
Lo psicologo, in qualunque ambito lavori, ha una finalità chiara: promuovere benessere e aumentare la capacità delle persone di comprendere se stesse e gli altri e di comportarsi in modo consapevole, congruo ed efficace. Questo vale per l’individuo, ma anche per la coppia, la famiglia, i gruppi e la comunità. Se l’obiettivo è aumentare consapevolezza e comprensione, il lavoro psicologico non può limitarsi a ciò che è già chiaro e dichiarato. Deve includere anche ciò che sta funzionando fuori dalla consapevolezza immediata, perché è lì che spesso si organizzano automatismi, ripetizioni, blocchi, reazioni sproporzionate, conflitti e difficoltà di regolazione. L’Articolo 3 del Codice Deontologico lo dice chiaramente quando afferma che lo psicologo opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stesse e gli altri e di comportarsi in modo consapevole, congruo ed efficace.
Detto questo, è fondamentale una precisazione concettuale. Quando si dice che lo psicologo “lavora con l’inconscio”, si usa una semplificazione linguistica. Non perché sia sbagliata, ma perché può far immaginare l’inconscio come un luogo o un oggetto clinico. In realtà lo psicologo lavora sempre e solo con ciò che si manifesta: parole, emozioni, comportamenti, reazioni corporee, immagini mentali, fantasie, sintomi, silenzi, esitazioni, ripetizioni, modalità comunicative, ruoli, alleanze, rotture e riparazioni. Questo è il materiale clinico reale. Il termine “inconscio” è un costrutto esplicativo, una mappa teorica che aiuta a capire come e perché quelle manifestazioni si producono, si mantengono o cambiano.
Per questo la formulazione più corretta non è “lavoro sull’inconscio” come se l’inconscio fosse una cosa. È piuttosto: lo psicologo lavora per rendere consapevole ciò che inizialmente è inconsapevole. In questo senso la formula “con l’inconscio, sull’inconscio, per l’inconscio” può funzionare, se la si intende bene. Con l’inconsapevole, perché molte manifestazioni sono generate o sostenute da processi non consapevoli. Sull’inconsapevole, perché l’intervento mira a trasformare i meccanismi che organizzano e mantengono quelle manifestazioni. Per l’inconsapevole, perché l’obiettivo è integrare ciò che non è ancora disponibile alla consapevolezza e alla scelta, rendendolo parte di un funzionamento più libero, più congruo e più efficace.
Qui è importante chiarire un equivoco diffuso: lavorare con l’inconsapevole non significa necessariamente fare psicoanalisi. La psicoanalisi è uno dei modi storici di concettualizzare l’inconscio, ma non è l’unico. Molti approcci lavorano con processi non consapevoli senza essere psicoanalitici in senso stretto. Basti pensare all’ipnosi clinica, alla psicosintesi o alla logoterapia di Viktor Frankl, che lavora sui significati, sui valori e sull’orientamento esistenziale, spesso non pienamente consapevoli e non ancora integrati. Il punto non è la scuola, ma la funzione: rendere più consapevole e più governabile ciò che prima guidava la persona senza che se ne accorgesse, oppure rendere accessibili risorse e possibilità non ancora disponibili.
Quando si parla di “tipi di inconscio”, è bene restare rigorosi. Non esiste un numero unico e ufficiale di tipi di inconscio, perché dipende dai modelli teorici. Tuttavia può essere utile, come linguaggio orientativo, distinguere diverse modalità di inconsapevolezza, ricordando sempre che si tratta di costrutti metaforici e funzionali, non di luoghi reali della mente. Una persona può essere inconsapevole in senso psicodinamico, quando vissuti, emozioni e bisogni sono stati difensivamente esclusi o non mentalizzati e continuano a orientare il funzionamento. Può essere inconsapevole in senso cognitivo, quando è guidata da automatismi, schemi, bias interpretativi e regole interne che operano in modo rapido e rigido. Può essere inconsapevole rispetto a risorse e stati di integrazione che non emergono non perché rimossi, ma perché non ancora accessibili allo stato di coscienza abituale, magari per mancanza di sicurezza interna, regolazione o presenza. In modo metaforico qualcuno parla di “inferiore” e “superiore” o di dimensioni di senso e integrazione, ma si tratta solo di metafore operative, non di gerarchie di valore.
In qualunque di queste modalità, il lavoro procede sempre dal manifesto. Sul piano psicodinamico si parte da sintomi, ripetizioni, emozioni e relazioni per rendere consapevoli significati affettivi impliciti, conflitti e difese. Sul piano cognitivo si lavora su frasi ricorrenti, attribuzioni automatiche, anticipazioni negative, autocritica, evitamenti e rigidità, rendendo visibili gli automatismi e aumentando flessibilità e libertà di scelta. Sul piano delle risorse e dell’integrazione si lavora per creare condizioni interne che rendano accessibili stati più regolati e coerenti di funzionamento, restando sempre su un piano clinico e osservabile negli effetti: maggiore stabilità, coerenza, capacità di scelta e benessere.
Tutto questo vale non solo nel lavoro individuale, ma anche con la coppia, la famiglia e i gruppi. Cambia il sistema in cui l’inconsapevole prende forma, non la logica del lavoro. Nell’individuo si manifesta attraverso vissuti, corpo, emozioni e sintomi. Nella coppia attraverso cicli interattivi, conflitti, silenzi, alleanze, rotture e riparazioni. Nella famiglia attraverso ruoli, confini, triangolazioni, lealtà e copioni. Nei gruppi attraverso norme implicite, status, inclusione ed esclusione, risonanze emotive. In ogni setting lo psicologo lavora sempre con ciò che si manifesta per rendere consapevoli i processi che stanno organizzando quel funzionamento e renderlo più congruo ed efficace.
Questa impostazione è pienamente coerente con le finalità deontologiche. Nel Codice Deontologico non esiste un divieto specifico che impedisca allo psicologo di lavorare sui processi non consapevoli, purché ciò avvenga nel rispetto della competenza professionale, con trasparenza metodologica, consenso informato adeguato e senza mai millantare titoli o qualifiche non possedute. In definitiva, dire che lo psicologo “lavora con l’inconscio” è una scorciatoia linguistica. La formulazione concettualmente più corretta è che lo psicologo lavora sempre con ciò che si manifesta per rendere consapevole ciò che inizialmente è inconsapevole, qualunque sia la mappa teorica utilizzata, con l’obiettivo concreto di aumentare consapevolezza, congruenza ed efficacia nella vita dell’individuo e dei sistemi relazionali.
