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Quando credere di avere bisogno dello Psicologo diventa il problema

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico, Presidente di MetaPsi Aps

C’è un tema che la psicologia dovrebbe affrontare con più coraggio, perché riguarda la sua etica, la sua credibilità e, soprattutto, la tutela delle persone: la terapia psicologica può essere molto utile, a volte persino decisiva, ma non è sempre necessaria. E quando ciò che è utile viene trattato come necessario, la cura può trasformarsi in eccesso.

Mettere in discussione la necessità della terapia non significa negarne l’utilità. Significa proteggere la cura dall’automatismo, e proteggere le persone dal sovratrattamento, dalla dipendenza e dalla patologizzazione della normalità. Questo, in psicologia, è prevenzione quaternaria.

Quando esistono segnali di rischio o una grave compromissione del funzionamento, la valutazione va fatta tempestivamente. Ma fuori da questi casi, la domanda più seria resta: la terapia è utile o è necessaria?

Il valore culturale della terapia e la domanda “di figaggine”

Oggi la terapia psicologica non è solo una pratica clinica. È anche un fenomeno culturale.

In alcuni ambienti “andare in terapia” è diventato un segno identitario: dichiarazione di consapevolezza, maturità, profondità, appartenenza a un certo stile di vita.

Per molte persone non è più soltanto una risposta a una sofferenza che blocca il funzionamento, ma una forma di igiene esistenziale: “fa bene comunque”, “tutti dovrebbero farla”, “se non la fai stai negando qualcosa”.

Il problema non è che questa funzione culturale esista. Il problema è quando viene scambiata per indicazione clinica.

Quando una pratica clinica diventa norma culturale, tende a trasformarsi in obbligo: non si va più dallo Psicologo perché serve, ma perché “si dovrebbe”. E a quel punto la terapia rischia di smarrire la misura.

Perfezionismo esistenziale e negazione del diritto a stare male

Dentro questa norma cresce un’idea silenziosa: che una vita sana debba essere emotivamente ordinata, coerente, consapevole, regolata. Un ideale di perfezionismo esistenziale.

In questa visione il dolore non è più un’esperienza attraversabile, ma un difetto da correggere, una prova che “c’è qualcosa da elaborare”. Così si finisce per negare il diritto a stare male.

Stare male diventa sospetto. Tristezza, ansia, fatica, disorientamento, conflitti interni vengono letti come indizi di disturbo. È qui che si produce la patologizzazione della normalità: emozioni e passaggi umani diventano materiale clinico da trattare, come se la salute mentale coincidesse con l’assenza di sofferenza.

Eppure la salute mentale non è assenza di dolore. È capacità di stare nella vita anche quando fa male, senza essere travolti e senza essere medicalizzati.

Abbiamo tutti bisogno dello Psicologo? Abbiamo tutti bisogno dello “psicoterapeuta”?

Se per bisogno intendiamo qualcosa di universale e inevitabile, la risposta è no: nessuno ha bisogno dello Psicologo per definizione.

La sofferenza umana esiste da sempre e le persone hanno sempre trovato forme di regolazione e di senso anche fuori dalla terapia: relazioni, comunità, corpo, creatività, filosofia pratica, spiritualità, tempo, esperienza.

Lo Psicologo può essere davvero importante quando interrompe un circolo che la persona non riesce più a interrompere da sola: quando la sofferenza invade, cronicizza, paralizza, isola; quando il funzionamento si restringe e le risorse spontanee non bastano più.

In questi casi la terapia è un intervento clinico proporzionato che restituisce libertà.

Ma dire che tutti hanno bisogno di terapia solo perché vogliono stare meglio o “guardarsi dentro” significa trasformare la terapia in un dovere culturale. E questo, oltre a essere discutibile, apre la porta all’eccesso terapeutico.

Utile e necessario: il confine decisivo

Qui serve una definizione netta.

Necessario, in senso clinico, è ciò senza cui la persona perde libertà di funzionamento: il disagio persiste o si ripete, restringe la vita, compromette lavoro, studio, relazioni, sonno, cura di sé, sessualità; produce blocchi che non si sciolgono; erode l’autoregolazione; aumenta isolamento e impotenza; oppure comporta rischi importanti.

Utile è ciò che può migliorare, chiarire, accompagnare, facilitare, potenziare. Può essere molto utile, persino trasformativo, ma non è necessariamente indispensabile.

A volte una consultazione, un lavoro breve di chiarificazione, psicoeducazione o sostegno mirato sono più appropriati di un percorso lungo e intensivo. E in alcuni casi la scelta più corretta è non iniziare affatto una terapia strutturata.

Questo confine è semplice da dire e difficile da praticare. E una parte del problema sta in un’altra domanda: chi lo stabilisce?

Chi decide se “serve” davvero: il paziente o il terapeuta?

Il paziente non sempre può stabilirlo da solo, perché spesso arriva con una convinzione già costruita culturalmente: “ho bisogno di terapia”.

Ma questa convinzione può essere parte del problema. Si può credere necessario ciò che è solo utile. Si può credere patologico ciò che è umano. Si può credere che senza uno Psicologo non sia legittimo stare male o attraversare una crisi.

Il terapeuta, a sua volta, può orientare, ma non è automaticamente neutrale. Ha un modello teorico, un linguaggio, un assetto, un potere. E ha interessi.

Per questo il confine non può essere deciso per autorità: deve emergere da una valutazione clinica onesta, esplicita, verificabile, e deve includere anche il rischio dell’eccesso.

Il primo step dello Psicologo: analizzare la domanda, non assecondarla

Quando un paziente chiede: “Dottore, secondo lei ho bisogno di una terapia psicologica?”, non sta solo chiedendo un parere tecnico. Sta consegnando potere decisionale.

Il primo atto terapeutico non è iniziare la terapia: è analizzare la domanda. Comprenderne le motivazioni, distinguere tra bisogno clinico e bisogno culturale, tra richiesta di cura e richiesta di rassicurazione, tra sofferenza da accompagnare e sofferenza da trattare.

Questo significa riconoscere quando la richiesta è esagerata: quando nasce dalla paura di stare male, dal perfezionismo esistenziale, dalla convinzione che il dolore sia intollerabile, dalla patologizzazione della normalità, dalla ricerca di garanzie più che da una necessità clinica reale.

E significa anche saper dire, con rispetto e chiarezza: non è detto che tu abbia bisogno di una terapia strutturata.

Ogni percorso dovrebbe inoltre essere rivalutato periodicamente: obiettivi, cambiamenti osservabili, possibilità di chiusura o follow-up. Anche questo è prevenzione quaternaria.

Io o Anima/Sé superiore: da dove nasce davvero la richiesta?

La richiesta di terapia non nasce sempre dalla parte più profonda della persona.

Spesso nasce dall’Io: paura, bisogno di controllo, desiderio di certezze, bisogno di essere “a posto”.

In altri casi nasce da una spinta più integrativa che, sul piano simbolico, si può chiamare Anima o Sé superiore: desiderio di riconciliarsi con la propria esperienza, recuperare contatto e verità, diventare più liberi.

Ma qui c’è un punto clinico decisivo: l’Io può travestirsi da crescita. Può chiamare consapevolezza ciò che è controllo. Può chiamare lavoro su di sé ciò che è evitamento del dolore. Può chiamare terapia ciò che è delega.

Per questo lo Psicologo non è tenuto a rispondere all’Io nel senso di assecondarlo quando chiede controllo, perfezione o dipendenza. E non è tenuto a imporre un ideale di Sé superiore come traguardo obbligatorio.

È tenuto a una cosa più precisa e più etica: accogliere la domanda, capirne la funzione, valutarne l’appropriatezza e orientare l’intervento verso maggiore libertà e autonomia.

Quando la terapia può fare più danno che bene

La terapia può fare più danno che bene quando trasforma un passaggio umano in un problema clinico e costruisce un’identità fragile.

Può fare danno quando diventa un rito identitario e non una risposta proporzionata.

Può fare danno quando la ricerca di consapevolezza si rovescia in iper-osservazione e ruminazione.

Può fare danno quando il percorso procede per inerzia, senza obiettivi chiari e senza verifiche periodiche.

E può fare danno quando il sollievo è confinato alla seduta e non si traduce in maggiore libertà nella vita.

Dipendenza e conflitto d’interessi

Uno dei segnali più seri di eccesso terapeutico è la dipendenza, spesso costruita in buona fede.

Il paziente delega decisioni, cerca validazione continua, teme di stare senza sedute. Una terapia sana dovrebbe produrre una traiettoria verso maggiore autonomia.

Lo Psicologo è chiamato anche a valutare i propri interessi: economici, identitari, ideologici. La prevenzione quaternaria richiede un’etica alta: essere disposti a non assecondare la richiesta del paziente anche quando insiste, anche quando pagherebbe volentieri, anche quando questo comporta una perdita economica.

Dire no a una terapia non indicata, o ridimensionarla, è un atto terapeutico.

Il paradosso decisivo

Credere di avere bisogno di uno Psicologo o di una terapia non significa automaticamente che sia necessario in senso clinico.

Il bisogno esiste nella misura in cui viene creduto, ma può essere costruito dall’idea stessa di averlo.

La domanda decisiva diventa allora: perché credo di avere bisogno di uno Psicologo?

E spesso una domanda clinica cambia tutto: cosa temi possa accaderti se non ti rivolgessi a uno Psicologo?

A volte emerge non un rischio reale, ma una paura simbolica: non essere all’altezza di un modello implicito di salute, maturità, funzionamento.

In questi casi, una parte della terapia – quando serve – può avere un obiettivo radicale: mettere in discussione l’idea stessa di aver bisogno di terapia.

Conclusione

La terapia psicologica è una possibilità preziosa, non un dovere.

Lo Psicologo è davvero terapeutico quando distingue l’utile dal necessario, analizza la domanda prima di assecondarla, riduce la dipendenza invece di alimentarla, e rinuncia alla propria importanza quando non serve.

È in questa rinuncia che la cura smette di essere ideologia e torna a essere etica.

Enrico Rizzo, Psicologo, Palermo

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