello ha contribuito a normalizzare dentro la comunità professionale degli Psicologi. La riflessione della Crusca su “femminicidio” aiuta a capire bene questo passaggio: una parola nuova può rendere più riconoscibile e delimitato un fenomeno già esistente, senza inventarlo.
Perché questa parola era necessaria
L’interesse del termine, sul piano linguistico, sta nel fatto che tenta di dare un nome unitario a un fenomeno complesso, diffuso e spesso percepito solo in modo frammentario. Senza una parola specifica, tale fenomeno rischia di restare implicito, disperso in molte formulazioni diverse e difficilmente osservabile nella sua coerenza complessiva. Il neologismo, allora, non nasce come semplice invenzione occasionale. Nasce come strumento di messa a fuoco concettuale.
Per me qui sta il punto decisivo. Esistono fenomeni che non hanno un nome e, proprio perché non hanno un nome, faticano a essere percepiti. Non è raro che ciò che rimane senza parola venga avvertito solo come disagio diffuso, come impressione di stortura, come sensazione che qualcosa non torni. Ma finché non prende forma linguistica, quel disagio fatica a diventare pensiero condiviso. E quando non diventa pensiero condiviso, difficilmente diventa anche discussione critica. Da questo punto di vista, una parola come psicoterapeuticocentrismo non chiude il discorso. Lo apre. Non impone una verità. Rende finalmente visibile una domanda.
Ci nuotiamo dentro senza accorgercene
Credo che questo sia uno dei punti più importanti. Fenomeni di questo tipo possono essere poco percepiti proprio da chi vi è immerso. Quando una cornice culturale diventa dominante, smette di apparire come una cornice e comincia a sembrare semplicemente la realtà. È per questo che lo psicoterapeuticocentrismo, per molti, può risultare difficile da vedere: non si presenta come una tesi particolare tra le altre, ma come il modo ovvio di pensare la cura, il prestigio, la competenza e la dignità clinica.
Per questo non direi che tutti gli Psicologi ne siano consapevoli allo stesso modo. Direi piuttosto che alcuni lo vedono chiaramente, altri ne percepiscono gli effetti senza ancora nominarli, e altri ancora probabilmente ci nuotano dentro senza rendersene conto. Non per cattiva fede, ma perché ciò che struttura a lungo un ambiente professionale tende facilmente a diventare invisibile ai suoi stessi partecipanti. I contenuti pubblici oggi reperibili sul termine mostrano proprio un tentativo di rompere questa invisibilità e di rendere nominabile quella centralizzazione simbolica.
Il mio ruolo personale, professionale e associativo
Io non vivo questa parola come un’arma polemica. La vivo come un atto di chiarificazione. A titolo personale, sento di avere cercato di nominare un fenomeno che molti intuivano ma che faticava a diventare concetto condiviso. A titolo professionale, come Psicologo, sento di lavorare per aumentare consapevolezza interna alla comunità professionale, non per alimentare contrapposizioni sterili. Il mio obiettivo non è svalutare la psicoterapia. Il mio obiettivo è mostrare che la sua trasformazione in unico criterio di legittimazione, di valore e di prestigio restringe simbolicamente l’intera professione psicologica.
Come Presidente di MetaPsi Aps, questo lavoro non è rimasto solo una riflessione individuale. È diventato anche una linea culturale associativa pubblicamente dichiarata. Sul sito di MetaPsi compare infatti, tra gli obiettivi, il contrasto al modello psicoterapeuticocentrico della cura. Questo mostra che il tema non è soltanto una mia sensibilità personale, ma anche una direttrice culturale e associativa esplicitamente formulata.
Dalla centralizzazione simbolica alla psicologofobia
Il punto più delicato è che lo psicoterapeuticocentrismo non resta sul piano delle idee. Può produrre effetti culturali. Quando passa il messaggio che la sola cura psicologica pienamente nobile, seria o completa sia quella ricondotta alla psicoterapia, tutto il resto tende più facilmente a essere percepito come minore. Da qui può prendere forma, o essere alimentata, una psicologofobia culturale nei confronti dello Psicologo e dei suoi atti tipici. E da qui può prendere forma anche una psicologofobia interiorizzata, cioè il momento in cui quella svalutazione non viene più soltanto subita dall’esterno, ma viene in parte accolta dall’interno della stessa comunità professionale.
Qui conviene essere rigorosi: questo nesso è una lettura culturale e critica forte, non un rapporto causale misurato sperimentalmente. Proprio per questo va formulato in modo prudente. Nei testi pubblici in cui il termine viene già usato, psicoterapeuticocentrismo e psicologofobia compaiono infatti come termini operativi utili a nominare cornici culturali che possono influenzare linguaggio, obiettivi, scelte e rappresentazioni.
Una parola emersa da un uso diffuso
Quanto alla fonte, non appare semplice identificare una singola attestazione originaria certa e univoca del termine. Allo stato delle attestazioni oggi facilmente reperibili online, non emerge con chiarezza una prima comparsa unica e documentalmente conclusiva. Quello che emerge, piuttosto, è un uso ripetuto del termine in articoli, pagine tag e contenuti online dedicati al ruolo terapeutico dello Psicologo. Per questo, più che inseguire una “prima volta” assoluta difficilmente verificabile, mi sembra più corretto parlare di una emersione progressiva dentro una comunità discorsiva. La difficoltà di individuare una fonte singola non deriva qui dall’assenza di attestazioni, ma dal carattere diffuso e stratificato del suo uso pubblico rintracciabile.
Conclusione
In conclusione, psicoterapeuticocentrismo può indicare contemporaneamente una tendenza culturale, una narrazione professionale, una gerarchia simbolica, un criterio identitario, un orientamento comunicativo e una categoria critica di analisi. La sua utilità consiste nel dare forma linguistica a un fenomeno che, senza un nome preciso, rischia di restare poco percepibile. Ed è proprio per questo che continuo a considerarla una parola preziosa per la comunità professionale degli Psicologi. Forse scomoda, ma utile. Perché le parole più importanti non sono sempre quelle che rassicurano. A volte sono quelle che aiutano a vedere.
Bibliografia essenziale
John L. Austin, Come fare cose con le parole. È il riferimento di base per l’idea che il linguaggio non si limiti a descrivere il mondo, ma compia anche azioni nel mondo.
Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche. È utile per il legame tra significato e uso, cioè per l’idea che una parola acquisti senso dentro pratiche linguistiche condivise.
Michel Foucault, L’ordine del discorso. È uno dei testi più efficaci per capire come i discorsi selezionino ciò che può essere detto, visto, legittimato o lasciato sullo sfondo.
Judith Butler, Parole che provocano. Per una politica del performativo. È molto utile per approfondire il potere simbolico delle parole e i loro effetti reali sui soggetti e sugli spazi di riconoscimento.
Peter L. Berger, Thomas Luckmann, La realtà come costruzione sociale. È il testo classico da usare quando vuoi sostenere che le realtà sociali prendono forma anche attraverso processi simbolici, linguistici e condivisi.
George Lakoff, Non pensare all’elefante!. È molto utile per spiegare come le cornici linguistiche orientino la percezione pubblica dei problemi e facciano apparire alcune realtà più naturali di quanto siano.
Accademia della Crusca, Femminicidio: i perché di una parola. Non è un libro, ma per questo articolo è una fonte preziosa, perché mostra in modo molto chiaro come una parola nuova possa aiutare a rendere più riconoscibile un fenomeno già esistente.
Per il tesseramento a MetaPsi Aps, la mia casa delle Psicologhe e degli Psicologi che curano e fanno terapia: Richiesta tesseramento.



