I protocolli terapeutici vengono spesso raccontati come se “fossero psicoterapia” o come se “appartenessero” unicamente alla psicoterapia. È una scorciatoia concettuale: confonde lo strumento con la cornice.
Un protocollo terapeutico è una procedura strutturata: definisce obiettivi, passaggi, strumenti, criteri di monitoraggio e regole di adattamento al caso. Può essere utilizzato anche in psicoterapia, certo. Ma non diventa psicoterapia solo perché è ordinato, sequenziale o manualizzato.
Che cos’è un protocollo terapeutico
Un protocollo è una mappa di lavoro. Serve a ridurre l’improvvisazione e ad aumentare chiarezza: che cosa viene fatto, perché, con quali indicatori e con quali esiti. Alcuni protocolli sono molto dettagliati (passi rigorosi), altri sono più flessibili (linee operative). La funzione, però, non cambia: rendere l’intervento osservabile, valutabile e comunicabile con precisione.
Il punto decisivo è questo: un protocollo descrive un metodo operativo, non un titolo e non un’identità professionale.
Psicoterapia e protocolli: rapporto reale, non mitologia
La psicoterapia, in Italia, è collegata a una specifica formazione professionale che consente l’esercizio dell’attività psicoterapeutica. Questa impostazione è coerente con l’articolo 3 della legge 56/1989, come riportato nelle fonti normative istituzionali richiamate dal MUR.
Quella cornice può incidere su formulazione del caso, setting, intensità del lavoro e responsabilità complessiva del percorso. Ma la cornice non “possiede” gli strumenti.
Lo stesso protocollo può essere impiegato in assetti diversi, con finalità diverse e livelli di profondità diversi. Non è la presenza di una sequenza di passi a definire la natura dell’intervento: la definiscono obiettivi, inquadramento clinico, responsabilità assunte e correttezza della comunicazione verso la persona.
Chiarimento centrale: i protocolli usati in psicoterapia sono usabili anche negli Atti Tipici dello Psicologo
I protocolli utilizzati in psicoterapia possono essere utilizzati anche nell’ambito degli Atti Tipici dello Psicologo, quando l’uso è coerente con competenza, limiti e trasparenza professionale.
In concreto, un uso professionalmente corretto richiede almeno:
- formazione specifica sul protocollo e sul problema trattato;
- valutazione iniziale adeguata e obiettivi realistici;
- adattamento al caso (non applicazione meccanica);
- monitoraggio degli esiti e gestione dei rischi;
- supervisione quando necessaria;
- comunicazione non ambigua su prestazione proposta e formazione posseduta.
Questa è la frase che mette al riparo dalla contestazione più comune: “non appartiene” non significa “chiunque lo può applicare”. Significa che lo strumento non è proprietà di un’etichetta, ma va usato da psicologi competenti, nei limiti e con chiarezza.
Perché l’Articolo 21 rafforza davvero questa tesi
L’Articolo 21 del Codice Deontologico – testo vigente (CNOP) è un punto molto concreto: considera violazione deontologica grave insegnare strumenti e tecniche riservati alla professione di psicologo a persone estranee alla professione e indica come aggravante l’avallo di attività ingannevoli o abusive (qualifiche/attestati, o messaggi che inducono a ritenersi autorizzati a svolgere attività proprie dello psicologo). Lo stesso articolo precisa inoltre, in modo molto utile per questo tema, che sono specifici della professione di psicologo gli strumenti e le tecniche conoscitive e di intervento relativi ai processi psichici basati su principi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici.
Questo passaggio rafforza la tesi in modo pulito: gli strumenti professionali non sono “marchi identitari” di una sola narrazione. Sono strumenti psicologici che richiedono responsabilità nell’uso e nella trasmissione, proprio per tutela dell’utenza e correttezza professionale.
Il riferimento all’Articolo 21, inoltre, è coerente con l’impianto complessivo del Codice Deontologico: competenza, limiti, correttezza dell’informazione, tutela della persona e responsabilità professionale.
Caso emblematico: EMDR e l’equivoco dell’etichetta
EMDR è un metodo strutturato con fasi e procedure codificate; per questo si parla spesso di protocolli EMDR. Il nodo, però, è semplice: EMDR non diventa “psicoterapia” solo perché viene presentato o comunicato in quel modo.
La natura dell’intervento non la decide un’etichetta. La decide la cornice reale: obiettivi, responsabilità cliniche, integrazione nel progetto di lavoro e chiarezza nel presentare alla persona che cosa viene proposto.
Un chiarimento importante, spesso ignorato: che EMDR compaia nelle indicazioni di linee guida per il PTSD riguarda l’evidenza e l’indicazione clinica, non la “proprietà” del metodo. Nella pagina WHO mhGAP Evidence Centre dedicata agli interventi psicologici per adulti con PTSD, EMDR è elencato tra gli interventi da considerare insieme ad altre opzioni (CBT trauma-focused e stress management), con indicazione della forza della raccomandazione e della qualità delle evidenze.
Questo va letto correttamente: il mhGAP Evidence Centre è uno strumento di sintesi delle evidenze e delle raccomandazioni, non un ente che attribuisce significati legali o commerciali alle etichette. Le linee guida aiutano a capire quando e per chi un intervento è indicato; non legittimano scorciatoie comunicative.
Quando un protocollo è “brandizzato” o richiede training/certificazioni
Esistono metodi o protocolli associati a percorsi formativi dedicati e standard interni, talvolta con certificazioni private. Riconoscerlo è corretto, perché riguarda qualità dell’applicazione e tutela della persona. Ma anche qui il punto non è la “proprietà della psicoterapia”: il punto è la responsabilità professionale nell’uso dello strumento e la trasparenza nel dichiarare la formazione specifica.
In sintesi: un protocollo può richiedere training serio; questo non lo trasforma automaticamente in psicoterapia solo perché qualcuno lo etichetta così.
Regola pratica: competenza, limiti, trasparenza
Dire che i protocolli terapeutici non appartengono unicamente alla psicoterapia non significa “liberi tutti”. Significa: strumenti potenti, uso responsabile.
Tre regole tengono insieme qualità clinica e deontologia:
- competenza specifica e aggiornamento sul protocollo;
- coerenza tra protocollo, caso e obiettivi;
- comunicazione non ambigua su formazione, ruolo e prestazione proposta.
Conclusione
I protocolli terapeutici sono strumenti della psicologia clinica e applicata. Possono essere usati in psicoterapia, ma non appartengono unicamente alla psicoterapia. Possono essere usati anche negli Atti Tipici dello Psicologo, quando l’uso è competente, coerente e trasparente. L’Articolo 21 del Codice Deontologico – testo vigente (CNOP) rafforza questa impostazione perché richiama la responsabilità nella trasmissione degli strumenti professionali e nel non avallare pratiche ingannevoli o abusive.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps (Palermo)




