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La terapia sessuale va oltre il buon funzionamento sessuale

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico

Quando si parla di salute sessuale, l’errore più comune è pensare che significhi semplicemente “funzionare bene” o “non avere problemi”. È una scorciatoia comprensibile, perché nel linguaggio quotidiano la sessualità viene spesso raccontata come prestazione, come risposta del corpo o come efficienza. Ma questa riduzione è clinicamente fuorviante: semplifica troppo e sposta lo sguardo nel punto sbagliato.

La cornice più utile, perché ampia e non riduttiva, è quella proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nella sua definizione operativa. In questa prospettiva, la salute sessuale è uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità. Non coincide con il semplice “non avere disfunzioni” o “non avere difficoltà”, perché richiede un approccio positivo e rispettoso alla sessualità e alle relazioni sessuali, e la possibilità di vivere esperienze sessuali piacevoli e sicure, libere da coercizione, discriminazione e violenza. Già qui si capisce la svolta: la sessualità non viene trattata come un meccanismo da far funzionare, ma come una dimensione umana che riguarda libertà, sicurezza, rispetto e qualità dell’esperienza.

Ed è qui che vale la pena fermarsi un attimo sul punto più frainteso, cioè cosa significhi davvero “approccio positivo”. Non vuol dire pensare positivo, non vuol dire essere ottimisti, e non vuol dire spingere verso più sesso o verso una sessualità sempre piacevole. Un approccio positivo è un cambio di cornice: significa smettere di guardare la sessualità solo in termini di problemi, prestazioni, deficit o correzioni, e iniziare a considerarla come una dimensione costitutiva dell’esperienza umana, degna di rispetto, ascolto e comprensione. È positivo perché non parte dal presupposto che ci sia qualcosa da aggiustare per forza, non moralizza la sessualità e non la riduce a un esame da superare. Vuol dire riconoscere che la sessualità può essere anche complessa, ambivalente o faticosa, e che la “positività” sta nel diritto a viverla come esperienza propria, coerente con i propri valori, senza imposizioni, senza coercizioni e senza dover aderire a modelli prestazionali o normativi. In clinica, questo si traduce in un modo diverso di fare domande: non solo “cosa non va”, ma “che significato ha per te”, “che ruolo ha nella tua storia”, “che rapporto c’è con il corpo, con l’identità, con il desiderio, con la relazione”. È un approccio che non patologizza automaticamente le differenze, i cambiamenti e le fasi della vita, e che tiene insieme il piano personale, quello relazionale e quello culturale.

Dentro questa cornice, è importante anche chiarire chi sia, in ambito psicologico, il terapeuta della sessualità. In ambito psicologico, il terapeuta della sessualità è lo Psicologo. È lo Psicologo che svolge la presa in carico clinica quando il tema è la sessualità, perché la sessualità, come emerge dalla stessa definizione OMS, coinvolge benessere emotivo, mentale, relazionale, identitario e sociale. Parlare di terapia della sessualità non significa richiamare una professione diversa: significa descrivere una funzione clinica che, nel perimetro psicologico, appartiene allo Psicologo.

In questo quadro, l’espressione sessuologo clinico va intesa nel modo corretto. Non indica un mestiere autonomo né una professione separata. È una qualifica descrittiva, cioè un’etichetta di chiarezza comunicativa, che serve a dire che quello Psicologo lavora in modo specifico nell’area della sessualità e delle relazioni affettivo sessuali. In pratica, sessuologo clinico indica l’ambito di intervento e le competenze maturate in quel settore, non una diversa identità professionale. Serve a orientare meglio il cittadino e a rendere trasparente il focus del lavoro clinico, senza cambiare la natura della professione.

Questo significa che la salute sessuale non è un giudizio di performance. È una condizione complessiva e dinamica, che riguarda il modo in cui la persona integra la sessualità dentro la propria identità, la propria storia, il rapporto con il corpo, le emozioni, le relazioni affettive e il contesto culturale in cui vive. In altre parole, non basta chiedersi “va tutto come dovrebbe?”, ma ha più senso chiedersi “come la sto vivendo, cosa significa per me, quanto mi sento libero, quanto mi sento al sicuro, quanto mi sento rispettato?”.

