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Psicoterapeuticentrismo

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico, Presidente di MetaPsi Aps
Psicoterapeuticocentrismo
È un paradigma culturale, linguistico e istituzionale che riduce la cura psicologica alla sola psicoterapia e all’etichetta di “psicoterapeuta”, trattandole come unico riferimento legittimo per fare terapia. In questo schema gli atti tipici dello Psicologo – prevenzione, diagnosi, sostegno e abilitazione-riabilitazione – vengono svalutati o resi invisibili, mentre il titolo assume un valore identitario e gerarchico che finisce per sostituire la valutazione delle competenze e della qualità reale dell’intervento clinico.

Negli ultimi decenni, nel dibattito pubblico e professionale sulla salute mentale, si è progressivamente affermato un paradigma che può essere definito psicoterapeuticocentrismo. Con questo termine si intende una visione culturale, linguistica e istituzionale che tende a concentrare l’idea di cura psicologica quasi esclusivamente sulla psicoterapia e sull’etichetta di “psicoterapeuta”, trattandole come unico riferimento legittimo per l’intervento clinico.

In questo paradigma, la cura psicologica viene fatta coincidere con la sola psicoterapia; l’etichetta di “psicoterapeuta” viene percepita come condizione necessaria per “fare terapia”; gli atti tipici dello Psicologo – prevenzione, diagnosi, sostegno, abilitazione e riabilitazione – vengono svalutati, resi invisibili o considerati non pienamente terapeutici; lo Psicologo senza annotazione viene simbolicamente collocato in una posizione minore, incompleta o preliminare.

È essenziale chiarire un punto fin dall’inizio: lo psicoterapeuticocentrismo non nasce con il termine che lo nomina. Il fenomeno esisteva ben prima. La parola serve a descriverlo, renderlo osservabile e discutibile, non a crearlo.

La struttura del fenomeno

Lo psicoterapeuticocentrismo non è il prodotto di una singola causa, ma il risultato di un intreccio complesso. Vi concorrono rappresentazioni sociali semplificate della cura psicologica, schemi cognitivi dicotomici che riducono l’intero campo clinico all’opposizione “psicoterapia sì / psicoterapia no”, abitudini linguistiche consolidate che usano il termine “psicoterapeuta” come sinonimo di “chi cura”, prassi amministrative e bandi che privilegiano l’annotazione in psicoterapia, interessi economici legati alla formazione e assetti di potere interni alla professione.

Il risultato di questo intreccio è una gerarchia implicita: la psicoterapia viene collocata al centro e in alto, mentre il resto degli interventi psicologici appare periferico, secondario o di serie B. Non per ciò che fa, ma per come viene raccontato.

Le dinamiche psicologiche che lo alimentano

Sul piano psicologico, lo psicoterapeuticocentrismo è sostenuto da dinamiche ricorrenti. La prima è la semplificazione cognitiva: un ambito complesso come quello della cura psicologica viene ridotto a una categoria unica, oscurando la pluralità degli atti tipici dello Psicologo. A questa si aggiunge la ricerca di status, per cui l’etichetta di “psicoterapeuta” viene vissuta come segno di superiorità professionale e identitaria rispetto al titolo di Psicologo.

Opera poi un forte bias di conferma: norme, sentenze, documenti e contributi scientifici vengono selezionati e interpretati solo nella misura in cui sembrano sostenere l’idea che la vera terapia coincida esclusivamente con la psicoterapia. In parallelo, si osserva una forma di evitamento della responsabilità clinica: si delega al titolo una funzione di garanzia automatica, invece di fondare la legittimazione sull’effettiva competenza, sul ragionamento clinico e sugli atti previsti dalla legge.

Il conformismo professionale completa il quadro. In molti contesti ci si allinea al discorso dominante per timore di essere percepiti come meno formati, meno autorevoli o meno legittimati.

A queste dinamiche si aggiunge spesso un atteggiamento difensivo poco riconosciuto. In diversi contesti formativi si costruisce un’identità rigida, centrata sull’idea che la psicoterapia rappresenti il vertice della cura psicologica e che il titolo definisca un “noi” più completo e più vero. Questo atteggiamento si manifesta in un forte attaccamento identitario al ruolo, nella difficoltà a mettere in discussione ciò che si è appreso in contesti idealizzati, nella resistenza verso informazioni che ridimensionano l’esclusività della psicoterapia e in vissuti di attacco personale di fronte a chiarimenti normativi o storici.

In queste condizioni, ogni tentativo di chiarire la natura terapeutica degli interventi psicologici, la storia della professione o il significato delle norme viene vissuto come una minaccia, e lo psicoterapeuticocentrismo tende a rafforzarsi invece di indebolirsi.

Fragilità giuridiche, linguistiche e critiche

Un’altra causa centrale del fenomeno è la debolezza sul piano giuridico e critico. È diffusa una scarsa familiarità con le fonti del diritto e la loro gerarchia, un uso approssimativo del linguaggio giuridico e una conoscenza limitata della storia e dell’assetto istituzionale della professione di Psicologo, sia in Italia sia a livello internazionale.

Molte affermazioni sul presunto primato della psicoterapia nascono dalla confusione tra ciò che è stabilito da leggi e decreti, ciò che compare in linee guida, pareri, FAQ e documenti interpretativi, e ciò che viene diffuso attraverso materiali divulgativi, brochure promozionali, siti di scuole, post sui social o semplici opinioni personali. In assenza di una chiara gerarchia delle fonti, una norma di legge, una slide di un corso e un post Facebook finiscono sullo stesso piano nella mente di chi legge.

La confusione è amplificata dall’uso improprio di termini tecnici. Parole come titolo, qualifica, professione, attività, abilitazione, specializzazione, equipollenza e riserva di legge vengono spesso trattate come sinonimi, mentre sul piano giuridico indicano realtà differenti. In questa zona grigia prosperano fraintendimenti, letture creative delle norme e interpretazioni piegate a interessi di categoria.

Sul versante scientifico si osserva un fenomeno analogo: difficoltà a distinguere tra livelli di evidenza, tra studi controllati e opinioni, tra revisioni sistematiche e singoli articoli, tra linee guida basate su prove e posizioni di singoli autori. Senza una gerarchia delle evidenze, diventa facile usare i dati in modo selettivo, solo per confermare ciò che già si crede.

A tutto questo si aggiunge una difficoltà ancora più basilare: la comprensione aderente dei testi. Accade frequentemente che si attribuiscano a un testo affermazioni che non contiene, che si reagisca a una versione mentale del contenuto anziché al contenuto reale, o che si costruiscano argomentazioni su errori logici non riconosciuti. Queste difficoltà alimentano direttamente lo psicoterapeuticocentrismo, perché anche di fronte a spiegazioni chiare il lettore continua a vedere confermata la narrazione già interiorizzata.

Fattori culturali, storici ed economici

Fattori culturali e linguistici contribuiscono in modo decisivo a mantenere il fenomeno. Il termine “psicoterapeuta” viene usato in modo estensivo e generico come sinonimo di “chi fa terapia”, mentre il termine “psicologo” viene progressivamente svuotato di valenza clinica. Le narrazioni mediatiche mostrano quasi esclusivamente lo psicoterapeuta quando si parla di salute mentale, rendendo invisibile il lavoro terapeutico e riabilitativo svolto in altri ambiti. Metodo e professione vengono sovrapposti, come se la psicoterapia fosse una professione autonoma dotata di proprio ordine e albo.

Sul piano storico pesa il lungo primato psichiatrico e psicoanalitico nella gestione della sofferenza psichica, il riconoscimento tardivo e spesso confuso della natura sanitaria della professione di Psicologo, l’espansione delle scuole di psicoterapia come percorso percepito come quasi obbligato per lavorare in ambito clinico, e ambiguità comunicative da parte di istituzioni e organizzazioni.

Dal punto di vista economico, lo psicoterapeuticocentrismo è sostenuto da un forte mercato formativo, da bandi e incarichi che richiedono l’annotazione in psicoterapia anche quando gli interventi rientrano negli atti tipici dello Psicologo, e da sistemi di rimborso che nominano solo la psicoterapia, conferendo a questa etichetta un vantaggio simbolico ed economico.

Quando la psicoterapia rischia davvero di diventare un bluff

È fondamentale chiarire che qui non è in discussione la psicoterapia come pratica clinica seria, rigorosa e scientificamente fondata. Ciò che viene messo in discussione è la sua riduzione a etichetta identitaria e a scorciatoia di legittimazione.

Lo psicoterapeuticocentrismo non danneggia solo la psicologia come disciplina. Danneggia direttamente la stessa immagine pubblica della psicoterapia e la credibilità sociale di chi si presenta come psicoterapeuta. È un paradosso: nasce con l’intenzione di difendere la psicoterapia e finisce per indebolirla.

Agli occhi dei cittadini emerge uno scarto sempre più evidente tra la rappresentazione ideale della psicoterapia come intervento complesso, fondato su competenze elevate, e il modo in cui alcuni suoi difensori si espongono nello spazio pubblico: comunicazione semplificata, riferimenti giuridici imprecisi, argomentazioni deboli, toni svalutanti o polemici. Quando chi afferma di lavorare in profondità sulla mente mostra difficoltà nel confronto rispettoso e documentato, la fiducia si incrina.

Lo psicoterapeuticocentrismo tende inoltre a trasformare la psicoterapia da metodo di lavoro a marchio identitario. L’attenzione si sposta dal “come si lavora” al “chi ha il titolo”. Quando il titolo viene presentato come garanzia automatica di qualità, mentre le competenze effettive, il pensiero critico e la conoscenza delle norme passano in secondo piano, il messaggio implicito diventa che il titolo basti. Più si difende questa idea, più diventa evidente che il titolo, da solo, non basta.

Quando il sostegno allo psicoterapeuticocentrismo si accompagna a confusione tra leggi e opinioni, uso improprio del linguaggio giuridico, letture superficiali delle norme e difficoltà di comprensione dei testi, ciò che emerge non è la forza della psicoterapia, ma il limite di chi la rappresenta. Questo indebolisce la percezione della psicoterapia come pratica fondata su competenze elevate e riduce l’affidabilità di chi si dichiara psicoterapeuta.

Una pratica terapeutica credibile richiede ascolto autentico, pensiero critico, gestione della complessità, regolazione emotiva, rispetto dell’interlocutore e rigore nell’uso delle parole. Quando invece, nel dibattito pubblico, emergono risposte impulsive, polarizzazioni, fraintendimenti sistematici e toni svalutanti, si crea un divario evidente tra ciò che si afferma e ciò che si mostra.

In questo senso la psicoterapia rischia di apparire un bluff non quando viene praticata con serietà, ma quando viene esibita come simbolo di status, difesa come bandiera identitaria e separata da standard verificabili di competenza, responsabilità e qualità della relazione di cura.

Come se ne esce

Uscire dallo psicoterapeuticocentrismo non significa svalutare la psicoterapia, ma restituirle un posto coerente all’interno della cura psicologica. Significa ricentrare l’attenzione sugli atti tipici dello Psicologo, sulla qualità del lavoro clinico, sul rigore linguistico e giuridico, sulla trasparenza istituzionale e sulla formazione continua fondata su evidenze e responsabilità.

Solo spostando il baricentro dal titolo alle competenze, dall’identità allo standard, dalla bandiera al lavoro concreto, la psicoterapia può mantenere e rafforzare la propria credibilità agli occhi dei cittadini e della comunità professionale.

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