Nel setting terapeutico non entrano solo sintomi e storia personale. Entrano anche aspettative e idee “già pronte” su cosa sia cura e su chi curi davvero. Quando queste idee diventano rigide, la relazione può restare intensa e rassicurante, ma può perdere efficacia sul cambiamento concreto.
In questo articolo “psicoterapeuticocentrismo” e “psicologofobia” sono termini operativi. Non sono categorie diagnostiche e non descrivono “tipi di persone”. Servono a nominare due cornici culturali che possono infiltrarsi nel setting e condizionare obiettivi, linguaggio, scelte e verifica degli esiti. Il tema non è una contrapposizione tra psicoterapia e atti tipici: il tema è appropriatezza clinica ed esiti.
Psicoterapeuticocentrismo
È la tendenza ad assolutizzare l’attività psicoterapeutica come unica via “seria” o “vera”, anche quando il bisogno richiede un lavoro più integrato: psicoeducazione, prevenzione, training di abilità, lavoro di rete, abilitazione-riabilitazione, monitoraggio degli esiti. Quando il contenitore vale più dei risultati, aumentano obiettivi vaghi, revisioni rare e stalli spiegati con parole invece che corretti con scelte cliniche proporzionate.
Psicologofobia
Qui indica la tendenza a svalutare lo psicologo e gli atti tipici della professione, come se fossero per definizione meno terapeutici. Può essere esplicita (“non è vera terapia”) o implicita (si dà per scontato che ciò che è concreto e verificabile sia “solo sostegno” o “solo consigli”). Questa cornice contrasta con il perimetro legale: la L. 56/1989 (art. 1) include prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico; la stessa legge (art. 3) subordina l’esercizio dell’attività psicoterapeutica a una specifica formazione professionale.
I due fenomeni tendono ad alimentarsi a vicenda: quando nel discorso professionale e pubblico l’attività psicoterapeutica viene presentata come unica cura “vera”, ciò che non rientra in quell’etichetta rischia di essere svalutato. In questo passaggio, lo psicoterapeuticocentrismo può trasformarsi in psicologofobia nel setting, fino a essere interiorizzato anche dallo stesso psicologo.
Il danno specifico della psicologofobia nel setting
Il danno più grave è la negazione della funzione terapeutica degli atti tipici dello psicologo. Quando questa svalutazione entra nel setting, azioni clinicamente utili rischiano di essere percepite come non-cura o “cura di serie B”. Ciò che viene svalutato tende a essere applicato poco, male, o non applicato affatto. Il risultato tipico è una cura più lenta, meno trasferibile fuori dallo studio, più esposta a stallo e dipendenza dal percorso.
Perché un terapeuta che non la riconosce può fare danno
Queste cornici diventano variabili cliniche. Se non vengono riconosciute e contrastate, il danno può nascere in due modi.
Il primo è ignorarle: lo stallo viene attribuito solo al problema del paziente, senza vedere che aspettative e linguaggio stanno bloccando obiettivi, strumenti e revisioni del piano.
Il secondo è amplificarle: messaggi impliciti come “solo questo cura” o “queste cose non sono terapia” possono generare effetti nocebo, aumentare rigidità e ridurre libertà. Il criterio resta l’effetto sul funzionamento.
Il danno più grande
Il danno più grande spesso avviene prima ancora che la terapia inizi. Se passa l’idea che lo psicologo non sia terapeutico, un paziente può escludere uno psicologo molto competente e adatto al proprio bisogno solo per un pregiudizio sull’etichetta. La scelta diventa “per titolo”, non per compatibilità, metodo di lavoro, obiettivi e risultati attesi. Ne derivano ritardi, rimbalzi tra professionisti, percorsi più lunghi del necessario o rinuncia alla cura.
Psicologofobia interiorizzata
La psicologofobia può essere interiorizzata dallo stesso psicologo come assorbimento del messaggio “ciò che fa lo psicologo è meno terapeutico”. Quando entra nel modo di lavorare, può ridurre l’autoefficacia terapeutica percepita e produrre effetti pratici: prudenza eccessiva, obiettivi poco incisivi, difficoltà a proporre con chiarezza interventi tipici, integrazioni vissute come “minori”, esitazione nel misurare esiti e nel correggere il piano. Qui il danno è operativo: se il professionista comunica in modo incerto la natura terapeutica di ciò che propone, la persona tende a percepirlo come marginale e a investirci meno.
La bussola: funzionamento ed esiti
Per ridurre lo spazio di queste cornici serve una bussola concreta: tornare al funzionamento e agli esiti. L’ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità offre una cornice centrata su attività, partecipazione e fattori contestuali, utile per mantenere il lavoro ancorato a ciò che cambia nella vita reale.
In molti casi aiuta concordare pochi indicatori osservabili e rivederli nel tempo. Se gli indicatori non si muovono, la cura va corretta. Continuare per inerzia tende ad aumentare stallo e dipendenza.
Perché la comunità professionale dovrebbe contrastarli
Queste cornici entrano nel senso comune e poi nel setting, modellando aspettative e domande. Sul piano deontologico, la qualità della cura passa anche da linguaggio professionale, rispetto reciproco e colleganza (art. 33 del Codice Deontologico vigente CNOP).
Conta anche il linguaggio pubblico: quando una misura viene descritta come contributo per “sessioni di psicoterapia”, quella cornice può rinforzare l’equivalenza tra cura psicologica e una sola etichetta, influenzando le aspettative che entrano nello studio.
Nota di metodo
L’articolo non contesta la psicoterapia e non attribuisce intenzioni o “profili” a singoli professionisti. Descrive dinamiche che possono emergere in qualunque orientamento quando etichette e svalutazioni sostituiscono obiettivi, misure di esito e correzioni del piano. Ogni percorso resta individuale e va costruito sul bisogno reale, con consenso informato e revisioni periodiche.
Conclusione
Psicoterapeuticocentrismo e psicologofobia nel setting terapeutico non sono dettagli. Possono ridurre l’accesso alla cura più adatta, bloccare strumenti terapeutici tipici dello psicologo, alimentare stalli e dipendenze, e indebolire l’autoefficacia terapeutica percepita. Contrastarle significa riportare la cura al criterio più serio: ciò che cambia davvero nella vita della persona.
Sostenere il lavoro di informazione di MetaPsi Aps significa sostenere una cultura della cura più chiara e verificabile: meno miti, meno svalutazioni, più esiti, più responsabilità clinica.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi (Palermo)




