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Lo “psicoterapeuta” va più in profondità dello Psicologo?

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico

No. E il punto è che, quando qualcuno usa la parola “profondità”, quasi mai sta dicendo qualcosa di clinicamente chiaro. Sta usando una metafora, un’immagine suggestiva. Ma in clinica e nel diritto le metafore non bastano: contano definizioni, competenze reali, appropriatezza e ciò che si può verificare.

Che cosa significa davvero “andare più in profondità”? Quali sarebbero i criteri? Quali indicatori? Quali esiti attesi e in che tempi? Se non si risponde in modo operativo a queste domande, il confronto diventa inevitabilmente vago e, proprio per questo, manipolabile. Per parlare seriamente, bisogna spostare il discorso su piani solidi.

Sul piano giuridico, la L. 56/1989, art. 1, attribuisce allo Psicologo prevenzione, diagnosi, sostegno e abilitazione-riabilitazione. Queste attività non descrivono un lavoro “leggero” o “di superficie”. Descrivono funzioni sanitarie che, quando sono svolte in modo clinicamente appropriato, includono pienamente il lavoro su emozioni, significati personali, schemi di funzionamento, storia di vita e relazioni. Non esiste alcuna norma che limiti lo Psicologo a livelli “superficiali”, né alcuna riserva che assegni l’esplorazione di contenuti complessi ad altre figure. La dicotomia “superficiale-profondo”, in ambito giuridico, semplicemente non esiste.

Sul piano clinico-scientifico, la questione è ancora più semplice: l’efficacia di un intervento non si valuta in base a un’idea generica di profondità. Si valuta sulla base di criteri osservabili e verificabili: esiti, modifica di processi, miglioramento del funzionamento personale e relazionale, riduzione dei meccanismi che mantengono il problema, aumento delle risorse e della capacità di adattamento. Un percorso può essere molto trasformativo senza dover essere descritto come “profondo”, e un percorso può essere lungo e ricco di narrazioni senza che la durata o l’intensità emotiva garantiscano, di per sé, un cambiamento clinicamente significativo. La clinica non è una gara a chi “scava di più”: è un lavoro responsabile orientato a obiettivi, appropriatezza e risultati.

A questo punto entra in gioco il piano deontologico. Il Codice Deontologico – testo vigente (CNOP) impone allo Psicologo di operare con metodi fondati e all’interno delle proprie competenze. Ed è qui che si trova il vero discrimine: non la profondità, ma la competenza. Se uno Psicologo possiede competenza adeguata per lavorare su contenuti complessi e su processi di cambiamento personale, può farlo legittimamente. Se non la possiede, non può farlo. Ma questo principio vale per chiunque: il confine non è semantico, è professionale. È “competente o non competente”, “appropriato o non appropriato”, “fondato o non fondato”.

Ed è per questo che serve una chiarezza definitiva sui claim di “maggiore competenza”. Dire che lo “psicoterapeuta” avrebbe “maggiore competenza nel lavorare in profondità” è un’affermazione enorme, che non può restare una suggestione. Per renderla sostenibile servirebbero almeno tre condizioni minime: una definizione operativa di cosa si intende per “profondità”, criteri condivisi per misurarla (indicatori di processo, esiti, follow-up) e confronti controllati che isolino davvero quel presunto fattore. Senza questi elementi, il claim resta indimostrato e rischia di risultare fuorviante sul piano scientifico e comunicativo.

Inoltre, anche quando esistono differenze di percorsi formativi o di autorizzazioni specifiche, da questo non discende automaticamente alcuna gerarchia del tipo “superficie vs profondità”. Le differenze, quando contano, vanno lette in termini di competenze effettive, strumenti, obiettivi, contesti di applicazione e responsabilità professionale, non come un’etichetta simbolica di superiorità.

La conclusione, quindi, è lineare: la differenza non riguarda “quanto si scende”, ma come si lavora. Riguarda obiettivi dell’intervento, strumenti utilizzati, validazione scientifica, competenza reale, appropriatezza clinica e responsabilità etica, nel rispetto della L. 56/1989 e del Codice Deontologico – testo vigente (CNOP). Se si vuole parlare seriamente di qualità clinica, si parla di questi elementi. Se invece si continua a parlare di “profondità” come se fosse un marchio di valore, allora non si sta facendo un confronto professionale: si sta alimentando una gerarchia simbolica che non ha un fondamento verificabile.

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