Se nei testi universitari trovi spesso la distinzione tra Psicologo e “psicoterapeuta”, non è perché la scienza abbia scoperto due categorie ontologicamente diverse di professionisti. È, molto più semplicemente, l’effetto di una semplificazione didattica e linguistica che si colloca dentro una cornice culturale precisa: lo psicoterapeuticocentrismo.
Non è un’accusa all’università. È un effetto sistemico del modo in cui, in Italia, si parla di cura.
L’università ha il compito di insegnare sistemi complessi a molte persone, in tempi limitati. Per farlo utilizza categorie rapide, etichette riconoscibili, scorciatoie terminologiche. Parlare di “psicoterapeuta” è più semplice che ripetere ogni volta “Psicologo o Medico abilitato all’esercizio dell’attività psicoterapeutica”. È una mappa utile per orientarsi, non una descrizione completa del territorio.
Il problema nasce quando quella mappa viene scambiata per la realtà. Quando una semplificazione nata per comodità didattica viene letta come distinzione di valore o di legittimità clinica: come se uno curasse davvero e l’altro no. Questo passaggio non è scientifico, non è giuridico ed è profondamente fuorviante.
Questa semplificazione, infatti, raramente resta neutra. Nel contesto culturale italiano finisce per appoggiarsi a un’abitudine già presente e, spesso senza intenzione, la rinforza: l’idea psicoterapeuticocentrica secondo cui la cura coinciderebbe automaticamente con la psicoterapia e, di riflesso, con la figura etichettata come “psicoterapeuta”. Così una distinzione linguistica diventa una gerarchia simbolica.
A questo punto è importante chiarire anche chi scrive i testi universitari. Gli autori e i curatori non sono un blocco neutro e indistinto. Spesso provengono da contesti ben precisi: medici autorizzati alla psicoterapia, psicologi autorizzati alla psicoterapia, docenti che insegnano all’interno di scuole e corsi di formazione per psicoterapeuti, clinici immersi da anni in un ecosistema psicoterapeuticocentrico. Non sempre, ovviamente, ma abbastanza spesso da orientare il linguaggio dominante. Tutto questo, anche in assenza di malafede, incide sulle priorità, sulle categorie concettuali e sul modo in cui viene rappresentata la cura.
Ed è qui che cambia la prospettiva. Spesso l’informazione più importante non è cosa c’è scritto nel manuale, ma chi lo ha scritto, da dove parla, con quali finalità e con quali premesse date per scontate. Molte affermazioni non sono apertamente false, ma poggiano su premesse illogiche o infondate, nel senso di assunti impliciti non verificati, più culturali che scientifici. Premesse che restano invisibili proprio perché vengono presentate come ovvie.
Lo psicoterapeuticocentrismo agisce proprio così: sposta l’attenzione dall’insieme delle competenze e delle funzioni dello Psicologo verso una sola parola, trasformandola in un marchio identitario. Quando questa logica entra nei manuali, nei corsi universitari, nei discorsi accademici e poi nei social, produce un effetto a catena: restringe la rappresentazione della cura e impoverisce la comprensione del ruolo professionale.
Da qui nasce una domanda inevitabile, scomoda ma necessaria: quanto i contenuti dei testi universitari sono davvero liberi da luoghi comuni, pregiudizi e stereotipi, anche quando sono formalmente corretti e ben aggiornati?
Un manuale può essere coerente, citare le fonti giuste, rispettare i programmi accademici e allo stesso tempo normalizzare visioni parziali, rendere invisibili alternative legittime e trasformare consuetudini linguistiche in criteri di valore. È così che i luoghi comuni diventano sapere istituzionalizzato e gli stereotipi smettono di sembrare tali.
Ma la scienza psicologica non funziona per etichette. Non esiste un confine netto oltre il quale inizierebbe la “vera” cura. Diagnosi, prevenzione, sostegno, abilitazione, riabilitazione e trattamento psicologico sono tutte pratiche cliniche orientate alla tutela della salute e al recupero del funzionamento. Cambiano i metodi, non la dignità terapeutica.
Ed è qui che, per me, entra in gioco il punto davvero importante. Io faccio affidamento sulla capacità di uno studente — e ancora di più di un laureato — di problematizzare queste distinzioni. Di non fermarsi alla superficie delle parole. Di non farsi guidare automaticamente da semplificazioni psicoterapeuticocentriche solo perché sono diffuse o rassicuranti.
Un manuale offre una mappa. Ma essere professionisti significa sapere che la mappa non è il territorio. Significa usare quella mappa, sì, ma poi allargarla, espanderla, approfondirla, dettagliarla. In fondo, la maturità professionale comincia proprio qui: non nell’adesione acritica a ciò che è scritto, ma nella capacità di interrogare le premesse, riconoscere i bias e restituire complessità, chiarezza e responsabilità nella rappresentazione del territorio della cura.




