Quando si parla di cura psicologica, a volte si sente dire: “quella è una tecnica da psicoterapia”. Detto così sembra che esista un “pacchetto” di tecniche che appartiene solo alla psicoterapia, e che lo psicologo, per lavorare in modo terapeutico, debba prenderle da lì.
La realtà è più lineare: le tecniche sono tecniche della psicologia. Nel linguaggio corrente, lo “psicoterapeuta” usa le tecniche dello psicologo dentro un lavoro specifico che si chiama psicoterapia.
Sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti e le tecniche conoscitive e di intervento relative a processi psichici (relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali) basati sull’applicazione di principi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici.
Tecnica e attività: una differenza semplice
Per capirsi, conviene separare due piani.
Una tecnica è uno strumento: è il modo con cui si lavora. Può essere un colloquio clinico fatto bene, un test, un questionario, un lavoro di psicoeducazione, un training di abilità, un esercizio su pensieri ed emozioni, una tecnica immaginativa.
Un’attività è il tipo di prestazione che si sta svolgendo. È ciò che viene offerto e come viene impostato: prevenzione, diagnosi, sostegno, abilitazione-riabilitazione. E, quando ci sono i requisiti, psicoterapia.
La stessa tecnica può stare in attività diverse. È normale che uno strumento “viaggi” tra contesti differenti, perché non è l’etichetta a decidere la tecnica: è l’obiettivo clinico e il modo in cui viene usata.
Quando una tecnica viene chiamata “psicoterapeutica”
Una tecnica psicologica resta psicologica. Cambia il contesto in cui viene applicata.
Diventa sensato chiamarla “psicoterapeutica” quando entra in un percorso di psicoterapia: un lavoro con un setting riconoscibile, regole chiare, obiettivi definiti, continuità, verifica di come sta andando, e una cornice di metodo (un modello di cura che guida le scelte).
E quel lavoro viene sostenuto da chi possiede la specifica formazione/specializzazione che consente l’esercizio dell’attività psicoterapeutica. In quel caso, non nasce una “tecnica nuova”: la tecnica viene inserita in un impianto diverso, più strutturato.
Niente tecniche esclusive: la riserva riguarda l’attività
Qui sta il punto più importante, anche per evitare messaggi confusi verso il pubblico: non esiste una lista di tecniche “proibite” o “riservate” alla psicoterapia.
La normativa riserva l’attività psicoterapeutica, non la singola tecnica. Per questo la domanda corretta non è “questa tecnica appartiene a chi fa psicoterapia?”. La domanda corretta è: che attività si sta svolgendo, con quale setting, con quale metodo e con quali requisiti di formazione e responsabilità.
La frase che evita il fraintendimento
Dire “non esistono tecniche riservate” non significa “allora tutto è uguale” o “si può fare qualunque cosa”. Significa che la tecnica non è un marchio esclusivo.
Resta essenziale che l’uso degli strumenti sia competente, appropriato e comunicato in modo chiaro. Se una prestazione viene presentata come psicoterapia, deve esserlo davvero per impostazione del lavoro, setting e responsabilità professionale. Se non lo è, chiamarla con un altro nome non sminuisce nulla: mette solo ordine e tutela la fiducia delle persone.
Conclusione
Le tecniche terapeutiche sono tecniche psicologiche, quindi tecniche dello psicologo. Lo “psicoterapeuta” le usa dentro l’attività psicoterapeutica, che è un modo specifico e strutturato di lavorare, sostenuto da una specifica formazione/specializzazione e da un setting coerente. La differenza non sta nella “tecnica speciale”, ma nell’attività che si sta svolgendo e nel contesto professionale in cui quella tecnica viene applicata.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi




