
In sessuologia si continua a fare un errore di fondo: pensare che i problemi sessuali siano soprattutto questioni di tecnica, di prestazione o di forza di volontà. Come se bastasse capire cosa fare o impegnarsi di più per far funzionare desiderio, eccitazione e piacere. Nella mia esperienza clinica accade quasi sempre il contrario. La sessualità è uno degli ambiti in cui il funzionamento inconsapevole pesa di più. Desiderio che si spegne, blocchi improvvisi, evitamento, vergogna, compulsione, paura dell’intimità o persino paura del piacere non nascono da decisioni razionali. Nascono da processi profondi che agiscono fuori dalla consapevolezza e che si esprimono prima nel corpo e poi nella mente. Naturalmente, quando serve, è sempre necessaria una corretta valutazione clinica complessiva e l’esclusione di eventuali cause organiche.
Quando dico che nel mio lavoro sessuologico “lavoro con l’inconscio”, so bene che sto usando una semplificazione. Io non lavoro con l’inconscio come se fosse un luogo misterioso da scavare. Io lavoro sempre e solo con ciò che si manifesta. Con ciò che la persona porta: racconti, fantasie, immagini erotiche, emozioni, reazioni corporee, sintomi sessuali, vergogna, silenzi, evitamenti, ripetizioni. L’inconscio, per me, è il nome che diamo ai processi che organizzano tutto questo quando non sono ancora pienamente riconosciuti.
Il mio obiettivo non è “cercare l’inconscio”. Il mio obiettivo è rendere consapevole ciò che è inconsapevole e creare le condizioni perché la persona recuperi libertà nel proprio funzionamento sessuale. Io parto sempre dal manifesto: da ciò che accade nel corpo, nella mente e nella relazione. È da lì che accompagno la persona a vedere cosa sta guidando la sua sessualità, spesso contro la sua volontà e con grande frustrazione.
Nel lavoro sessuologico incontro spesso paure profonde che non sono pensieri, ma stati interni: paura del giudizio, paura di non essere abbastanza, paura di perdere il controllo, paura di esporsi, paura di abbandonarsi, paura di provare piacere. Molti sintomi sessuali non sono difetti da eliminare, ma soluzioni inconsapevoli. Tentativi del sistema di proteggersi. Soluzioni che magari un tempo avevano senso, ma che oggi hanno un costo enorme in termini di benessere e libertà. Io non combatto il sintomo. Lo uso come porta di ingresso per capire cosa sta cercando di dire.
Accanto a questo c’è l’inconsapevolezza cognitiva. Automatismi mentali, aspettative di prestazione, dialoghi interiori svalutanti, immagini rigide, copioni pornografici interiorizzati. In questi casi il corpo reagisce prima ancora che la mente possa intervenire. Rendere consapevoli questi automatismi significa smettere di subire la propria sessualità e tornare a sceglierla.
Una parte centrale del mio lavoro riguarda poi l’accesso alle risorse e agli stati di integrazione. Molte persone non riescono a rilassarsi, ad abbandonarsi, a sentire sicurezza corporea o piacere diffuso non perché siano “rotte”, ma perché non hanno mai imparato ad accedere a questi stati. Il corpo non sa come fare, oppure associa l’abbandono a un pericolo. In questi casi non lavoro sulla prestazione. Lavoro per ridurre la difensività. Quando il sistema si sente più sicuro e l’aspettativa di piacere diventa possibile, l’eccitazione può emergere in modo naturale.
Dentro questa cornice uso anche due parole che per me sono clinicamente molto concrete, anche se suonano evocative: anima e anima erotica. Non le uso in senso religioso. Per me “anima” indica uno stato psicosomatico di quiete profonda e contatto con sé, in cui la mente allenta il controllo e il corpo riduce l’allarme. È uno stato in cui i processi di autoregolazione funzionano meglio. Quando parlo di “anima erotica”, mi riferisco alla stessa condizione applicata alla sessualità: il momento in cui il sesso smette di essere prestazione e diventa espansione, smette di essere controllo e diventa esperienza.
Il rilassamento totale, nel mio lavoro, è una porta clinica fondamentale. La sessualità sana richiede una riduzione reale della difensività, non solo una comprensione mentale. In quello stato emergono due tipi di paure molto diverse: quelle che impediscono che l’espansione avvenga e quelle che compaiono proprio quando l’espansione sta per accadere. Distinguerle è essenziale, perché richiedono lavori diversi.
Lavorare con l’inconsapevole in sessuologia non significa fare psicoanalisi. La psicoanalisi è uno dei modi possibili di pensare l’inconscio, ma non è l’unico. Nel mio lavoro uso strumenti verbali, corporei e immaginativi per rendere consapevoli processi già attivi. Anche le fantasie sessuali, per esempio, non sono un problema da eliminare: sono strumenti regolativi che possono dare sicurezza, ridurre la difensività e accompagnare il corpo verso l’espansione.
Tutto questo vale anche nella coppia. Nella coppia l’inconscio sessuale si manifesta nei cicli ripetitivi di desiderio e ritiro, nei silenzi, nelle aspettative non dette, nei ruoli erotici rigidi. Il mio lavoro aiuta a rendere visibili questi meccanismi e a trasformare una sessualità agita inconsapevolmente in una sessualità più scelta, più condivisa e più libera. Quando una coppia recupera il contatto con l’anima erotica, il sesso smette di essere una prova e torna a essere incontro.
Per me l’inconscio in sessuologia non è una parola “forte” da usare per fare effetto. È la chiave per capire perché il corpo fa ciò che fa, perché il desiderio si accende o si spegne, perché il piacere viene cercato o evitato. Io lavoro sempre con ciò che si manifesta per rendere consapevole ciò che è inconsapevole, ridurre la paura e permettere alla sessualità di tornare a essere un’esperienza di libertà, integrazione e benessere.


