Quando si afferma che lo “psicoterapeuta” sarebbe come un chirurgo della mente, capace di andare “più in profondità” dove altri non potrebbero arrivare, non si sta soltanto descrivendo un modo di lavorare.
Si sta costruendo una posizione simbolica.
Questa immagine tende a presentare quel professionista come più profondo, più autorevole o più capace rispetto ad altri Psicologi. Il rischio è che l’attenzione si sposti dalla comprensione della persona alla costruzione di un’aura di prestigio intorno al professionista.
Non è necessario attribuire intenzioni personali a chi usa questa metafora. Il punto è un altro: l’effetto comunicativo può essere quello di creare distanza, gerarchia e superiorità.
Il prestigio del “chirurgo” e la gerarchia tra Psicologi
Il chirurgo occupa, nell’immaginario collettivo, una posizione di grande forza simbolica.
È il professionista che interviene, decide, incide, salva. Evocarlo significa richiamare un mondo fatto di competenza tecnica, rischio, potere e autorevolezza sociale.
Quando però questa immagine viene trasferita alla cura psicologica, qualcosa non torna.
La metafora del “chirurgo della mente” raramente chiarisce metodo, obiettivi, criteri di efficacia o limiti dell’intervento. Più spesso comunica status.
Invece di dire con precisione cosa si fa, come lo si fa e con quali risultati verificabili, si usa un’immagine forte per suggerire una superiorità implicita: “io arrivo dove altri non arrivano”.
Questa metafora attecchisce facilmente in un contesto in cui la professione psicologica riceve ancora un riconoscimento sociale parziale e discontinuo.
Invece di rivendicare con chiarezza la piena dignità terapeutica dello Psicologo, può accadere che si cerchi di “alzare il rango” della propria posizione attraverso una differenziazione verticale: più profondo, più clinico, più curativo, più vicino alla medicina.
Ma quando la differenza viene presentata come superiorità, la discussione cambia natura.
Non si parla più di competenza, efficacia, metodo o responsabilità. Si entra in una competizione identitaria interna alla categoria, in cui alcuni Psicologi rischiano di essere rappresentati come terapeuti “veri” e altri come figure minori, preparatorie o accessorie.
La metafora del chirurgo non parla solo al pubblico. Parla anche ai colleghi.
Può trasmettere questo messaggio implicito: “io sono diverso da te, io faccio ciò che tu non puoi fare”.
Da qui possono nascere svalutazioni implicite o messaggi gerarchici ricorrenti:
“Tu fai counselling, io faccio terapia.”
“Tu accompagni, io curo.”
“Tu sostieni, io intervengo davvero.”
Questo linguaggio frammenta la professione, indebolisce l’immagine pubblica dello Psicologo e alimenta l’idea che solo alcuni Psicologi siano terapeuti pienamente legittimi.
La cura psicologica non ha bisogno di gerarchie artificiali. Ha bisogno di chiarezza, competenza e collaborazione.
La profondità clinica non è una metafora di potere
Chi usa la metafora del “chirurgo della mente” spesso sostiene di andare più in profondità, di toccare zone che altri non potrebbero raggiungere.
Ma in Psicologia la profondità non è un metro lineare.
Non è un titolo nobiliare.
Non è un piano nascosto della mente a cui accedono solo alcuni.
La profondità clinica riguarda la capacità di comprendere la complessità della persona, rispettarne i tempi, leggere i processi mentali, emotivi, relazionali e corporei, e costruire un intervento coerente con i bisogni reali di quella persona.
Non dipende da una metafora potente.
Dipende da competenza, metodo, esperienza, consapevolezza personale, sensibilità clinica e responsabilità professionale.
Ogni Psicologo, nel proprio ambito di competenza e nei limiti della propria formazione, può lavorare in profondità quando possiede strumenti adeguati, formazione solida, supervisione, capacità relazionale e rispetto del limite.
Molte metafore mediche vengono usate per sembrare più clinici, più scientifici o più autorevoli.
Ma la scientificità non nasce dal lessico medico.
Nasce dal metodo.
Nasce dalla capacità di formulare ipotesi, verificare gli esiti, riconoscere i limiti, aggiornarsi, confrontarsi con la letteratura scientifica e rendere conto del proprio lavoro.
Un linguaggio più medico può creare potere simbolico, ma non dimostra competenza.
La competenza si documenta con metodo, coerenza, responsabilità, supervisione, valutazione degli esiti e appropriatezza dell’intervento.
I simboli di potere non sostituiscono le prove di efficacia.
La cura psicologica è alleanza, non dominio
La metafora del chirurgo verticalizza la cura.
Da una parte c’è chi “opera”. Dall’altra chi “subisce”.
Ma la cura psicologica funziona in modo diverso.
La Psicologia lavora attraverso relazione, alleanza, partecipazione e co-costruzione. La persona non è un corpo passivo da incidere, ma un soggetto attivo con cui costruire cambiamento.
Il professionista non domina. Accompagna.
Non impone dall’alto. Lavora insieme alla persona.
Non sostituisce il soggetto. Ne sostiene le risorse, la consapevolezza, il funzionamento e la possibilità di trasformazione.
Per questo ogni idea di superiorità, verso pazienti o colleghi, è poco compatibile con una cura fondata su rispetto, corresponsabilità e alleanza terapeutica.
La vera autorevolezza clinica non nasce dal sentirsi più profondi degli altri.
Nasce dalla capacità di prendersi cura in modo efficace, etico e umano.
Un professionista competente non ha bisogno di costruire la propria identità contro altri Psicologi. Ha bisogno di lavorare bene, con chiarezza, metodo e trasparenza.
La forza dello Psicologo sta nella capacità di operare in modo professionale, collaborativo e misurabile.
Non nella costruzione di gerarchie interne.
Non nella ricerca di immagini di potere.
Non nel bisogno di sembrare più vicino alla medicina per sentirsi più legittimato.
La psicoterapia non è chirurgia mentale
La metafora del “chirurgo della mente” non descrive davvero la cura psicologica.
La mente non è un organo da incidere.
La psicoterapia non è un intervento chirurgico.
Il cambiamento psicologico non avviene attraverso un taglio, un’asportazione o una riparazione meccanica.
Avviene attraverso relazione, apprendimento, consapevolezza, ristrutturazione, esperienza emotiva, educazione psicologica, abilitazione, riabilitazione e trasformazione dei modi di funzionare.
Il rischio non deriva dalla psicoterapia in quanto tale, ma dall’uso improprio di qualunque intervento psicologico, dall’insufficiente competenza, dalla mancanza di supervisione e dall’assenza di monitoraggio dell’andamento clinico.
Una metafora di potenza non rende un intervento più sicuro, più scientifico o più efficace.
Nel nostro ordinamento, la psicoterapia è una specifica attività regolata dalla Legge 56/1989, art. 3: l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è riservato a Psicologi e medici con specifica formazione professionale, secondo il quadro normativo richiamato anche dal MUR.
Questo però non la trasforma in un marchio di superiorità.
E non rende gli altri interventi dello Psicologo meno terapeutici.
La professione di Psicologo comprende gli strumenti conoscitivi e di intervento per prevenzione, diagnosi, attività di abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico, rivolti alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità.
La psicoterapia è una forma di cura psicologica condotta attraverso la conoscenza specialistica di un metodo di intervento. Si colloca dentro il più ampio campo degli atti psicologici e può dialogare con prevenzione, diagnosi, sostegno, abilitazione e riabilitazione, dentro una relazione terapeutica fondata su alleanza, responsabilità e valutazione degli esiti.
Non è chirurgia mentale.
È cura psicologica.
E, come ogni cura psicologica seria, dovrebbe poter essere descritta attraverso obiettivi chiari, metodo dichiarato, limiti riconosciuti, criteri di appropriatezza, supervisione e monitoraggio degli esiti.
In questo senso, strumenti come il ROM, cioè il monitoraggio routinario degli esiti, e la terapia informata dal feedback possono aiutare a seguire l’andamento del percorso e a orientare meglio le decisioni cliniche. La letteratura descrive il monitoraggio degli esiti come uno strumento utile per valutare il progresso del trattamento e rilevare quando il cambiamento non procede come previsto.
Non sostituiscono la competenza del professionista.
Non garantiscono da soli l’efficacia dell’intervento.
Ma possono rendere il lavoro clinico più trasparente, più responsabile e più aderente ai bisogni della persona.
La mente non si taglia, si comprende
La metafora del chirurgo crea distanza e gerarchia.
La Psicologia non ha bisogno di troni, bisturi simbolici o immagini di dominio.
Ha bisogno di precisione scientifica, competenza clinica, umanità, rispetto reciproco e chiarezza professionale.
La mente non si taglia.
Si comprende.
Si ascolta.
Si accompagna.
Si educa.
Si sostiene.
Si abilita.
Si riabilita.
E questa, nel suo fondamento più profondo, è cura psicologica.
Sarebbe più utile parlare meno per immagini e più per contenuti.
Dire quali sono gli obiettivi dell’intervento.
Spiegare quali processi si intendono modificare.
Indicare quali strumenti si usano.
Monitorare gli esiti.
Riconoscere i limiti.
Inviare ad altri professionisti quando necessario.
Collaborare con i colleghi senza costruire gerarchie inutili.
Il Codice Deontologico vigente richiama una condotta professionale fondata su responsabilità, competenza, correttezza, tutela della persona e rispetto nei rapporti professionali; anche per questo il linguaggio pubblico dello Psicologo dovrebbe evitare rappresentazioni inutilmente gerarchiche o suggestive.
La psicoterapia è una forma di cura psicologica condotta con conoscenza specialistica di un metodo.
Non è chirurgia della mente.
E lo Psicologo non ha bisogno di diventare “chirurgo” per curare e fare terapia.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps.
Fonti essenziali
Legge 18 febbraio 1989, n. 56 – Ordinamento della professione di Psicologo.
Ministero dell’Università e della Ricerca – Fonti normative sulla psicoterapia.
CNOP – Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, testo vigente.
Routine Outcome Monitoring and Clinical Feedback in Psychotherapy.



