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Nel sesso, ciò che “non ci piace” non ci piace davvero?

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico, Presidente di MetaPsi Aps

Capita spesso che una persona arrivi a dire, con apparente chiarezza: “Questa cosa, nel sesso, non mi piace”. A volte lo dice con fermezza, altre con sollievo, come se quella frase mettesse finalmente un punto a un conflitto interno. E in molti casi è davvero così: esistono “non mi piace” che sono semplici, puliti, definitivi. Confini autentici, che non hanno bisogno di essere spiegati o messi in discussione.

Il punto è che, nella pratica clinica, non sempre quella frase racconta tutta la storia. Non perché sia falsa, né perché vada smentita. Ma perché nel sesso il “non mi piace” può avere due significati molto diversi: può essere un giudizio sul piacere, oppure un giudizio sul rischio.

Quando un’esperienza non ci piace davvero, di solito lo sappiamo. Lo sentiamo nel corpo e nella mente in modo chiaro: non c’è attrazione, non c’è interesse, non c’è curiosità. Oppure c’è dolore, fastidio, un senso di invasione, una mancanza di rispetto. A volte è una questione di valori o di identità, altre di sintonia emotiva o di fiducia. In questi casi, il “non mi piace” è una bussola affidabile. Va rispettato, punto.

Accanto a questi rifiuti autentici, però, esistono altri “non mi piace” che hanno un’origine diversa. Non nascono tanto dal gusto, quanto dalla protezione. Non rifiutano l’esperienza sessuale in sé, ma l’esperienza emotiva che quella esperienza attiva.

Il sesso, infatti, non avviene mai nel vuoto. Il desiderio non si accende in uno spazio neutro, ma dentro un campo fatto di aspettative, memorie, sensazioni corporee apprese, emozioni sedimentate. Se quel campo è stato abitato da ansia, vergogna, pressione, paura del giudizio o timore di deludere, il corpo registra una lezione semplice: “qui non è sicuro”.

A quel punto il problema non è più “mi piace o non mi piace”, ma “che cosa succede se mi lascio andare?”. E quando la risposta implicita è “potrei fallire”, “potrei essere giudicato”, “potrei sentirmi inadeguato”, il desiderio smette di essere un’apertura e diventa un rischio.

In questi casi la mente trova una soluzione efficace: spegnere. Il “non mi piace” diventa così una formula rapida per evitare il peso emotivo legato all’esperienza sessuale. È come se la persona dicesse, senza rendersene conto: “Non è che non mi piaccia davvero… è che non voglio più sentire quello che ogni volta si attiva”.

A volte basta un solo episodio per creare questa associazione: una perdita di erezione vissuta come catastrofe, una critica che si incolla addosso, un rapporto frettoloso o poco sintonizzato, un dolore fisico ignorato, un clima di prestazione continua. Da lì nasce un’aspettativa silenziosa: “so già come andrà”. E quando una persona “sa già come andrà”, il piacere non viene più atteso. Se non mi aspetto piacere, il desiderio smette di presentarsi.

Questo non significa che il desiderio sia scomparso. Significa che ha imparato a non farsi sentire in un ambiente interno che non percepisce come favorevole.

Per questo, quando si ascolta un “non mi piace”, una delle domande più utili non è “ma sei sicuro?”. È un’altra: “non ti piace perché non ti dà piacere… o perché non ti fa sentire al sicuro?”. Perché sono due cose diverse. E spesso, sotto la superficie, la risposta riguarda la sicurezza: la pressione, la paura di essere valutati, la vergogna del corpo, la sensazione di non poter essere spontanei, il bisogno di controllare tutto per non rischiare di crollare.

Un altro indizio importante è il tempo. Se una cosa non piace da sempre, in modo stabile, in contesti diversi, è più probabile che sia un limite autentico. Se invece prima era neutra o piacevole e poi cambia, oppure “non piace” solo in certe condizioni — quando c’è pressione, quando ci si sente osservati, quando si deve dimostrare — allora vale la pena esplorare che cosa si è incollato emotivamente a quell’esperienza.

A volte, però, non è l’atto a pesare: è il modo, il clima, la relazione. La stessa esperienza può essere vissuta come sgradevole in un contesto e sentita come possibile in un altro, quando cambiano rispetto, ascolto, tempi e sicurezza.

È importante anche distinguere tra “non mi piace” e “non mi va ora”. Il desiderio non è statico: cambia con il contesto, con la relazione, con il momento della vita. Non ogni ritiro è un rifiuto definitivo, e non ogni chiusura dice qualcosa di stabile su chi siamo o su cosa desideriamo.

Ed è qui che diventa centrale un passaggio spesso sottovalutato: capire che cosa ci piace davvero nel sesso non è affatto scontato. Molte persone conoscono molto bene ciò che evitano, ma molto meno ciò che desiderano. Hanno imparato a riconoscere il disagio, non il piacere. Il desiderio, quando è stato a lungo difeso o silenziato, non parla più in modo chiaro. Le preferenze si confondono con le abitudini, i “mi piace” con ciò che si è imparato a fare per adattarsi o per non creare problemi.

Capire cosa ci piace davvero significa distinguere tra ciò che eccita perché è nostro e ciò che attiva solo perché risponde a un’aspettativa esterna. Significa riconoscere la differenza tra piacere e sollievo, tra desiderio e anestesia, tra curiosità e obbligo. È un lavoro sottile, che difficilmente si fa da soli quando il campo sessuale è già carico di vergogna, ansia o fallimenti.

In questo senso, il lavoro con uno psicologo sessuologo non serve a “insegnare” come si dovrebbe desiderare, né a spingere verso pratiche prestabilite. Serve a creare uno spazio sicuro in cui il desiderio può tornare a farsi sentire senza dover dimostrare nulla. Uno spazio in cui è possibile ascoltare il corpo prima delle aspettative, nominare le proprie sensazioni, riconoscere ciò che è autentico da ciò che è stato appreso per difesa.

Quando una persona riesce a capire cosa le piace veramente, cambia il rapporto con il sesso. Non perché tutto diventa automaticamente facile o intenso, ma perché il desiderio smette di essere confuso con la paura. Le scelte diventano più libere, i confini più chiari, i “no” più solidi e i “sì” più sentiti. Anche quando qualcosa non piace davvero, quella consapevolezza non è più una chiusura difensiva, ma un orientamento interno stabile.

Alla fine, la risposta alla domanda iniziale è semplice, anche se non è comoda: nel sesso, ciò che “non ci piace” a volte non ci piace davvero, e a volte è il nome che diamo a una strategia di protezione. Il desiderio non è fragile come si crede. È prudente. Si spegne quando anticipa frustrazione o dolore. E può riaccendersi quando lo spazio interno torna a essere un luogo in cui non bisogna dimostrare nulla.

Se la difficoltà è nuova, intensa o persistente, ha senso valutare anche possibili fattori fisici e farmacologici che possono incidere su desiderio e piacere. E, soprattutto, ha senso ricordare che conoscere il proprio piacere non è un lusso: è un modo concreto per recuperare libertà, scelta e sicurezza nella sessualità.

Enrico Rizzo, Psicologo della Sessualità Maschile, Sessuologo Clinico (Palermo)

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