
“Psicoterapeuta” è una parola che tutti conoscono e che, nel linguaggio quotidiano, viene usata come se indicasse una professione autonoma. Si dice “vado dallo psicoterapeuta” con la stessa naturalezza con cui si direbbe “vado dal cardiologo” o “vado dall’ortopedico”. Ed è proprio questa apparente naturalezza a rendere necessario un chiarimento, non per polemica e non per giudizi di valore, ma per precisione concettuale, giuridica e linguistica.
In Italia, lo psicoterapeuta come professione autonoma non esiste. Questo non è un parere personale né una posizione ideologica: è un dato dell’ordinamento. Le professioni riconosciute sono quella di Psicologo e quella di Medico. La psicoterapia non costituisce una terza professione distinta, ma un’attività che Psicologi e Medici possono esercitare dopo aver acquisito una specifica formazione post-laurea prevista dalla legge.
La normativa è chiara nel collocare la psicoterapia come attività regolata. Non nasce una nuova figura professionale, ma un professionista già riconosciuto dallo Stato acquisisce, attraverso un percorso formativo specifico, i requisiti per esercitare anche quell’attività. Questo punto è fondamentale, perché smonta alla radice l’idea, molto diffusa, che la parola “psicoterapeuta” indichi una professione a sé stante, separata e distinta da quella dello Psicologo.
Il problema, infatti, non è la psicoterapia in sé, ma il modo in cui il linguaggio comune trasforma un’attività in un’identità autonoma. A forza di usare la parola “psicoterapeuta” come se fosse il nome di una professione distinta, l’attività viene mentalmente separata dalla professione di origine. Nella percezione collettiva prende forma una figura “altra”, spesso vissuta come più clinica, più terapeutica o più autorevole rispetto allo Psicologo. Ma questa rappresentazione non ha fondamento giuridico: è un effetto culturale prodotto dall’uso ripetuto e non riflettuto delle parole.
È in questo contesto che l’uso delle virgolette assume un significato preciso. Scrivere “psicoterapeuta” tra virgolette non è un attacco alla psicoterapia, né una svalutazione di chi la pratica. Non è una questione di merito o demerito. Le virgolette non giudicano le persone, né la qualità del loro lavoro clinico. Servono a segnalare che stiamo parlando di un termine d’uso comune che, se preso alla lettera, rischia di far credere all’esistenza di una professione autonoma che l’ordinamento non riconosce.
Dal punto di vista grammaticale e linguistico, le virgolette svolgono una funzione metalinguistica: indicano che l’attenzione è posta sulla parola, sul suo uso e sulle sue implicazioni, non sulla creazione automatica di una realtà professionale distinta. In questo caso servono a mantenere separati due piani che spesso vengono confusi: il piano del linguaggio quotidiano e quello della struttura giuridica.
Anche sul piano ordinistico-amministrativo è importante essere rigorosi. Gli Ordini professionali non annotano una “dicitura” chiamata psicoterapeuta, né registrano un’etichetta. Ciò che viene registrato o annotato, secondo le procedure previste, è il possesso del titolo formativo richiesto dalla legge, cioè il diploma di specializzazione in psicoterapia, e, conseguentemente, la possibilità di esercitare l’attività psicoterapeutica. L’annotazione serve a rendere verificabile al cittadino il possesso di quel titolo, non a creare un albo separato o una nuova professione.
Questa distinzione non è un tecnicismo sterile. Cambia profondamente la rappresentazione mentale della cura psicologica. Quando una parola viene trattata come se designasse una categoria autonoma e superiore, si finisce per credere che la “vera terapia” sia racchiusa tutta lì e che fuori da quella parola ci sia qualcosa di minore. Ma la qualità clinica non dipende da un’etichetta: dipende da competenza, esperienza, capacità di valutazione, etica e responsabilità professionale.
Alla fine, il punto non è stabilire chi “vale di più”, ma evitare che il linguaggio costruisca una realtà che la legge non riconosce. “Psicoterapeuta” è una parola comoda e diffusissima, ma in Italia non indica una professione autonoma. Scriverla tra virgolette serve a ricordarcelo, senza polemica e senza svalutazioni, mantenendo chiarezza tra ciò che è linguaggio comune e ciò che è struttura giuridica.
Quando si parla di cura, di salute e di professioni sanitarie, la precisione delle parole non è un dettaglio formale. È una responsabilità culturale e professionale.


