Ribadire che lo Psicologo cura e fa terapia, per me, non è una questione di attaccamento alle parole. In clinica la parola “terapia” non è indispensabile: ciò che conta davvero è la qualità della relazione, la competenza, la direzione del lavoro e l’effetto reale sul funzionamento della persona.
Se la questione fosse solo clinica, potremmo anche scegliere un linguaggio più morbido senza alcun problema. In certi contesti può perfino essere utile evitare termini che, per alcune persone, evocano subito un immaginario medico. Ma qui il punto non è questo.
Il vero motivo per cui insisto sullo slogan “lo Psicologo cura e fa terapia” è un altro, ed è molto più concreto. Nella narrazione dominante, in ottica psicoterapeuticocentrista, “terapia” è solo ciò che fa chi è autorizzato alla psicoterapia. Tutto il resto, anche quando è clinico, viene automaticamente raccontato come “non terapia”.
Questa è la distorsione da correggere.
In questa cornice, la parola “terapia” smette di descrivere un tipo di intervento e diventa un’etichetta di appartenenza. Non indica più che cosa si fa, con quali strumenti e con quale finalità, ma chi sei e che status possiedi. Quando succede questo, l’effetto è inevitabile: chi non ha quell’etichetta viene percepito come se non stesse facendo davvero cura, anche se sta lavorando sulla sofferenza, sui sintomi, sulle disfunzioni e sul recupero del funzionamento.
Per questo il problema non è che “cura” e “terapia” sarebbero parole improprie quando le usa lo Psicologo perché troppo sanitarie o troppo medicalizzanti. Il problema è che, dentro quella narrazione, la terapia viene definita per esclusione: è terapia solo ciò che fa lo Psicologo-psicoterapeuta, mentre ciò che fa lo Psicologo viene spinto verso parole più piccole. Ascolto, orientamento, consulenza, supporto generico.
Ed è qui che lo slogan diventa necessario. Non per santificare una parola, ma per impedire che la funzione clinica dello Psicologo venga rimpicciolita da una definizione che non è clinica, ma identitaria.
Nella sostanza, infatti, la psicoterapia non è un pianeta separato dagli atti tipici dello Psicologo. Questo non significa negare che possano esistere differenze di modello, di setting, di stile di lavoro o di formazione specifica. Significa negare una cosa precisa: che la parola “terapia” debba dipendere solo dall’etichetta e non da fini, mezzi e contenuti del lavoro clinico. Se un intervento mira a migliorare o recuperare il funzionamento e utilizza strumenti psicologici, relazione, valutazione e intervento, allora stiamo parlando di cura psicologica. E chiamarla terapia psicologica è coerente.
A questo punto il passaggio decisivo è uno solo.
Se come Psicologi vogliamo rinunciare alle parole “cura” e “terapia”, io sono d’accordo subito. Purché lo si faccia tutti e a tutti i livelli. Non ha senso che gli Psicologi rinuncino a quelle parole mentre la narrazione psicoterapeuticocentrista continua a usarle come proprietà esclusiva della psicoterapia. Una rinuncia selettiva non è una scelta neutra: lascia alla psicoterapia il monopolio della terapia e, di conseguenza, riduce il ruolo dello Psicologo nel discorso pubblico.
Le parole sono parole, sì. Ma costruiscono cornici sociali. E se decidiamo che un’attività è cura o terapia, non possiamo chiamare con parole diverse ciò che, nella sua essenza, è la stessa cosa per fini, mezzi e contenuti. Altrimenti non stiamo rendendo la relazione più umana o più delicata: stiamo accettando una definizione che svaluta la psicologia clinica e la trasforma in qualcosa di secondario.
Per questo lo slogan non serve a medicalizzare il lavoro dello Psicologo. Serve a impedire che, nel linguaggio comune, “terapia” diventi sinonimo di “psicoterapia” e “psicologia” diventi sinonimo di “supporto”. Serve a difendere la chiarezza clinica, non a irrigidire i setting.
In una frase: o “terapia” descrive un lavoro clinico, e allora riguarda anche lo Psicologo, oppure smettiamo di usarla per tutti. Ma se la usiamo solo come etichetta di appartenenza, non stiamo facendo clinica. Stiamo costruendo gerarchie.


