Nota introduttiva: questo articolo fa riferimento allo Psicologo che non è “psicoterapeuta”. Chi è “psicoterapeuta” ha pieno diritto di dirlo, indicarlo e sottolinearlo nella propria presentazione professionale e nella comunicazione con il paziente. Il punto qui non è negare quella qualifica, ma chiarire che lo Psicologo non deve definirsi per negazione quando non la possiede.
C’è un equivoco che attraversa da anni la professione psicologica e che continua a produrre confusione, insicurezza e comunicazioni difensive. È l’idea, mai scritta da nessuna parte ma profondamente radicata, che uno Psicologo, se non è “psicoterapeuta”, debba in qualche modo dirlo, precisarlo, anticiparlo, quasi a prevenire un sospetto o una possibile accusa.
In realtà, questo modo di pensare capovolge il principio base della correttezza professionale.
Uno Psicologo non è tenuto a dire di NON essere “psicoterapeuta”, se non lo è. E non solo non è tenuto: non deve farlo anticipatamente o difensivamente. La trasparenza professionale non consiste nel dichiarare ciò che non si è, ma nel dichiarare correttamente ciò che si è e nel descrivere con chiarezza ciò che si fa.
Lo Psicologo è una professione autonoma, pienamente riconosciuta, con un proprio perimetro di competenze, funzioni e responsabilità. Quando uno Psicologo si presenta come tale, sta già comunicando tutto ciò che è rilevante sul piano giuridico, deontologico e professionale. Non manca nulla. Non c’è un’informazione incompleta. Non c’è un vuoto da colmare.
Il problema nasce da una distorsione culturale profonda: l’idea che la parola “psicoterapia” sia diventata, nel linguaggio comune e talvolta anche professionale, un sinonimo automatico di cura, di profondità, di legittimità clinica. Da qui discende una conseguenza perversa: se non dici di essere “psicoterapeuta”, allora stai togliendo qualcosa; se non lo sei, devi specificarlo; se non lo dichiari, stai “nascondendo” qualcosa.
Ma la deontologia non funziona così.
E nemmeno il diritto.
Perché è scorretto presentarsi per negazione
Sottolineare ciò che non si è, per dire ciò che si è, non è solo inutile: è scorretto, pericoloso e svalutante per la professione.
È scorretto perché è un errore logico e comunicativo. Un’identità professionale si definisce in positivo, non per negazione. Quando uno Psicologo premette “non sono psicoterapeuta” per presentarsi, comunica implicitamente che la propria qualifica non è autosufficiente, che necessita di un confronto gerarchico, che deve essere spiegata “per sottrazione”. Così facendo, trasmette l’idea che “Psicologo” sia una definizione incompleta, che abbia bisogno di essere giustificata.
È pericoloso perché genera confusione nel paziente. Il paziente non è tutelato da una comunicazione difensiva, ma da una comunicazione chiara. Spostare l’attenzione su ciò che il professionista non è introduce spesso un dubbio che il paziente non aveva nemmeno posto: “allora cosa cambia?”, “allora manca qualcosa?”. È una confusione indotta, non una chiarificazione.
È svalutante perché rinforza una gerarchia simbolica implicita: come se la cura, la terapia e la legittimità clinica stessero altrove e lo Psicologo fosse una figura minore o preliminare. Questo non solo è falso, ma produce un danno culturale serio, perché alimenta l’idea di Psicologi “di serie A” e “di serie B”.
È rischioso anche sul piano deontologico, perché una comunicazione fondata sulla negazione apre due derive opposte ma ugualmente problematiche: da un lato la svalutazione del proprio ruolo, dall’altro la compensazione simbolica, cioè il bisogno di far capire che “si fa comunque psicoterapia”. In entrambi i casi il baricentro si sposta dalle competenze reali alle etichette.
Lo Psicologo non deve giustificarsi.
Non deve compensare.
Non deve spiegare perché esercita come Psicologo.
Fa il suo lavoro, nel perimetro delle proprie competenze, assumendosene la responsabilità clinica ed etica. Questo è sufficiente.
Quando è corretto parlare di psicoterapia
Detto questo, esistono contesti in cui parlare di psicoterapia e della relativa qualifica può essere pertinente. Il punto è sempre lo stesso: non come premessa difensiva, ma come informazione corretta quando è rilevante.
Può essere appropriato chiarire questi aspetti:
- nella presentazione professionale formale, se si possiede effettivamente la qualifica;
- quando il paziente lo chiede esplicitamente o costruisce aspettative su quella cornice;
- nei contesti istituzionali o amministrativi in cui la qualifica è un requisito formale.
Esistono poi situazioni cliniche precise in cui chiarire la questione della psicoterapia è deontologicamente corretto, e talvolta necessario. Questo accade quando è il paziente stesso a rimandare l’idea di essere in psicoterapia.
Può succedere che il paziente parli spontaneamente di “psicoterapia”, che definisca il percorso in questi termini, che attribuisca allo Psicologo una qualifica che non è stata dichiarata. In questi casi, il silenzio non è neutro. Lasciare che l’equivoco resti attivo significa permettere una rappresentazione non corretta del setting e del ruolo professionale.
Chiarire, qui, non significa interrompere il lavoro clinico né sminuirne la portata terapeutica. Significa riportare il significato entro confini realistici e condivisi. È possibile spiegare che il lavoro in corso è un intervento psicologico clinico, con funzione terapeutica di cura, sostegno, prevenzione o abilitazione-riabilitazione, e che il termine “psicoterapia”, in senso tecnico-formale, indica una specifica cornice giuridica.
Il ruolo centrale del consenso informato
Il luogo corretto in cui avviene questa chiarezza non è la premessa difensiva, né l’autodenigrazione professionale. È il consenso informato.
Il consenso informato non serve a elencare titoli mancanti, ma a rendere il paziente consapevole di:
- chi è il professionista;
- quale tipo di intervento viene proposto;
- quali sono gli obiettivi, i limiti e le modalità del lavoro.
Quando il consenso informato è chiaro, comprensibile e coerente, non esiste alcuna ambiguità sul ruolo dello Psicologo. Il paziente sa con chi sta lavorando e che tipo di percorso sta intraprendendo. Non perché gli viene detto cosa il professionista non è, ma perché gli viene spiegato cosa fa.
È proprio il consenso informato, non la premessa “non sono psicoterapeuta”, a tutelare realmente il paziente e il professionista. È lì che si costruisce la trasparenza, è lì che si definisce il setting, è lì che si prevengono fraintendimenti e aspettative irrealistiche.
Se il consenso informato è corretto, chiaro e aggiornato, lo Psicologo non ha bisogno di alcuna comunicazione difensiva. E se, nel corso del lavoro, emerge un equivoco, quel consenso può essere riformulato e chiarito, senza che questo metta in discussione la qualità o la legittimità dell’intervento.
Dal punto di vista deontologico, infatti, non è rilevante come il paziente chiami il percorso. È rilevante che il professionista non avalli, nemmeno implicitamente, un titolo o una qualifica che non possiede, e che il paziente sia adeguatamente informato sul lavoro che sta svolgendo.
Il principio finale è semplice e solido.
Lo Psicologo dice ciò che è.
Non anticipa ciò che non è.
Chiarisce solo quando emerge un equivoco reale.
Descrive ciò che fa con parole comprensibili.
Usa il consenso informato come strumento di chiarezza, non come atto difensivo.
Non legittima mai un titolo improprio, né per affermazione né per omissione.
Tutto il resto è confusione culturale e terminologica.
Non diritto.
Non deontologia.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps




