La psicologofobia può essere descritta come paura, diffidenza o svalutazione dello Psicologo e della sua funzione terapeutica. Non è una diagnosi clinica e non appartiene ai sistemi nosografici. È una categoria socio-culturale utile a nominare un fenomeno reale: la difficoltà, ancora oggi diffusa, a riconoscere la Psicologia come disciplina pienamente curante.
Quando parlo di psicologofobia non mi riferisco soltanto alla diffidenza verso il professionista. Mi riferisco anche a un clima culturale in cui l’intervento psicologico viene spesso percepito come meno incisivo, meno legittimo o meno “vero” rispetto ad altre forme di trattamento. In questo clima, la terapia psicologica rischia di essere ridotta a semplice ascolto, a supporto generico, oppure assorbita dentro una rappresentazione in cui solo la psicoterapia viene percepita come vera cura.
È da qui che nasce il problema. L’art. 1 della L. 56/1989 definisce la professione di psicologo attraverso strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico. La norma non usa letteralmente la formula “atti tipici di cura”, ma descrive un perimetro professionale che, in ambito clinico, ha una chiara funzione terapeutica. A questo si aggiunge il Codice Deontologico – testo vigente (CNOP), che all’art. 27 parla espressamente di rapporto terapeutico e di cura. Per questo la rappresentazione dello Psicologo come figura non curante non appare coerente con il quadro normativo e deontologico vigente.
Nel mio lavoro di contrasto allo psicoterapeuticocentrismo ho coniato e sviluppato due concetti distinti ma strettamente collegati: psicologofobia e psicologofobia interiorizzata.
Con il termine psicologofobia indico la paura, la diffidenza o la svalutazione dello Psicologo e della terapia psicologica nello spazio sociale, istituzionale e professionale. È il modo in cui una cultura tende a guardare con sospetto la cura psicologica, a ridurla simbolicamente, a presentarla come minore o subordinata.
Con l’espressione psicologofobia interiorizzata indico invece la forma introiettata di questa stessa svalutazione dentro la categoria professionale. In questo caso non è più soltanto l’esterno a ridimensionare lo Psicologo. È lo stesso Psicologo che finisce per autocensurare il lessico della cura, a evitare parole come terapia psicologica, cura o riabilitazione psicologica, a vivere con eccessiva prudenza la propria funzione clinica o a sentire come improprie parole che descrivono in modo corretto il proprio lavoro.
Questi due concetti si collocano dentro il lavoro teorico e culturale con cui contrasto lo psicoterapeuticocentrismo. Con questa parola indico quell’assetto culturale che tende a porre la psicoterapia al centro dell’immaginario della cura, oscurando la più ampia funzione terapeutica della Psicologia. La psicologofobia è uno degli effetti di questo assetto. La psicologofobia interiorizzata è la sua forma assorbita, metabolizzata e riprodotta dagli stessi professionisti.
Come si manifesta nei cittadini
Nei cittadini la psicologofobia può tradursi in esitazione a chiedere aiuto, paura di essere etichettati, vergogna nel raccontare di essersi rivolti a uno Psicologo e tendenza a minimizzare il proprio disagio. Può assumere la forma del “passerà da solo”, del “non è una vera cura”, del “serve altro”. In questo modo il problema non resta simbolico, ma produce effetti concreti: ritarda l’accesso alla presa in carico, impoverisce le aspettative verso il lavoro psicologico e restringe il riconoscimento sociale della terapia psicologica.
Può essere alimentata anche da narrazioni mediatiche che riducono lo Psicologo a confidente, ascoltatore o motivatore, cancellando o indebolendo la rappresentazione del suo ruolo clinico. Quando il cittadino interiorizza questa immagine, tende a non riconoscere che la Psicologia interviene su sintomi, disfunzioni, sofferenza, adattamento, funzionamento e recupero.
Come si manifesta nelle istituzioni
Nelle istituzioni la psicologofobia può assumere una forma più tecnica ma altrettanto incisiva. Si manifesta quando bandi, regolamenti, modulistica, comunicazioni ufficiali o percorsi formativi usano categorie e requisiti in modo da restringere, confondere o svalutare attività che rientrano già nel perimetro professionale dello Psicologo. In questi casi il linguaggio non è neutro. Produce effetti sull’accesso ai servizi, sulla distribuzione delle risorse, sul riconoscimento delle competenze e sul modo in cui vengono costruiti i percorsi di presa in carico.
Il problema non riguarda quindi solo le parole. Riguarda anche il modo in cui le parole orientano scelte amministrative, priorità organizzative e immaginari professionali.
Come si manifesta nella categoria professionale
Nella categoria professionale la psicologofobia interiorizzata si manifesta spesso come autocensura del lessico, insicurezza nel presentare il proprio lavoro, timore di nominare obiettivi terapeutici e fatica a riconoscere pienamente la portata clinica degli atti professionali. Lo Psicologo lavora su sintomi, disfunzioni, crisi, adattamento, funzionamento, recupero, ma fatica a chiamare tutto questo terapia psicologica. In apparenza è prudenza. In realtà, molte volte, è il segno di una svalutazione interiorizzata del proprio ruolo.
Questa dinamica può ricordare vissuti di autosvalutazione professionale e di illegittimità. Non perché si tratti di una diagnosi clinica, ma perché produce un restringimento della fiducia nel proprio mandato professionale. Il professionista non smette di fare ciò che la legge gli consente di fare. Smette, piuttosto, di nominarlo con chiarezza. E quando una professione rinuncia a nominare bene ciò che fa, finisce per essere descritta dalle parole degli altri.
Perché il linguaggio conta
La questione della psicologofobia non è marginale. Il linguaggio professionale orienta la percezione pubblica, modella le aspettative dei cittadini e contribuisce a definire lo spazio sociale della disciplina. Dire terapia psicologica, cura psicologica o riabilitazione psicologica, quando questi termini descrivono correttamente l’intervento svolto, non è arroganza e non è eccesso. È precisione professionale. È trasparenza verso i cittadini. È coerenza con il quadro normativo e deontologico vigente.
Una Psicologia che rinuncia a nominare la propria funzione terapeutica non diventa più seria né più prudente. Diventa meno chiara. E una professione meno chiara è anche una professione più facilmente riducibile, fraintendibile e marginalizzabile.
Perché ho proposto questi due concetti
Ho proposto i concetti di psicologofobia e psicologofobia interiorizzata perché ritengo necessario dare un nome a un fenomeno che altrimenti resta disperso in molte manifestazioni diverse: diffidenza sociale, impoverimento del lessico, svalutazione della terapia psicologica, riduzione culturale del ruolo dello Psicologo, autocensura professionale, restrizione simbolica del campo della cura.
Nominare un fenomeno non significa trasformarlo automaticamente in verità assoluta. Significa renderlo visibile, discutibile, analizzabile. Questi due concetti servono a questo: a rendere leggibile un problema culturale che, senza parole adeguate, continua a restare sullo sfondo.
Conclusione
Contrastare la psicologofobia non significa esasperare il linguaggio o gonfiare artificialmente il profilo professionale dello Psicologo. Significa descrivere con maggiore precisione ciò che la Psicologia clinica già fa. La professione di psicologo, per legge, comprende prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico. Il Codice Deontologico vigente parla inoltre di rapporto terapeutico e di cura. Da qui occorre partire.
Psicologofobia e psicologofobia interiorizzata sono due concetti che ho coniato, sviluppato e diffuso nel mio lavoro di contrasto allo psicoterapeuticocentrismo proprio per questo motivo: mostrare come la svalutazione della terapia psicologica possa agire sia all’esterno sia all’interno della professione. Superarla significa restituire alle parole il loro peso, senza enfasi ma anche senza arretramenti. Significa parlare della Psicologia in modo più preciso, più responsabile e più fedele alla sua funzione terapeutica.
Link di riferimento
L. 56/1989, art. 1
Codice Deontologico – testo vigente (CNOP)
Enrico Rizzo
Psicologo
Presidente di MetaPsi Aps