Per rendere questa cornice davvero utile in clinica e nella divulgazione, è importante distinguere alcuni piani che spesso vengono confusi. Una cosa è il benessere sessuale, cioè il vissuto soggettivo: quanto una persona si sente soddisfatta, serena, in accordo con i propri valori, quanto percepisce la sessualità come parte integrata di sé e non come qualcosa da subire o da dimostrare. È possibile avere un funzionamento sessuale apparentemente “buono” e, nello stesso tempo, vivere un basso benessere sessuale, magari per vergogna, colpa, paura del giudizio, conflitti interni, esperienze passate o relazioni che non offrono sicurezza emotiva. E può accadere anche l’opposto: una persona può attraversare difficoltà, cambiamenti o limiti del corpo e, nonostante questo, mantenere un buon benessere sessuale se la sessualità resta un’esperienza significativa, libera e non stigmatizzata, costruita in modo rispettoso e coerente con i propri bisogni.

Un’altra cosa ancora è il funzionamento sessuale, cioè la dimensione psicofisiologica della risposta sessuale: desiderio, eccitazione, risposta genitale, orgasmo, risoluzione. È un livello importante, certo, ma non basta da solo a descrivere la salute sessuale. Se lo si scambia per il tutto, si rischia di trasformare la sessualità in un controllo qualità del corpo, perdendo di vista ciò che orienta davvero il benessere o la sofferenza: significati, emozioni, storia, relazione, contesto.

Dentro questo quadro si colloca il tema delle disfunzioni sessuali. Qui è essenziale evitare etichette automatiche e guardare al punto clinico centrale: una disfunzione sessuale è un’alterazione persistente e clinicamente significativa del funzionamento sessuale che provoca sofferenza e interferisce con la vita personale o relazionale. Il criterio decisivo non è solo la presenza del sintomo, ma il suo impatto: quanto pesa, quanto limita, quanto compromette la qualità della vita. E c’è un passaggio che merita di essere detto con chiarezza: la presenza di una disfunzione non cancella automaticamente la salute sessuale complessiva. Una persona può vivere una disfunzione e, nello stesso tempo, lavorare verso una buona salute sessuale se riesce a recuperare libertà, consapevolezza, integrazione e un rapporto meno giudicante con il proprio corpo e con il proprio desiderio.

Alla fine, la salute sessuale è la cornice più ampia che contiene benessere, funzionamento e, quando presenti, disfunzioni, senza ridurre l’intera sessualità a uno solo di questi livelli. È un modo di guardare la sessualità che non si accontenta della domanda “funziona?”, ma apre domande più vere e più cliniche: “come la vivo?”, “mi sento libero?”, “mi sento sicuro?”, “mi sento rispettato?”, “questa sessualità è coerente con me?”. È qui che la sessualità smette di essere una prestazione da misurare e torna a essere ciò che è davvero: un’esperienza umana, relazionale e psicologica, profondamente legata al benessere nel senso pieno del termine.

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Terapia sessuologica o terapia sessuale?
La sessualità non è prestazione

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico

Enrico Rizzo è Psicologo, Sessuologo Clinico a Palermo. Si occupa di psicologia della sessualità maschile e psicoandrologia, affiancando uomini e coppie nei temi legati a desiderio, erezione, eiaculazione, identità, autostima e relazione. Il lavoro è centrato sull’ascolto della domanda e su obiettivi clinici concreti: capire cosa sta succedendo, ridurre ansia e blocchi, e ritrovare sicurezza e libertà nella vita intima.

In ambito sessuologico, psico-oncologico e psico-traumatologico svolge terapia di sostegno, prevenzione e percorsi di abilitazione-riabilitazione, con l’obiettivo di favorire il recupero del funzionamento emotivo, relazionale e psicofisico. Integra inoltre competenze in psicosomatica, occupandosi delle interazioni mente-corpo quando stress, trauma o malattia si esprimono anche attraverso il corpo.

Svolge attività clinica in presenza a Palermo e online. È fondatore e presidente di MetaPsi Aps. Se senti che è arrivato il momento di smettere di rimandare e vuoi capire subito quale direzione prendere, scrivimi: spesso un primo confronto è già il passo decisivo per rimettere le cose in carreggiata.

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