La terapia può cambiarti la vita. Ma se la relazione si sbilancia — se chi la conduce usa il proprio ruolo come leva di potere invece che come strumento di cura — può anche confonderti, legarti, farti dubitare di te stesso.
Questo articolo mette in guardia il paziente da un rischio spesso sottovalutato: manipolazioni sottili, atteggiamenti di superiorità, arroganza e presunzione del terapeuta. È un tema scomodo, ma necessario, perché in terapia si lavora con fiducia, vulnerabilità, vergogna e identità. E quando una persona è fragile, è più facile scambiare l’autorevolezza per verità, l’interpretazione per realtà, la guida per comando.
Un punto va chiarito subito: i titoli non sono una garanzia assoluta. Lauree, certificazioni, scuole prestigiose, reputazione o carriera possono indicare un percorso formativo, ma non garantiscono automaticamente maturità emotiva, capacità di autoriflessione e qualità relazionale. La competenza formale è importante, ma non basta. Nella cura conta anche quanto il professionista sa riconoscere i propri limiti, gestire il potere implicito del ruolo e restare centrato sui bisogni del paziente.
La relazione terapeutica, per sua natura, è asimmetrica. Il paziente porta bisogno e vulnerabilità; il terapeuta porta competenza e un ruolo socialmente investito di autorevolezza. Questa asimmetria è inevitabile, ma richiede rigore. Se non viene riconosciuta e regolata, può diventare terreno fertile per dinamiche di influenza che, in alcuni casi, scivolano nella manipolazione, anche senza un’intenzione esplicita.
Un primo segnale da osservare è un possibile atteggiamento di superiorità. Accade quando il terapeuta si pone implicitamente come colui che “sa” e il paziente come colui che “non può capire”. In quel clima le domande vengono scoraggiate, i dubbi ridimensionati, le obiezioni diventano “problemi”. Il messaggio, spesso implicito, può suonare così: “Se non sei d’accordo è perché non sei abbastanza consapevole”. Ma una terapia sana non chiede obbedienza: sostiene il pensiero critico, allena la capacità di scelta, restituisce dignità.
Un altro segnale riguarda il linguaggio clinico usato per chiudere il dialogo. Le parole della psicologia possono chiarire, ma possono anche zittire. Se ogni dissenso viene sistematicamente trasformato in “difesa”, “resistenza” o “proiezione”, e non c’è spazio per dire “non mi ritrovo” senza essere reinterpretato ancora, la relazione rischia di diventare un sistema chiuso: qualunque cosa il paziente dica conferma l’ipotesi del terapeuta. In quel punto la consapevolezza rischia di ridursi e può aumentare il dubbio su di sé.
Un’altra cosa da osservare è la difficoltà del terapeuta a riparare. Nessuno cerca un terapeuta perfetto. Ma una cura affidabile richiede una qualità essenziale: riconoscere un inciampo relazionale, chiarire, riformulare, correggere rotta. Se invece il feedback viene “punito” — con freddezza, irritazione, distanza o sarcasmo — o moralizzato, il paziente impara a trattenersi, a misurare le parole, a camminare sulle uova. E camminare sulle uova non è cura.
Poi c’è il punto decisivo: l’autonomia. Una terapia centrata sul paziente dovrebbe rendere progressivamente più liberi, più capaci di scegliere, di regolarsi, di stare nel mondo. Se invece la terapia tende a trattenere — per esempio perché ogni idea di ridurre la frequenza, cambiare, concludere o anche solo interrogarsi sul senso del percorso viene letta automaticamente come fuga o sabotaggio — è legittimo fermarsi e chiedersi se il lavoro è ancora davvero al servizio dei propri bisogni.
Qui entra un concetto utile per comprendere molti slittamenti: il controtransfert. In parole semplici, è l’insieme delle reazioni emotive del terapeuta nella relazione. Esiste sempre e non è un’accusa. Diventa un rischio quando non viene riconosciuto e gestito, anche attraverso la supervisione, e finisce per guidare scelte e comunicazione. Alcune reazioni controtransferali che, se non gestite, possono danneggiare la cura sono abbastanza tipiche: il bisogno di sentirsi indispensabile (“solo io posso aiutarti”), il bisogno di conferma (non tollerare dubbi o critiche), la tendenza a rendere la relazione “speciale” e separata, o una componente punitiva fatta di giudizio, controllo e rigidità. In queste situazioni può accadere che il paziente venga usato, anche in modo sottile, per regolare il mondo interno del terapeuta.
Un campanello d’allarme molto concreto è questo: iniziare a sentirsi responsabili delle emozioni del terapeuta. Proteggerlo, compiacerlo, evitare certi temi per non “deluderlo”, temere che il dissenso lo faccia arrabbiare. Quando la terapia sposta il paziente verso la cura dell’altro, il setting sta scivolando.
Non ogni difficoltà o incomprensione in terapia indica manipolazione. Conta la ripetizione nel tempo e, soprattutto, l’assenza di chiarimento o riparazione quando il tema viene portato apertamente in seduta.
Alla fine, la bussola più affidabile non è il titolo appeso al muro, ma l’effetto della terapia sul funzionamento della persona. Nel tempo ci si sente più capaci o più dipendenti? Più liberi o più vincolati? Più autorizzati a pensare o più timorosi di sbagliare? Più in contatto con se stessi o più confusi e colpevoli? La terapia dovrebbe aumentare chiarezza, autodeterminazione e qualità di vita. Se invece aumenta vergogna, sottomissione, paura del dissenso o dipendenza affettiva, quel segnale va preso sul serio.
Se emergono questi elementi, il primo passo può essere parlarne in modo chiaro in seduta, chiedendo obiettivi, metodo, confini e come vengono gestiti i feedback. Se non c’è spazio di dialogo, se non c’è riparazione, o se svalutazione e confusione si ripetono, una seconda opinione può essere una scelta protettiva e responsabile.
Enrico Rizzo, Psicologo e Sessuologo Clinico (Studio di Psicologia e Sessuologia Clinica, Palermo)

