C’è una distinzione che merita di essere difesa con chiarezza. La psico-oncologia clinica non coincide con la psicoterapia. Dire questo non significa negare il valore della psicoterapia né escludere che, in alcuni casi e in alcuni contesti, essa possa rientrare tra gli strumenti utilizzati in ambito oncologico. Significa però rifiutare una riduzione impropria: quella per cui un intero campo di cura viene fatto coincidere con una sola delle sue possibili modalità di intervento.
Le fonti più autorevoli descrivono la psico-oncologia in modo molto più ampio. L’International Psycho-Oncology Society la presenta come una sottospecialità multidisciplinare che riguarda sia le risposte di pazienti, familiari e operatori al cancro in tutte le fasi, sia i fattori psicologici, sociali e comportamentali connessi alla malattia oncologica. Anche le linee guida AIOM del 2023 non riducono affatto questo ambito alla psicoterapia, ma parlano di assistenza psicosociale dei malati oncologici.
Questa impostazione è molto importante, perché restituisce la vera natura del lavoro psicologico in oncologia. In questo ambito clinico entrano la valutazione del distress, il sostegno psicologico, l’accompagnamento nei momenti diagnostici e terapeutici, il supporto ai familiari, la facilitazione della comunicazione, l’attenzione ai bisogni emotivi, relazionali e adattivi della persona malata. Il National Cancer Institute, quando definisce il termine “psicosociale”, richiama infatti gli effetti mentali, emotivi, sociali e spirituali della malattia e include tra i possibili supporti counseling, educazione, supporto di gruppo e supporto spirituale. Già questo basta a mostrare quanto sarebbe arbitrario ridurre tutto alla psicoterapia.
Anche sul piano giuridico la riduzione non regge. L’articolo 1 della legge 56/1989 definisce in modo ampio la professione di Psicologo, comprendendovi prevenzione, diagnosi, attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico. L’articolo 3 disciplina invece l’attività psicoterapeutica come attività subordinata a una specifica formazione professionale successiva alla laurea e all’iscrizione all’albo. Il dato normativo, quindi, distingue chiaramente il perimetro più ampio della professione di Psicologo dalla specifica attività psicoterapeutica. Da questa distinzione non si può ricavare che tutta la cura psicologica in oncologia debba essere ridefinita come psicoterapia.
Il punto, allora, è semplice. La psicoterapia può essere una parte della psico-oncologia, ma non può essere usata come etichetta dell’intero campo. Quando questo accade, il rischio è duplice. Da un lato si impoverisce la comprensione della psico-oncologia, che è per sua natura multidisciplinare, integrata e centrata sui bisogni psicosociali della persona con tumore e della sua famiglia. Dall’altro si svaluta tutto ciò che, pur essendo clinicamente essenziale, non viene nominato come psicoterapia: il sostegno psicologico, la valutazione, il contenimento emotivo, l’accompagnamento, la psicoeducazione, il lavoro di raccordo con l’équipe e con i caregiver.
Per questo è più corretto dire che la psico-oncologia clinica comprende interventi diversi, tra loro integrabili, e che la psicoterapia può essere uno di questi quando vi siano indicazione, competenza e contesto appropriati. Ma trasformare la psico-oncologia in psicoterapia è un’altra cosa. È una forzatura concettuale che restringe il campo, altera il lessico e finisce per deformare la realtà clinica.
La formulazione più precisa, quindi, non è “la psicoterapia non c’entra con la psico-oncologia”, perché sarebbe una semplificazione opposta e poco accurata. La formulazione giusta è un’altra: la psico-oncologia clinica non coincide con la psicoterapia e non può essere ridotta ad essa. È questo il punto che va difeso, sul piano scientifico, clinico e culturale.



