Quando si parla di movimento antipsicoterapeuticocentrico, la prima cosa da chiarire è molto semplice: non si tratta di un movimento contro la psicoterapia.
Il punto non è negare che la psicoterapia possa avere valore. Il punto è contestare l’idea che la cura psicologica diventi davvero seria, autorevole o “vera” solo quando viene fatta coincidere con la psicoterapia.
In altre parole, il bersaglio non è la psicoterapia in sé. Il bersaglio è il suo uso come criterio unico per stabilire che cosa conti davvero come cura psicologica e che cosa, invece, venga percepito come minore.
Che cosa significa “movimento”
Qui la parola movimento non indica necessariamente una struttura formale, con statuto, sedi, iscritti e organi interni.
In questo caso, movimento significa soprattutto una corrente culturale e professionale riconoscibile. Significa un insieme di idee, contenuti, argomenti, parole e iniziative che vanno nella stessa direzione.
Si può parlare di movimento quando esiste un problema ben individuato, una critica coerente e un tentativo concreto di cambiare il modo in cui quel problema viene raccontato e pensato.
Per questo si può parlare di movimento antipsicoterapeuticocentrico. Non perché debba esistere per forza un’organizzazione rigida e formalizzata, ma perché esiste una linea culturale chiara: contestare la centralità assolutizzata della psicoterapia e difendere una visione più ampia e più dignitosa della professione psicologica.
Perché questo tema emerge soprattutto in Italia
In Italia questo tema appare particolarmente forte perché, nel tempo, si è diffuso un modo di raccontare il rapporto tra Psicologo e psicoterapia che finisce spesso per creare una gerarchia.
Da una parte c’è lo Psicologo. Dall’altra c’è la psicoterapia, che viene spesso presentata come forma più alta, più completa, più nobile o più autentica della cura.
È proprio qui che nasce il problema.
Quando questa distinzione viene raccontata male, lo Psicologo rischia di apparire come una figura di base, preparatoria o comunque meno autorevole. Non per ciò che realmente fa, ma per il modo in cui viene rappresentato.
Così, poco alla volta, si consolida un messaggio implicito ma molto forte: la cura psicologica “vera” coinciderebbe solo con la psicoterapia, mentre tutto il resto verrebbe percepito come qualcosa di minore.
Il movimento antipsicoterapeuticocentrico nasce proprio come reazione a questa narrazione.
Che cosa contesta davvero questo movimento
Il punto centrale è molto chiaro.
Questo movimento contesta l’idea che la cura psicologica coincida solo con la psicoterapia.
Contesta l’idea che lo Psicologo, se non viene ricondotto a quella etichetta, sia una figura minore.
Contesta l’idea che la dignità terapeutica dello Psicologo dipenda dall’essere simbolicamente assorbito sotto il nome di “psicoterapeuta”.
E contesta anche l’idea che i cittadini debbano essere abituati a pensare che solo ciò che viene chiamato psicoterapia sia vera cura psicologica.
Per questo non è corretto parlare di posizione anti-psicoterapia. È molto più corretto parlare di posizione anti-psicoterapeuticocentrica.
La differenza conta, perché qui non si sta negando valore a una specifica formazione. Si sta rifiutando la sua trasformazione in centro assoluto della legittimazione professionale e culturale.
Il ruolo della psicologia narrativa
Per capire bene questo fenomeno, la psicologia narrativa offre una chiave molto utile. L’APA Dictionary definisce la narrative psychology come un campo che studia il valore delle storie e dello storytelling nel dare significato all’esperienza delle persone, influenzando memoria, identità e interpretazione della vita.
Applicata a questo tema, la psicologia narrativa aiuta a vedere una cosa importante: lo psicoterapeuticocentrismo non vive solo nelle etichette professionali. Vive anche nei racconti collettivi.
Vive nelle frasi ripetute, nelle descrizioni promozionali, nelle immagini di prestigio, nei modi in cui una professione viene presentata al pubblico e agli stessi colleghi.
In altre parole, una parte del problema non è solo professionale. È anche narrativa.
Nel tempo può consolidarsi un racconto dominante secondo cui la cura psicologica “vera” coinciderebbe con la psicoterapia, mentre lo Psicologo verrebbe percepito come figura minore, incompleta o solo preparatoria.
Da questo punto di vista, il movimento antipsicoterapeuticocentrico può essere letto anche come una contro-narrazione. Non si limita a criticare singole frasi o singoli messaggi. Cerca di riscrivere il racconto pubblico della professione psicologica.
Esiste nel mondo qualcosa di simile
Qui è giusto essere prudenti.
Dalle fonti professionali che oggi si riescono a verificare non emerge un movimento internazionale già conosciuto, stabile e chiaramente nominato con lo stesso focus specifico del movimento antipsicoterapeuticocentrico. La conclusione più corretta, quindi, è questa: non risulta un equivalente già codificato negli stessi termini.
Questo però non significa che altrove non esistano tensioni simili.
Significa semplicemente che non appare, almeno in modo evidente, una corrente già strutturata e riconosciuta esattamente in questa forma.
Esistono comunque contesti culturali e professionali nei quali il rapporto tra psicologia e psicoterapia viene raccontato in modo meno gerarchico.
Nel quadro EuroPsy della EFPA, per esempio, il riferimento di base resta lo psychologist, mentre la psychotherapy compare come area specialistica costruita su quella base professionale.
Nel Regno Unito, la British Psychological Society presenta la Qualification in Counselling Psychology come un percorso indipendente per diventare counselling psychologist, cioè come un’identità professionale psicologica definita, non come una figura da completare simbolicamente tramite altro.
Anche l’EFPA descrive la psicoterapia come un’attività importante per molti psicologi e la colloca dentro la cornice della formazione specialistica in psicologia.
Questo rende il caso italiano particolarmente interessante. Non perché l’Italia sia sicuramente l’unico Paese in cui esistono problemi simili, ma perché qui la svalutazione simbolica dello Psicologo rispetto alla psicoterapia sembra essersi resa più visibile, più ripetuta e più riconoscibile.
Che cosa si può dire, allora, in modo serio
La formula più corretta è questa: il movimento antipsicoterapeuticocentrico sembra avere oggi una fisionomia soprattutto italiana.
Non perché nel resto del mondo non esistano gerarchie, tensioni o narrazioni escludenti.
Piuttosto perché in Italia il bisogno di una critica esplicita allo psicoterapeuticocentrismo appare più chiaro e più riconoscibile.
Qui il problema sembra essersi condensato in una rappresentazione culturale precisa: quella secondo cui lo Psicologo, senza psicoterapia, sarebbe meno terapeuta, meno clinico o meno autorevole.
È proprio questa rappresentazione che il movimento contesta.
Che cosa propone, in positivo, questo movimento
Ridurre tutto a una semplice polemica sarebbe un errore.
In positivo, questo movimento propone una visione più ampia della cura psicologica. Difende il valore della professione di Psicologo nella sua interezza. Difende la dignità del sostegno, della valutazione, della prevenzione, del lavoro clinico, dell’intervento sulle difficoltà emotive, relazionali e comportamentali e, più in generale, delle molte forme in cui la cura psicologica può concretamente esprimersi.
Soprattutto, prova a restituire ai cittadini una rappresentazione meno rigida e meno gerarchica della cura.
Non mira a togliere valore alla psicoterapia. Mira a impedire che tutta la legittimazione della psicologia venga fatta dipendere solo da essa.
Il ruolo di MetaPsi Aps
In questo quadro, MetaPsi Aps può essere letta come una delle espressioni più chiare di questo orientamento culturale in Italia. Sul sito ufficiale si presenta come una comunità di Psicologhe e Psicologi libera da luoghi comuni, pregiudizi e discriminazioni in ambito formativo e professionale, impegnata nella tutela, valorizzazione e promozione della professione di Psicologo.
Per questa ragione, MetaPsi Aps non è soltanto un’associazione. Può essere letta anche come un presidio culturale e professionale: uno spazio che prova a restituire piena dignità alla professione di Psicologo, a correggere narrazioni riduttive e a sostenere una visione più ampia e meno gerarchica della cura psicologica. Questa è una lettura interpretativa coerente con il modo in cui l’associazione si presenta pubblicamente.
Conclusione
Il movimento antipsicoterapeuticocentrico può essere definito come una corrente culturale e professionale che contesta l’assolutizzazione della psicoterapia e la svalutazione simbolica dello Psicologo.
Chiamarlo movimento è corretto se lo si intende come spinta culturale riconoscibile, non necessariamente come organizzazione formalizzata.
Nel mondo non sembra emergere ancora un equivalente già codificato con lo stesso nome e con lo stesso focus. Esistono però contesti e sensibilità che vanno in una direzione vicina: riconoscimento pieno dello psychologist, pluralismo delle forme di cura e rifiuto di una gerarchia troppo rigida tra ciò che viene considerato terapeutico e ciò che viene invece svalutato.
In questa prospettiva, il movimento antipsicoterapeuticocentrico può essere letto come una risposta italiana a una specifica deformazione culturale, ma anche come una formulazione originale di una domanda più ampia: chi decide che cosa debba essere percepito come vera cura psicologica e chi, invece, venga simbolicamente messo ai margini.
Il movimento antipsicoterapeuticocentrico non contesta la psicoterapia. Contesta il suo uso come misura unica del valore della cura psicologica. In Italia questa critica appare più forte perché qui la svalutazione simbolica dello Psicologo sembra essersi resa più visibile.



