L’idea di “ristrutturare la personalità” ha un grande fascino comunicativo. Suona profonda, radicale, quasi salvifica. Però, proprio per questo, rischia di essere fuorviante. In clinica, il cambiamento psicologico non coincide di solito con una rifondazione totale dell’Io, ma con un miglioramento del funzionamento della persona: modo di percepirsi, regolare le emozioni, pensare, scegliere, stare nelle relazioni, tollerare la frustrazione, lavorare, amare, vivere. Anche i modelli contemporanei più influenti sulla patologia di personalità insistono soprattutto su questo punto: il nucleo clinico non è una fantomatica “ricostruzione della persona”, ma il livello di compromissione del funzionamento di sé e del funzionamento interpersonale.
Questo non significa negare che alcuni aspetti della personalità possano modificarsi nel tempo. Significa, più precisamente, rifiutare una rappresentazione enfatica e poco rigorosa della cura, come se il compito dello Psicologo o dello “psicoterapeuta” fosse rifare da capo la persona. La clinica seria lavora in modo più concreto: riduce la sofferenza, aumenta la regolazione, migliora la flessibilità, potenzia competenze, sostiene autonomia e qualità della vita.
Perché il mito della ristrutturazione piace così tanto
Nel Novecento molti modelli hanno raccontato la sofferenza psicologica attraverso immagini forti: strutture dell’Io, organizzazioni profonde, conflitti interni, trasformazioni radicali. Sono immagini culturalmente potenti. Trasmettono l’idea che la “vera” terapia debba arrivare molto in profondità, mentre altri interventi sarebbero solo periferici, preparatori o minori. Da qui nasce anche una parte dello psicoterapeuticocentrismo: la convinzione che solo ciò che viene presentato come profondissimo, intensissimo o radicalmente trasformativo meriti davvero il nome di cura.
Il problema è che questa gerarchia retorica non coincide bene con ciò che oggi viene descritto e misurato in clinica. Quando una persona migliora, il cambiamento si osserva soprattutto nel funzionamento: meno impulsività, meno caos relazionale, più continuità, più capacità di riflettere, più tenuta affettiva, più adattamento sociale. È qui che la cura produce i suoi effetti più concreti.
Cosa sono i disturbi di personalità, se li si guarda dal punto di vista del funzionamento
I disturbi di personalità non vanno intesi come una “personalità sbagliata” da demolire e rifare. Da un punto di vista clinico più rigoroso, descrivono una compromissione persistente del funzionamento. In particolare, riguardano il modo in cui la persona funziona rispetto a sé stessa e rispetto agli altri. Sul versante del sé, entrano in gioco identità, immagine di sé, stabilità dell’autostima, capacità di darsi una direzione e di autoriflettere. Sul versante interpersonale, entrano in gioco empatia, reciprocità, intimità, capacità di comprendere l’altro e di mantenere relazioni sufficientemente stabili e non distruttive.
Detto in modo semplice: nei disturbi di personalità il problema centrale non è “chi è” la persona in senso essenziale, ma come riesce a stare con sé stessa, con le proprie emozioni, con gli impulsi, con i legami, con i conflitti e con i compiti della vita quotidiana. Per questo il bersaglio clinico più realistico non è una mitica ristrutturazione globale della personalità, ma il recupero del miglior livello possibile di funzionamento emotivo, cognitivo, relazionale e sociale.
Dalla ristrutturazione alla riabilitazione
Se il problema clinico centrale è il funzionamento compromesso, allora anche il linguaggio della cura deve diventare più preciso. Parlare di riabilitazione, in molti casi, è più onesto e più utile che parlare di ristrutturazione. Riabilitare, in ambito psicologico, non significa “aggiustare una macchina rotta”. Significa aiutare una persona a recuperare o sviluppare il miglior livello possibile di funzionamento mentale e relazionale, dopo una compromissione o in presenza di una vulnerabilità persistente. In questa prospettiva, la cura psicologica non crea un “nuovo sé”, ma rende la persona più capace di usare le proprie risorse, di contenere il dolore, di scegliere meglio, di regolare i propri stati interni e di costruire relazioni meno disfunzionali.
Questo vale in generale e vale ancora di più quando si parla di disturbi di personalità. Qui la cura psicologica è, sul piano degli obiettivi clinici, soprattutto supportiva, preventiva e abilitativo-riabilitativa. È supportiva perché contiene la sofferenza, sostiene la continuità del funzionamento e rafforza l’alleanza clinica. È preventiva perché cerca di ridurre crisi, autolesività, impulsività, rotture relazionali, abbandoni, ricadute e deterioramento sociale. È abilitativo-riabilitativa perché lavora su competenze concrete: regolazione emotiva, mentalizzazione, autonomia, tolleranza affettiva, flessibilità cognitiva, capacità decisionale, reciprocità relazionale, adattamento nei contesti di vita.
La cura dei disturbi di personalità non coincide con una rifondazione della persona
Nei disturbi di personalità, la cura psicologica non ha come compito clinico principale la “rifondazione” dell’identità. Ha piuttosto il compito di ridurre la compromissione del funzionamento. Anche quando il trattamento assume la forma della psicoterapia, ciò che si prova concretamente a migliorare è la qualità del funzionamento personale e interpersonale: la capacità di stare nelle relazioni senza precipitare nel caos, la possibilità di tollerare emozioni intense senza agire impulsivamente, la capacità di mantenere una direzione, di mentalizzare, di non distruggere sé stessi o gli altri nelle fasi critiche.
Le raccomandazioni NICE sul disturbo borderline di personalità sono molto chiare su questo punto: quando si offre trattamento psicologico bisogna considerare il grado di compromissione e la gravità del disturbo; occorre monitorare gli esiti su un’ampia gamma di risultati, compreso il funzionamento personale; e il trattamento farmacologico non va usato specificamente per il disturbo borderline o per i suoi singoli sintomi comportamentali come autolesività ripetuta, marcata instabilità emotiva o condotte a rischio. Questo orientamento spinge la clinica verso un lavoro centrato sul funzionamento reale della persona, non su mitologie trasformative.
L’idealizzazione della psicoterapia e il rischio delle false gerarchie
Il mito della “trasformazione profonda” ha avuto anche un effetto culturale preciso: ha contribuito a presentare la psicoterapia come se fosse, per definizione, una cura più intensa, più scientifica, più profonda e più autentica di tutto il resto. Ma una simile gerarchia non trova un fondamento lineare né sul piano della legge né sul piano degli esiti clinici.
Sul piano normativo, la legge non descrive la psicoterapia come una forma superiore di cura. L’articolo 3 della Legge 56/1989 stabilisce invece che l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato a una specifica formazione professionale, da acquisire dopo la laurea in psicologia o medicina e chirurgia mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali. Questa è una cornice regolativa dell’esercizio professionale, non una prova di superiorità clinica intrinseca.
Sul piano clinico, la letteratura recente sul disturbo borderline di personalità conferma che la psicoterapia è utile, ma non supporta bene il racconto secondo cui esisterebbe un unico approccio universalmente superiore agli altri. Una revisione ampia del 2024 conclude che diversi approcci hanno supporto empirico e che nessuno ha dimostrato di essere superiore agli altri in modo generale. Questo ridimensiona l’idea della tecnica salvifica e rafforza una visione più sobria: ciò che conta davvero è la qualità del progetto clinico, la continuità, l’appropriatezza, il lavoro sul funzionamento e la coerenza del trattamento.
Che cosa cambia davvero quando la cura funziona
Quando la cura psicologica funziona, la persona non esce “ricostruita” come se fosse stata smontata e rimontata. Esce, più realisticamente, più capace di vivere. Più capace di reggere le emozioni senza esserne travolta. Più capace di riconoscere i propri schemi senza identificarsi totalmente con essi. Più capace di stare nelle relazioni con meno paura, meno rigidità, meno acting out. Più capace di scegliere e di dare continuità alla propria vita. Questo è un cambiamento reale, importante, talvolta molto profondo. Ma è un cambiamento che si lascia descrivere meglio con il linguaggio del funzionamento che con quello della rifondazione dell’Io.
Per questa ragione, quando si parla di disturbi di personalità, è più corretto dire che la cura psicologica mira soprattutto a sostenere, prevenire, abilitare e riabilitare. Sostenere la persona nelle fasi di maggiore vulnerabilità. Prevenire il peggioramento, la cronicizzazione e le condotte dannose. Abilitare competenze non sufficientemente sviluppate. Riabilitare funzioni compromesse. In questo senso, la cura dei disturbi di personalità è essenzialmente una cura del funzionamento.
Conclusione
Dire che “la personalità non si ristruttura: si riabilita” non significa negare ogni possibilità di cambiamento della persona. Significa contestare un mito. Significa spostare il baricentro dalla retorica della trasformazione totale alla realtà della cura psicologica. Nei disturbi di personalità, e più in generale nella clinica psicologica, il punto decisivo non è rifare una persona da zero. Il punto decisivo è ridurre la compromissione, aumentare il funzionamento, restituire libertà, continuità, dignità e possibilità di vita.
È questa la prospettiva che rende la cura più concreta, più scientificamente prudente e anche più rispettosa. Meno enfasi sulla “rinascita”. Più attenzione a ciò che davvero cambia: il modo di stare al mondo.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps



