Sì, ma con chiarezza e responsabilità
Questo testo nasce come un piccolo dono alla comunità professionale degli Psicologi. Non per alimentare contrapposizioni, ma per fare chiarezza su una parola semplice, comune e quotidiana che, nel nostro contesto, è diventata terreno di equivoci: la parola “terapia”.
Negli ultimi anni, nel dibattito pubblico e talvolta anche all’interno della professione, si è diffusa un’idea implicita: che “terapia” coincida automaticamente con “psicoterapia”. Da questa sovrapposizione nasce quello che possiamo chiamare psicoterapeuticocentrismo: un modello culturale che riduce la cura psicologica a un solo formato, oscurando tutto il resto.
Se però torniamo alle fonti normative e ai principi deontologici, il quadro è più chiaro e meno ideologico di quanto spesso sembri.
Il principio generale: cosa dice davvero la legge
Lo Psicologo può usare la parola “terapia” nella comunicazione professionale. La legge non riserva il termine “terapia”.
La Legge 56/1989 disciplina in modo specifico l’esercizio dell’attività di psicoterapia (art. 3). Il punto essenziale è questo: la norma regola un ambito di attività e i relativi requisiti, non una parola del linguaggio comune. Quando un intervento rientra effettivamente nell’ambito dell’attività di psicoterapia ai sensi dell’art. 3, è corretto chiamarlo “psicoterapia”.
Per questo, usare la parola “terapia” è legittimo. Ma, come ogni parola che orienta le scelte delle persone, va usata con chiarezza e responsabilità.
Il vero nodo: la chiarezza terminologica
Dire “faccio terapia” è una formulazione generica. Non è automaticamente scorretta, ma spesso è insufficiente.
In ambito clinico, la correttezza comunicativa non è un dettaglio di stile: è tutela del cittadino e tutela del professionista. Il cittadino ha diritto a capire che cosa gli viene proposto. Lo Psicologo ha il dovere di presentare in modo veritiero e non ingannevole la propria attività, i propri titoli, le proprie competenze e la cornice dell’intervento, nel rispetto del Codice Deontologico – testo vigente (CNOP), soprattutto quando si parla di informazione al pubblico e di chiarezza su prestazioni e finalità.
Il modo più semplice per essere chiari è specificare che tipo di terapia psicologica si offre e con quale finalità: terapia psicologica di sostegno, prevenzione psicologica, psicoeducazione, abilitazione e riabilitazione psicologica, trattamenti psicologici basati su evidenze scientifiche.
Terapia psicologica e psicoterapia: una distinzione necessaria
Uno degli errori più diffusi è usare “terapia psicologica” come sinonimo indistinto di “psicoterapia”. Nel contesto italiano è improprio.
La psicoterapia è un’attività giuridicamente regolata. Quando un intervento rientra effettivamente nell’ambito dell’attività di psicoterapia disciplinata dalla legge (art. 3), è corretto chiamarlo “psicoterapia”. Negli altri casi, è corretto parlare di terapia psicologica, specificandone forma, obiettivi e cornice.
Il problema, quindi, non è riconoscere che la psicoterapia sia una forma di terapia psicologica. Il problema nasce quando si fa passare l’idea opposta: che tutta la terapia psicologica sia, per definizione, psicoterapia.
Questa identificazione totale cancella dalla percezione pubblica e professionale ambiti fondamentali come la prevenzione, il sostegno, la psicoeducazione, l’abilitazione e la riabilitazione psicologica. È proprio questa confusione semantica che alimenta lo psicoterapeuticocentrismo.
La psicoterapia non esaurisce la cura psicologica
La Legge 56/1989 definisce le funzioni dello Psicologo includendo prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione e sostegno. Sono attività che hanno natura di cura, anche quando non sono psicoterapia.
Anche il Codice Deontologico – testo vigente (CNOP), quando parla di rapporto terapeutico e di responsabilità professionale, riconosce il carattere terapeutico dell’intervento psicologico senza ridurlo a una sola etichetta.
Ridurre tutta la cura psicologica a un unico formato impoverisce la professione e, soprattutto, offre ai cittadini una rappresentazione distorta di ciò che uno Psicologo può fare.
La trasparenza vale per tutti
La richiesta di chiarezza non riguarda solo gli Psicologi che non esercitano l’attività di psicoterapia. Vale anche per chi la esercita.
Dire “faccio psicoterapia”, da solo, può restare vago se non si chiariscono modello teorico, obiettivi, metodi e cornice dell’intervento. La trasparenza comunicativa è un dovere professionale trasversale: più la comunicazione è comprensibile, più tutela l’utenza.
Come comunicare correttamente
Sono esempi di comunicazione corretta formulazioni come:
- valutazione psicologica e terapia psicologica di sostegno;
- percorsi di prevenzione psicologica e gestione dell’ansia;
- interventi di abilitazione e riabilitazione psicologica orientati al funzionamento;
- trattamenti psicologici basati su evidenze, definiti per obiettivi e monitoraggio.
Sono invece da evitare:
- espressioni non qualificate che possono risultare ambigue per il cittadino;
- l’uso del termine psicoterapia se non si opera nell’ambito previsto dalla legge;
- formulazioni che, anche involontariamente, possono far intendere titoli o cornici non corrispondenti.
La regola pratica è semplice: non autocensurarsi, ma essere precisi. Che cosa offro? A chi è rivolto? Con quali obiettivi? Entro quale cornice? Con quali limiti?
Perché non rinunciare alla parola “terapia”
Rinunciare alla parola “terapia” per quieto vivere non è una soluzione. Al contrario, rafforza lo psicoterapeuticocentrismo e contribuisce a cancellare il ruolo terapeutico dello Psicologo.
La strada corretta non è l’autocensura lessicale. È la precisione terminologica.
Uno sguardo oltre i confini italiani
In molti contesti internazionali, therapy non coincide automaticamente con psychotherapy. Si incontrano spesso espressioni come psychological therapies, psychological treatment, talking therapies, usate per descrivere una pluralità di interventi terapeutici psicologici, definiti per indicazioni, obiettivi e criteri di efficacia.
Questo non serve a importare modelli acriticamente. Serve a ricordare un punto semplice: “terapia” è una categoria ampia. Se la usiamo bene, aumentiamo chiarezza e tutela dell’utenza.
Quando qualcuno prova a scoraggiare la parola “terapia”
Capita che, nel dibattito professionale, circolino posizioni che contestano o scoraggiano l’uso della parola “terapia” da parte degli Psicologi, sostenendo che generi confusione.
La confusione, però, non si risolve restringendo il linguaggio fino a cancellare pezzi di professione. Si risolve con comunicazione precisa, verificabile e non ingannevole. Non è la parola “terapia” a creare il problema: è l’ambiguità, quando manca la specificazione di che cosa si offre e in quale cornice.
La legge disciplina attività e requisiti. La deontologia chiede trasparenza. Il cittadino chiede comprensibilità.
Una posizione editoriale esplicita
Nel dibattito recente sono emerse anche iniziative e documenti che, di fatto, tendono a ricondurre la terapia psicologica a un unico formato. Qui non discuto la legittimità delle posizioni nel dibattito, ma il loro effetto comunicativo e l’impatto sulla comprensione dell’utenza.
Il punto critico, per come lo leggo, non è l’esistenza di una posizione culturale, ma il suo effetto comunicativo: quando la cura psicologica viene presentata come se coincidesse con un solo modello, prevenzione, sostegno, psicoeducazione e abilitazione-riabilitazione finiscono sullo sfondo.
Da questa impostazione prendo esplicitamente le distanze.
In conclusione
Lo Psicologo può usare la parola “terapia”. Può e deve farlo con chiarezza, precisione e responsabilità.
La cura psicologica non si esaurisce nella psicoterapia. Difendere questa evidenza non significa sminuire nessuno: significa restituire ampiezza, verità e tutela alla professione e ai cittadini.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps
Tutti i diritti riservati. Il testo può essere condiviso citando la fonte e il sito www.metapsi.it

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