Origini del modello psicoterapeuticocentrico della cura
L’idea che “lo psicologo, se non è psicologo-psicoterapeuta, non cura e non fa terapia” non nasce da una singola norma o da una singola sentenza. Nasce soprattutto da un modello culturale: lo psicoterapeuticocentrismo, cioè la tendenza a far coincidere la cura psicologica quasi esclusivamente con ciò che viene chiamato “psicoterapia”.
Non è un dettaglio terminologico. È un meccanismo che influenza il modo in cui le persone capiscono la cura, scelgono i professionisti e giudicano ciò che chiamano “terapia”. Il risultato è prevedibile: se un intervento non porta l’etichetta “psicoterapia”, viene facilmente percepito come “non terapia”, “non cura” o come qualcosa di minore, anche quando ha finalità cliniche e produce cambiamenti reali.
Il contesto generale: perché la cultura restringe la cura
Nel senso comune la cura viene spesso immaginata con un modello medico-centrico: diagnosi, prescrizione, trattamento. È un modello semplice e rassicurante. Quando la psicologia entra in questo frame, ciò che non assomiglia alla medicina viene percepito come “meno cura”.
Per cura psicologica intendo interventi professionali orientati a ridurre sofferenza e disfunzioni e ad aumentare il funzionamento mentale, psicofisico e relazionale, con criteri di appropriatezza e monitoraggio. Il problema è che la cultura tende a tradurre tutto in categorie nette e facilmente riconoscibili, invece di accettare la complessità clinica.
La radice centrale: la riduzione linguistica
Uno dei motori principali dello psicoterapeuticocentrismo è un corto circuito linguistico che, a forza di ripetersi, diventa “ovvio”:
cura (concetto ampio) viene ristretta a
terapia (concetto ampio) viene ristretta a
psicoterapia (etichetta specifica).
Quando questa catena si fissa, tutto ciò che non viene chiamato psicoterapia scivola automaticamente nella categoria opposta: “non terapia”. È una scorciatoia linguistica, non un criterio clinico.
Il fattore psicologico-sociale: l’etichetta come garanzia
Le persone cercano segnali rapidi per orientarsi. Se un’etichetta è socialmente prestigiosa, tende a funzionare come garanzia implicita.
Così, nella percezione comune:
psicoterapia suona come “più seria”,
psicoterapeuta suona come “più competente”,
psicologo (detto senza altro) viene percepito come “meno clinico”.
Questo meccanismo spiega la diffusione dell’idea, ma non la rende vera. È un modo rapido di decidere, non un criterio clinico.
Il livello formativo: la narrazione a livelli
Nel tempo si è consolidata una narrazione a livelli: prima “base”, poi “vero terapeuta”. Anche senza intenzioni polemiche, l’effetto culturale è chiaro: ciò che viene dopo appare automaticamente superiore; ciò che viene prima appare incompleto o non legittimato a curare.
Il punto non è negare valore alla formazione. Il punto è evitare che una differenza di percorso diventi una gerarchia identitaria: da un lato chi “cura davvero”, dall’altro chi “non cura”.
Il livello comunicativo: media e immaginario collettivo
Nella comunicazione di massa compare spesso un solo personaggio: “il terapeuta”, chiamato frequentemente “psicoterapeuta” come sinonimo generico di chi aiuta la sofferenza psicologica.
Basta notare quante volte si sentono frasi come:
“vai dallo psicoterapeuta”, “serve psicoterapia”, “devi fare terapia” (intesa automaticamente come psicoterapia).
Se nell’immaginario collettivo chi “cura” ha quasi sempre quell’etichetta, l’equivalenza si fissa: se aiuti qualcuno a stare meglio allora sei psicoterapeuta; se sei psicologo allora “non fai terapia”.
Il livello pratico: mercato e istituzioni come amplificatori
Quando una parola diventa la più riconoscibile per dire “qui ti aiutano”, media, istituzioni e mercato finiscono per usarla come scorciatoia comunicativa. Nel tempo, la scorciatoia diventa la categoria.
Così psicoterapia diventa, per molte persone, il modo “automatico” di nominare l’intera cura psicologica. E ciò che viene chiamato con altre parole scivola, per contrasto, nel non-detto: “non è vera terapia”.
Il livello individuale: bisogno umano di confini netti
Le persone preferiscono confini chiari: o è terapia o non lo è; o cura o non cura; o sei terapeuta o non lo sei. È un bisogno comprensibile, perché riduce incertezza e fatica decisionale.
Ma la clinica è più sfumata: cambiano obiettivi, intensità, setting, strumenti, monitoraggio, durata e contesto. Lo psicoterapeuticocentrismo è anche una risposta semplice alla complessità.
La precisazione che chiude la porta alle obiezioni: non tutto è terapia
Smontare lo psicoterapeuticocentrismo non significa dire che qualunque intervento sia terapia. Significa rifiutare l’idea che terapia e cura psicologica coincidano solo con un’etichetta.
Un intervento psicologico è terapeutico quando, in modo coerente:
ha obiettivi clinici (ridurre sofferenza, migliorare funzionamento, prevenire ricadute, recuperare abilità),
usa un metodo professionale appropriato al caso,
prevede un monitoraggio del processo e degli esiti.
Esempio minimo: se una persona ha attacchi di panico, l’obiettivo è ridurre l’evitamento e aumentare la regolazione; si lavora con strumenti clinici coerenti; si monitora frequenza, intensità, comportamenti e funzionamento. Se lo chiami sostegno o psicoterapia non cambia la natura terapeutica del lavoro: la definisce il criterio clinico, non il nome.
Sintesi finale: che cos’è lo psicoterapeuticocentrismo
Lo psicoterapeuticocentrismo è un modello culturale, non una necessità clinica. Si regge su tre pilastri:
riduzione linguistica (cura = psicoterapia),
gerarchia simbolica automatica (solo un percorso “definisce” la terapia),
ripetizione sociale che rende quella riduzione “ovvia”.
Cosa NON sto dicendo
Non sto dicendo che la psicoterapia non serva. È una forma importante di cura psicologica. Sto dicendo che la cura psicologica non coincide con una sola etichetta.
Non sto dicendo che “tutto è terapia”. Senza obiettivi clinici, metodo appropriato e monitoraggio degli esiti, parlare di terapia è improprio.
Non sto negando il valore della formazione specialistica. Sto contestando l’automatismo culturale che trasforma un percorso nel solo “certificato sociale” di cura.
Non sto facendo una polemica contro i colleghi. Questo testo non giudica persone: descrive meccanismi culturali che influenzano la percezione pubblica.
Il criterio corretto: non il nome, ma la clinica
Un intervento psicologico è terapeutico quando:
- ha finalità cliniche;
- utilizza un metodo appropriato;
- prevede monitoraggio del processo e degli esiti.
Se questi criteri ci sono, l’intervento è terapeutico anche se viene chiamato “sostegno” o “intervento psicologico”. Se mancano, l’etichetta “psicoterapia” non basta da sola a trasformarlo in cura.
Perché questa distinzione serve davvero
Questa non è una disputa di parole. Ha effetti concreti: influenza l’accesso alle cure, crea stigma verso interventi utili, distorce la comprensione pubblica di cosa significhi prendersi cura in psicologia.
Chiarire le origini dello psicoterapeuticocentrismo non significa fare guerra a qualcuno. Significa riportare la cura psicologica al suo criterio essenziale: ciò che conta non è l’etichetta, ma obiettivi, metodo, competenza, correttezza professionale e risultati sul funzionamento e sulla sofferenza della persona.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps




